domenica 26 febbraio 2017

I dieci misteri irrisolti delle Grotte artificiali di Longyou, Cina

Le Grotte Longyou sono una sistema di grandi caverne artificiali situate nei pressi del villaggio di Shiyan Beicun, nella prefettura di Quzhou, in Cina. Scoperte nel 1992, finora sono state individuate 36 grotte. Considerando la loro origine artificiale, si tratta di grotte molto grandi, con una superficie coperta che supera i 30 km². Chi le ha costruite e soprattutto perché? Ecco i dieci misteri irrisolti delle grotte di Longyou.


Situate nei pressi del villaggio di Shiyan Beicun nella provincia di Zhejiang, le Grotte di Longyou sono un magnifico e raro mondo sotterraneo, considerate in Cina come la ‘nona meraviglia del mondo’.
Queste affascinanti grotte artificiali, che si pensa risalgano ad almeno 2 mila anni fa, rappresentano una delle opere architettoniche sotterranee più grandi dei tempi antichi.
Scienziati e archeologi di tutto il mondo, però, non sono ancora riusciti a svelare i suoi segreti, lasciando senza risposta le domande su chi le abbia costruite e soprattutto perchè.
Il sistema di grotte è stato scoperto nel 1992 da un abitante del villaggio locale. Da allora sono state esplorate circa 36 cavità artificiali, per una superficie totale che super a 30 mila m². Le grotte sono state scavate nella siltite solida e ognuna di esse si inabissa ad una profondità di circa 30 m.
Il paesaggio è costellato da ponti, grondaie, piscine e pilastri uniformemente distribuiti in tutta la struttura con lo scopo di sostenere le volte delle grotte. Le pareti e le colonne di sostegno sono state scavate con grande precisione, ricoperte di linee parallele decorative realizzate a scalpello.
Delle 36 grotte, attualmente sono una è aperta al pubblico, scelta perchè al suo interno vi sono sculture in pietra che raffigurano cavalli, pesci e uccelli.
Le Grotte Longyou sono un autentico enigma per gli studiosi. Su proposta del blog Ancient Origins, proponiamo i dieci misteri ancora insoluti che le riguardano.
1. Come sono state costruite?
Una stima approssimativa calcola che per realizzare le grotte finora esportate sia stata asportata una quantità di roccia pari a 1 milione di m³. Tenendo conto del tasso medio di scavo giornaliero di una persona, gli scienziati hanno calcolato che si sarebbero volute almeno mille persone impegnate a scavare giorno e notte, senza sosta, per sei anni.
Tuttavia, il calcolo non tiene conto dell’incredibile cura e la precisione con cui sono state realizzate le cavità. Ciò significa che il carico di lavoro potrebbe superare di gran lunga la stima teorica. Inoltre, sono del tutto ignoti gli strumenti utilizzati per lo scavo. Nessuno di essi, infatti, è stato trovato all’interno delle grotte. Gli scienziati non sanno come si sia potuta ottenere tale simmetria, precisione e somiglianza tra le varie grotte.
2. Nessuna traccia di costruzione
Nonostante le loro dimensioni e lo sforzo profuso nella loro creazione, finora nessuna traccia della loro costruzione, e addirittura della loro esistenza è riportato nei documenti storici, fatto molto inusuale data la vastità del progetto. Inoltre, sebbene lo scavo abbia richiesto la rimozione di un milione di metri cubi di roccia, non vi è alcuna prova archeologica che spieghi dove sia finito il materiale di risulta.
3. Perché le pareti sono state incise?
Le Grotte Longyou sono risultano tutte cesellate, dal pavimento al soffitto, con linee parallele praticamente su ogni superficie. L’effetto finale è di grande uniformità, cosa che ha richiesto un immensa perizia e infinite ore di lavoro. La domanda è: perchè? Se lo scopo era solo decorativo, perchè investire tante ore di lavoro? Esse hanno una valenza simbolica? L’unica decorazione simile nota si trova su alcune ceramiche ospitate in un vicino museo e che sono datate tra il 500 e l’800 a.C.


4. Mancanza di forme di vita acquatica
Quando furono scoperte, le cavità erano sommerse d’acqua, presumibilmente da parecchio tempo. Inizialmente, infatti, si pensava che fossero degli ‘stagni senza fondo’. Solo quando l’acqua è stata completamente pompata fuori ci si è resi conto di trovarsi di fronte a strutture artificiali.
La maggior parte dei villaggi nel sud della Cina si trova nei paraggi di stagni naturali molto profondi (chiamati appunto ‘senza fondo’). Queste riserve d’acqua pullulano di una grande varietà di pesci. Tuttavia, quando l’acqua è stata rimossa dalle Grotte di Longyou, non è stato trovato un solo pesce o qualsiasi altra forma di vita.
5. Come hanno fatto le grotte a rimanere così ben conservate?
Una delle questioni più interessanti è capire come abbiano fatto le grotte a mantenere la loro integrità strutturale per più di 2 mila anni. Non ci sono segni di collasso, né cumuli di macerie e nessun crollo, nonostante il fatto che in alcune zone i muri sono spessi appena 50 centimetri.
Nel corso dei secoli, l’area ha subito numerose inondazioni, calamità e guerre. A causa dei movimenti geologici, le montagne hanno mutato la loro morfologia, ma l’interno delle grotte, la forma e le incisioni hanno mantenuto la loro precisione originaria, come se fossero state costruite ieri.
6. Come hanno fatto i costruttori a lavorare al buio?
A causa delle grandi profondità delle grotte, alcune zone nella parte inferiore sono immerse nell’oscurità totale. Eppure, anche le pareti di queste aree sono state decorare con migliaia di linee parallele. Come hanno fatto a lavorare al buio?
Secondo Jia Gang, professore della Tongji University specializzato in ingegneria civile, i costruttori si sarebbero serviti di lampade a combustibile. Tuttavia, data l’immensità delle camere, si sarebbero dovute utilizzare di centinaia di lampade. Il fatto curioso è che il soffitto delle grotte non presenta segni di fuligine.
7. Le grotte sono state progettate per essere collegate?
Nonostante la superficie totale di 30 mila m², le 36 grotte sono distribuite su un’area molto ristretta. Considerando una tale densità, è lecito chiedersi se le grotte sono state progettate per essere collegate l’una alle altre. Quale sarebbe lo scopo di realizzare tante grotte separate, a distanza ravvicinata, senza collegarle?
In molte aree, le pareti che separano le grotte sono molto sottili, solo 50 cm, ma non risultano mai collegate, così da apparire come volutamente separate le une dalle altre.

8. Chi le ha costruite?
Si ritiene che le grotte risalgano ad un’epoca precedente alla nascita della dinastia Qin, sorta nel 212 a.C. Tuttavia, nessuno ha idea di chi abbia potute realizzare un impresa simile. Alcuni ricercatori sostengono che non è possibile, né logico, che l’impresa titanica sia stata intrapresa dagli abitanti regolari dei villaggi vicini. Solo un imperatore avrebbe potuto commissionare un’impresa del genere, come la costruzione della Grande Muraglia. Ma se è stata commissionata da un imperatore, perché non ci sono documenti storici che ne attestino l’esistenza?
9. Come hanno fatto a raggiungere tale precisione?
Il design delle Grotte Longyou è delicato e sofisticato, e la precisione della realizzazione è indice di un artigianato di altissimo livello. Ogni grotta è come una grande sala. Le quattro pareti sono diritte e i bordi e gli angoli chiaramente delineati. I segni della scalpellatura sono uniformi e precisi.
Come spiega, Yang Hongxun, esperto presso l’Istituto Archeologico della Accademia Cinese delle Scienze Sociali, gli antichi costruttori che lavoravano in una grotta non erano in grado di vedere ciò che gli altri stavano facendo nella grotta vicina. Eppure, le pareti delle grotte attigue dovevano essere parallele, altrimenti avrebbero sfondato il muro di traverso.
Ciò significa che le tecniche di misurazione dovevano essere molto avanzate. I costruttore erano in possesso di un sofisticato sistema per la mappatura delle cavità, in grado di calcolare in anticipo dimensioni, posizione e distanze tra le grotte. Con l’ausilio di apparecchiature moderne, i ricercatori hanno potuto confermare la sorprendente precisione della costruzione nel suo complesso.
10. Per cosa venivano utilizzate?
Sono state avanzate molte teorie per tentare di spiegare il motivo per cui furono costruite le grotte, ma finora nessuna delle ipotesi proposte riesce a fornire una spiegazione convincente sul loro utilizzo.
Alcuni archeologi hanno suggerito che forse le grotte fossero le tombe degli antichi imperatori. Ma è un’ipotesi inverosimile, dato che nessun oggetto funerario, né tombe, sono mai stati trovati al loro interno.
Altri hanno proposto che sia il risultato di estrazioni minerarie. Le operazioni avrebbero richiesto attrezzature e apparecchiature di un certo tipo. Anche in questo caso, nessuna traccia del genere è stata rinvenuta nelle cavità a sostegno dell’ipotesi. E poi, se erano solo miniere, perchè creare decorazioni così precise su ogni superficie della cavità?

venerdì 17 febbraio 2017

Svelato l’interno della piramide romboidale grazie ai raggi cosmici

Per la prima volta, la struttura interna di un’antica piramide egizia è stata rivelata usando particelle cosmiche. L’innovativa tecnologia è stata applicata alla piramide romboidale, un monumento di 4.500 anni così chiamato per via della diversa inclinazione delle facce a metà altezza.

 La piramide romboidale (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)

Secondo i ricercatori, che hanno presentato i loro risultati al Cairo a Khaled El-Enany, Ministro delle Antichità, e all’ex Ministro Mamdouh El-Damaty, il risultato è “eccellente” poiché mostra l’interno del monumento visto come coi raggi X.
La tecnologia si basa sui muoni, particelle cosmiche che piovono permanentemente e naturalmente sulla Terra, che possono penetrare qualunque materiale molto in profondità.
Una sezione 3D della piramide romboidale (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)
– Muografia di una piramide
Questa è la prima di quattro piramidi ad essere studiate nell’ambito dello ScanPyramids, un progetto portato avanti da un team della facoltà di ingegneria dell’Università del Cairo e dell’organizzazione Heritage, Innovation and Preservation (HIP, con base a Parigi), in collaborazione col Ministero egiziano delle Antichità. Le altre sono la Grande Piramide e la Piramide di Chefren a Giza, e la Piramide Rossa a Dahshur.
Programmato per durare un anno, il progetto usa un mix di tecnologie innovative come termografia a infrarosso, radiografia a muoni e ricostruzione 3D, con l’obiettivo di conoscere meglio il monumento e identificare la presenza di strutture interne o cavità sconosciute.

Situata nella necropole reale di Dashur, la Piramide romboidale venne costruita durante il regno del faraone Snefru (2.600 a.C. circa). È la prima con una superficie liscia, dopo numerose piramidi a gradoni.

Il monumento ha due ingressi che portano a due camere funerarie, disposte una sopra l’altra. È stato ipotizzato che il faraone Snefru giaccia dentro la piramide in una camera funeraria non ancora scoperta, ma quest’ultima ricerca potrebbe aver escluso tale possibilità. Nell’area studiata, la scansione non ha infatti rilevato alcuna altra camera, perlomeno non una grande almeno quanto la camera superiore.
L’installazione delle 40 piastre nella camera inferiore (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)
fig 5 laboratorio del Grande Museo Egizio
Le pellicole sono state sviluppate in un laboratorio del Grande Museo Egizio e spedite all’Università di Nagoya per l’analisi (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)
fig 6 laboratorio del Grande Museo Egizio 2
(Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)
fig 7 risultati simulazione
(Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)
«Tuttavia, si tratta di una svolta scientifica, dato che convalida il principio della muografia applicato alle piramidi egizie. Spiana la strada a nuove indagini», dice Mehdi Tayoubi, co-direttore d ScanPyramids insieme a Hany Helal, docente nella facoltà di ingegneria all’Università del Cairo ed ex Ministro dell’Istruzione Superiore e della Ricerca Scientifica.
L’area studiata (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)


– Particelle cosmiche
I risultati arrivano quattro mesi dopo che un team condotto dallo specialista Kunihiro Morishima, dell’Institute for Advanced Research dell’Università di Nagoya, in Giappone, aveva installato 40 piastre per rivelare i muoni dentro la camera inferiore della Piramide romboidale. Le piastre contengono due pellicole sensibili ai muoni che continuamente piovono sulla superficie terrestre. Arrivano dagli strati più elevati dell’atmosfera, dove sono creati dalle collisioni tra i raggi cosmici e i nuclei di atomi nell’atmosfera.
«Proprio come i raggi X passano attraverso i nostri corpi permettendoci di vedere lo scheletro, queste particelle elementari, pesanti circa 200 volte meno degli elettroni, possono passare molto facilmente attraverso qualunque struttura, persino delle rocce grandi e spesse come le montagne», dice Tayoubi.
I ricercatori possono così distinguere le cavità – dove i muoni si spostano senza problemi – dalle aree più dense dove i muoni vengono assorbiti o deviati. Il rilevamento, cominciato a gennaio 2016, è durato 40 giorni (il tempo massimo sopportato dalle emulsioni chimiche sulle pellicole dentro la piramide).
«Da queste piastre sono state analizzate oltre 10 milioni di tracce di muoni. Contiamo i muoni, e secondo la loro distribuzione agolare siamo in grado di ricostruire un’immagine», dice Tayoubi. «Per la prima volta, la struttura interna di una piramide è stata rivelata grazie a delle particelle di muoni. Le immagini ottenute mostrano chiaramente la camera superiore circa 20 metri sopra quella inferiore, dove erano state installate le piastre».
Tayoubi ha però ammesso che i dati ottenuti in 40 giorni di esposizione non sono ancora sufficienti per rilevare precisamente i corridoi conosciuti o delle cavità più piccole di quella della camera superiore. Dice: «Impariamo molto dal lavoro sul campo. Miglioriamo la nostra conoscenza dei monumenti, ma progressivamente miglioriamo anche le tecnologie. Non abbiamo fretta».

I ricercatori studieranno con la muografia altre piramidi.
La prossima sarà la Grande Piramide di Giza (o Piramide di Cheope), di cui spesso si dice aver passaggi nascosti che portano a camere segrete. In questa occasione verranno utilizzati altri due tipi di strumenti elettronici, di minore risoluzione ma senza limiti di esposizione e capaci di fornire dati in tempo reale.
                                                                                QUI IL VIDEO
Ricostruzione artistica della pioggia di muoni, e l’area rilevata con le piastre (Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering, Cairo University)






Il controverso ‘Disco di Festo’ contiene un messaggio reale?

Il disco di Festo è un reperto archeologico ritrovato nell'omonima città di Festo, sull'isola di Creta, sotto un muro di un palazzo minoico. Benché la comunità archeologica ne riconosca l'autenticità, ancora nessun ricercatore è riuscito a decifrare l'enigmatico codice impresso sul disco. E' possibile che il reperto contenga un messaggio lasciato da una cultura sconosciuta presente sulla terra migliaia di anni fa?

Perché esiste questo artefatto? Chi lo ha creato e per quale scopo? Che tipo di informazioni sono memorizzate sul disco?
Fino ad ora, gli scienziati non sono stati in grado di decifrare gli enigmatici simboli impressi sul piccolo disco scoperto nel 1908 nel palazzo minoico di Festo, Creta.
Inoltre, non esiste nessuna testimonianza scritta scritta del manufatto. Il suo scopo e significato, e anche la sua originaria ubicazione geografica della manifattura, restano ancora discussi, facendo di esso uno degli enigmi più sconcertanti dell’archeologia moderna.
Nonostante si passato più di un secolo da quando è stato trovato, i numerosi tentativi di decodificare il Disco di Festo, una scrittura geroglifica proto-sillabica, non hanno ottenuto risultati convincenti. In ogni caso i segni del disco sono rimasti indecifrati, e non rivelano somiglianza formale con quelli di nessun’altra scrittura conosciuta.
Il diametro dei disco è di 16 cm, con uno spessore di circa 16 mm. L’enigmatica iscrizione è costituita da 241 simboli, 122 presenti sul lato A e 119 sul lato B, di cui 45 unici. Essi rappresentano bambini, donne, teste con corone piumate, uomini che corrono, uccelli, insetti, strumenti e armi. Le iscrizioni seguono una configurazione a spirale.
La scoperta si deve ad un archeologo italiano, Luigi Pernier, il quale recuperò lo straordinario manufatto durante il primo scavo del palazzo minoico di Creta. Il disco venne trovato nel seminterrato della stanza 8 nell’edificio 101 di un gruppo di costruzioni a nord-est del palazzo principale, insieme ad una tavoletta di argilla scritta in maniera convenzionale.
Essendo stato trovato in una struttura della cultura minoica, il disco è stato attribuito a questa sofisticata società fiorita tra il 2700 e il 1450 a.C. Festo, in particolare, era uno dei centro più importanti della civiltà minoica, e la città più ricca e potente della parte meridionale di Creta.
Nonostante ciò, nessun altro artefatto minoico presenta incisioni simili a quelle presenti sul disco. Alcuni credono che il disco sia molto più antico.

uesto oggetto apparteneva a minoici?

Perché i minoici avrebbero usato un linguaggio pittografico, piuttosto primitivo, invece di utilizzare la scrittura trovata su una tavoletta di argilla trovata vicino al disco? Il disco è stato creato prima della tavoletta? Potrebbe essere il lascito di una civiltà più antica ancora da scoprire e che aveva dimestichezza con la scrittura?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scrittura utilizzata sul disco di Festo sia un greco antico molto simile al Baltico arcaico. Non si tratterebbe di una lingua alfabetica, ma sillabica dove ogni simbolo rappresenta una sillaba anziché una lettera. Potrebbe anche essere una miscela di entrambi, come in Egitto.
Come per la scrittura, anche l’utilizzo del disco è oggetto di speculazione. Potrebbe trattarsi di un oggetto religioso e le sue incisioni potrebbero essere un inno o un canto sacro utilizzato durante un rituale.
Altri credono che contenga una storia di narrativa o d’avventura, oppure che si tratti di un gioco da tavolo o di un teorema geometrico.
Sono tutte ipotesi valide, ma non essendoci abbastanza materiale disponibile per un’analisi comparativa, la comunità scientifica pensa che ogni ulteriore tentativo di decifrazione sia votato all’insuccesso. È infatti improbabile che qualunque nuova decifrazione senza conferma esterna sia accettata come conclusiva.
Nulla di simile è stato trovato in numerosi scavi archeologici condotti sull’isola di Creta nel corso degli ultimi 100 anni. Questo, insieme a tutti gli altri, è uno dei fattori che rende decisamente enigmatico il Disco di Festo.


Le Sacre Grotte di Piyang, uno dei luoghi più misteriosi della Terra

Le tradizioni locale fanno risalire l’utilizzo delle grotte ad un periodo molto antico, quando le divinità abitavano sulla terra. Per questo motivo, molto templi sono stati costruiti nelle vicinanze e tutta la regione è ritenuta sacra dai nativi.


Il Tibet, uno dei luoghi più misteriosi e sacri dell’umanità, conserva numerosi segreti di un remoto passato, normalmente inaccessibili ai semplici turisti.
Tra questi, ci sono le Grotte di Piyang, uno dei siti archeologici più importanti del Tibet, situate nella parte occidentale del paese, in prossimità del Sacro Monte Kailash.
“A Piyang ci sono più di 1100 grotte di varie forme e dimensioni, alcune delle quali sono chiaramente siti abitativi, mentre altri sono probabilmente grotte utilizzate per la meditazione”, spiega l’archeologo americano Mark Aldenderfer, professore presso l’Università della California.
I lavori di scavo eseguiti nel sito di Piyang, in collaborazione con un gruppo di archeologi cinesi, sono stati il tentativo di dimostrare la veridicità delle fonti documentarie.
“Avendo una conoscenza sull’antico biddismo tibetano così scarsa, siamo stati fortunati a poter collaborare con Huo Wei e Li Yongxian, due archeologi del dipartimento di storia della Sichuan Union University a Chengdu. Per quanto ne so, è la prima collaborazione tra archeologi cinesi e occidentali in Tibet”, racconta Aldenderfer.

Le Grotte di Piyang non sono l’unico complesso oggetto di esplorazione. Molti altri siti simili sono sparsi in tutto l’enigmatico altopiano del Tibet. Alcuni sono stati scolpiti dalle forze naturali, altri sono evidentemente di origine artificiale, ma sicuramente sono tutti molto antichi.
Gli esseri umani hanno cominciato ad abitare in questa zona del Tibet ben 21.000 anni fa, quindi è molto probabile che ci siano numerosi artefatti sepolti nelle grotte tibetane, nei tunnel e in altre zone misteriose ancora inesplorate.
Le tradizioni locale fanno risalire l’utilizzo delle grotte ad un periodo molto antico, quando le divinità abitavano sulla terra. Per questo motivo, molto templi sono stati costruiti nelle vicinanze e tutta la regione è ritenuta sacra dai nativi.
E’ possibile ammirare molte pitture preistoriche, murales, sculture e nicchie decorate con pregevoli dipinti. Ma il vero oggetto del desiderio degli archeologi è il ritrovamento di un qualche antico documento scritto, che al momento nessuno è stato ancora in grado di individuare.
Il complesso di Piyang copre una superficie di 10 chilometri quadrati, ed è estremamente complessa la sua esplorazione. ”Stiamo solo cominciando a capire la vera importanza delle grotte sacre del Tibet”, spiega Aldenderfer.
“La vastità della regione richiede uno sforzo enorme. Inoltre, il fatto che sia una terra ritenuta sacra crea non pochi problemi per l’accesso ai siti di interesse archeologico. Una volta le grotte erano meta di pellegrinaggi, ma oggi il sito è chiuso al pubblico”.
Solo in tempo e una buona dose di pazienza permetterà agli archeologi di svelare i segreti delle Sacre Grotte di Piyang.


sabato 21 gennaio 2017

Geologo russo: «In Spagna ci sono tracce di pneumatici antiche 12 milioni di anni»

Alexander Koltypin, geologo e direttore del Science Research Center di Mosca, si dice convinto che sul nostro pianeta esistono numerosi siti archeologici dove è possibile riscontrare indizi che avvalerebbero l'esistenza di civiltà vissute milioni di anni fa.


Fa un certo effetto ascoltare la dichiarazione del dottor Alexander Koltypin, se non altro per il fatto che si tratta di un geologo e direttore del Natural Science Research Center presso l’Università Internazionale Indipendente di Ecologia e Politologia di Mosca.
Secondo il ricercatore russo, in diverse località del pianeta è possibile osservare solchi di pneumatici lasciati nel terreno da veicoli pesanti che si possono far risalire a circa 12 milioni di anni fa.
Come è possibile? Certamente si tratta di un’affermazione discutibile, dal momento che l’archeologia classica fa risalire l’inizio della civiltà umana a diverse migliaia di anni fa, non milioni.
Eppure, Koltypin si dice convinto che sul nostro pianeta esistono numerosi siti archeologici dove è possibile riscontrare indizi che avvalerebbero l’esistenza di civiltà vissute milioni di anni fa.
Koltypin è un appassionato sostenitore di questa teoria, tanto da aver denominato il suo sito web ‘Earth before the flood: Disappared Continents and Civilizations‘ (La Terra prima del Diluvio: Continenti e Civiltà scomparse).
È proprio dal suo sito che il ricercatore russo afferma che le tracce riscontrate nel sito spagnolo di Castellar de Meca, nella provincia di Valencia, risalirebbero al Miocene medio e tardo (tra i 12 e i 14 milioni di anni fa circa).
Il villaggio di Castellar de Meca è un sito archeologico unico nel suo genere. Le rovine mostrano un insediamento fortificato praticamente scavato nella roccia. Gli archeologi ‘ortodossi’ fanno risalire i primi insediamenti umani all’età del bronzo.
Koltypin si riferisce all’unico accesso alla cittadella fortificata chiamato ‘Camino Hondo‘ sul cui fondo sono impresse le tracce parallele. La spiegazione ufficiale è che si tratta di solchi lasciati dal passaggio di carri trainati da animali.
Ma Koltypin non è soddisfatto da questa spiegazione. «Io non accetto queste spiegazioni», scrive il ricercatore. «I solchi sono troppo profondi per essere stati lasciati da mezzi così leggeri. Dobbiamo pensare a veicoli notevolmente più pesanti».
All’epoca il terreno doveva essere umido e morbido, come argilla malleabile. Muovendosi su di esso, un veicolo di grandi dimensioni sarebbe affondato facilmente nel fango, lasciando la doppia traccia di pneumatico.
Secondo Koltypin, questi ipotetici veicoli presentavano dimensioni simili ai fuoristrada moderni, ma con pneumatici larghi 23 centimetri. Con il passare degli eoni, il fango si sarebbe pietrificato, lasciando impresse le caratteristiche tracce per i milioni di anni a venire
Lo studio condotto dal ricercatore russo sui depositi minerali che rivestono le tracce e la loro erosione, mostrerebbero la loro incredibile antichità.
Sebbene la pietrificazione possa avvenire in poche centinaia di anni, o addirittura pochi mesi, Koltypin sostiene che in questo caso non ci sarebbero dubbi a far risalire le tracce al Miocene.

Altre tracce

Koltypin ha condotto numerosi studi sul campo in varie località, con diverse pubblicazioni su riviste di geologia. Il ricercatore ipotizza che oltre 12 milioni di anni fa esistesse una rete di strade diffusa in tutto il Mediterraneo.
Solchi di ruote pietrificati con caratteristiche simili sono state riscontrate a Malta, in Turchia, Italia, Kazakistan e Francia. A suo avviso, queste strade sarebbero state utilizzate dalle stesse persone che hanno costruito città sotterranee come Derinkuyu, in Cappadocia.
Secondo l’archeologia ufficiale, le tracce pietrificate sarebbero state lasciate da diverse civiltà in diversi periodi di tempo. Koltypin, invece, ritiene che esse vadano attribuite ad un’unica civiltà diffusa su tutto il pianeta esistita in un’epoca estremamente remota.
Il nostro pianeta ha circa 4,5 miliardi di anni e un passato geologicamente turbolento. Koltypin spiega che eventi geologicamente distruttivi come tsunami, eruzioni vulcaniche, movimenti tettonici e impatti meteoritici possano aver spazzato via gran parte dei resti di queste antichissime civiltà.
«Senza significativi ulteriori studi da parte dei grandi gruppi di archeologi, geologi ed antropologi, rimane impossibile rispondere alle domande su queste civiltà dimenticate», conclude Koltypin. «Lo ricorderò sempre a me stesso… molti altri abitanti del nostro pianeta sono stati cancellati dalla nostra storia».



lunedì 9 gennaio 2017

Circolo Polare Antartico: l’enigma della scialuppa abbandonata sull’Isola di Bouvet

A parte il suo isolamento, non sembra esserci nulla di speciale in questo luogo freddo e desolato. Eppure, Bouvet conserva un enigma che ancora non si è riusciti a risolvere.


Se c’è un luogo che può definirsi ‘in mezzo al nulla’, questo è certamente l’isola di Bouvet, un pezzo di terra vulcanico di 50 km² situata nell’oceno Atlantico, a sudovest del Capo di Buona Speranza, disabitata e ricoperta di ghiaccio.
Bouvetøya (in norvegese) non ha porti né approdi, solo ancoraggi al largo, ed è difficile da approcciare. I ghiacciai formano uno spesso strato di ghiaccio che si affaccia con alte pareti sul mare e sulle spiagge nere di sabbia vulcanica.
Bouvet è un protettorato della Norvegia ed è nota per essere l’isola più remota al mondo, infatti la terra più vicina è l’isola Gough (Regno Unito) che si trova a 1.600 km a nord.
Dunque, a parte il suo isolamento, non sembra esserci nulla di speciale in questo luogo freddo e desolato. Eppure, Bouvet conserva un enigma che ancora non si è riusciti a risolvere.
Nell’aprile del 1964 la rompighiaccio Protector della Royal Navy HMS, raggiunse l’isola per condurre studiare una nuova formazione creata da un’eruzione vulcanica avvenuta circa 10 


anni prima.
Nei pressi di Nyrøysa, dove oggi sorge una stazione meteorologica, la spedizione, con a capo il tenente capitano Allan Crawford, si trovò di fronte a qualcosa di molto strano: una scialuppa abbandonata semi affondata in un lago ghiacciato.
I remi della scialuppa erano sulla riva, insieme ad un serbatoio di rame. Né i passeggeri della scialuppa né i loro presunti corpi sono mai stati ritrovati. Inoltre, la scialuppa non aveva nessun segno di identificazione.
Purtroppo, la squadra non ebbe molto tempo per condurre un’indagine più approfondita, ma prima di andarsene scattarono questa foto:
Da dove viene questa barca? Si tratta di una scialuppa utilizzata da qualcuno scampato al naufragio di una nave più grande? E se così fosse, dove sono andati a finire i naufraghi, dato che non sono note operazioni di salvataggio avvenute nella zona?
Certamente è da escludere la possibilità che qualcuno si sia messo a remare fino all’isola di Bouvet partendo dal pezzo di terra emerso più vicino che si trova a 1.600 km di distanza.
L’unica spiegazione plausibile è che una nave più grande si sia trovata in zona per una spedizione e che abbia inviato una squadra sull’isola con un paio di barche più piccole.
Appena arrivati a riva, è possibile che gli uomini si siano accorti che una delle barche era leggermente danneggiata, decidendo di abbandonarla a riva dopo aver esplorato l’isola e tornati sulla nave.
Benché sembri una teoria ragionevole, purtroppo non è supportata da testimonianze storiche, poiché i giornali di bordo delle varie spedizioni avvenute su Bouvetøya non riportano nulla di simile, né nessun governo del pianeta si è fatto avanti per rivendicare la proprietà della scialuppa.
Come ha notato lo storico inglese Mike Dash, il quale ha condotto diverse ricerche sul caso, nonostante le varie teorie, nessuna proposta si avvicina ad una soluzione dell’enigma dell’isola di Bouvet. Dunque, il caso è ancora aperto, candidandosi a diventare uno dei veri misteri irrisolti della storia.




sabato 7 gennaio 2017

L’indecifrabile sito di Naupa Iglesia: un pezzo d’Egitto nel cuore delle Ande

A ridosso di un dirupo sulla Cordigliera delle Ande, qualcuno ha intagliato una porta con precisione maniacale nel fianco della montagna. Poi, ha creato un altare modellando un affioramento di roccia blu con la stessa precisione. In entrambi i casi, lo stesso design compare sia in Persia che in Egitto. Ecco l'indecifrabile sito di Naupa Iglesia.


Fino a pochi anni fa nessuno sapeva della sua esistenza, eppure è uno dei più affascinanti ed enigmatici siti di tutta l’America precolombiana.
Il complesso di Naupa Iglesia (Tempio degli Antichi) si trova a ridosso di un dirupo delle Ande, nel territorio di Choquequilla, Perù.
Oltre a poche immagini piuttosto intriganti, si sa molto poco su questo straordinario complesso. Per chi è interessato, le coordinate del sito sono: 13.2977461S; 72.2551421W.


Le decorazioni dell’altare ricordano quelle viste nella fontana di Ollantaytambo, il sito più famoso della regione, distante da Naupa Iglesia solo pochi chilometri, tanto da pensare che siano state realizzate dalla stessa civiltà.
Ciò che lascia molto più perplessi è ciò che si trova all’interno della montagna: una porta scavata nella roccia, geometricamente perfetta.
Nella cultura Inca, i Ñaupas erano gli abitanti del mondo ultraterreno ed erano capaci di viaggiare nello spazio utilizzando alcuni luoghi sacri, come la porta di Puerta de Hayu Marca.
La porta scavata nella roccia sembra davvero l’accesso per un altro mondo. Secondo la tradizione, bisognava essere in posseso di poteri magici per attraversarla.