domenica 29 marzo 2015

Coltan – L’Hi-tech senza vittime è possibile?

coltanA vederlo così non assomiglia a niente in particolare. Solo fango di sabbia nera con qualche piccola “scintilla di luce”, un po’ come se fosse quarzo. Stiamo parlando del Coltan, un minerale ormai famoso per la sua importanza nella più sofisticata industria dell’Hi-Tech.
Oltre a essere l’ingrediente fondamentale nella costruzione dei nostri telefoni cellulari, il coltan è usato nell’industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, oltre agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche, e molto altro ancora.
coltan componentiIn particolare, spiegano gli esperti, serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. ovviando quindi al problema della durata delle batterie di vari dispositivi tecnologici. Infatti, i condensatori altantalio (tantalite, metallo contenuto nel coltan, generalmente mescolato insieme alla columbite) permettono un risparmio energetico e quindi una maggiore versatilità degli apparecchi.
Dunque un minerale considerato molto prezioso, già conosciuto e sfruttato anche prima della seconda guerra mondiale, ma oggi più che mai strategico e richiestissimo.
Possiamo immaginare che con il fenomeno prettamente commerciale dell’obsolescenza programmata e dell’azione di marketing di surclassare in tempi brevissimi un prodotto tecnologico a favore delle new-entry sul mercato, l’utilizzo del coltan è in aumento esponenziale così come lo sfruttamento delle miniere a cielo aperto, rare nel nostro pianeta e limitate a poche zone.
Tra queste, principalmente in Congo, l’estrazione ha assunto carattere di vero e proprio abuso.
Non perchè, come erroneamente si crede, sia in percentuale zona di maggior giacimenti del pianeta; si stima infatti che in Congo siano circa il 10% contrapposto al 41% del solo sud america (Brasile, Venezuela, Columbia). E per inciso, non che le zone del sud america godano di tutele e benefici poi tanto maggiori.

Non è solo un discorso collegato alle risorse del pianeta, all’uso improprio che facciamo di risorse naturali, di inquinamento industriale, ecosistema irrimediabilmente devastato e via dicendo.
Qui parliamo di sfruttamento umano, lavoro in schiavitù, di guerre, di finanziamento di armi .. un’onta inaccettabile verso i nostri simili, un oltraggio verso il quale non possiamo restare ignari e tantomeno indifferenti.
Lo scenario è inquietante.
estrazione coltanBuchi scavati fino ed oltre cento metri di profondità e dove ogni giorno muore qualcuno. Un’intera popolazione sottoposta a violenza e sfruttamento da parte di guerriglieri che sottraggono illegalmente il minerale estratto a mani nude, per commercializzarlo e trarne beneficio economico al fine di finanziare gli armamenti utili alla guerriglia interna a sfondo politico. E se questo non dovesse bastare sembra che vicino al coltan si trovino anche uranio, torio e radio, materiali radioattivi che causano gravi malattie ai minatori. Autorità locali e militari della zona, apparentemente inermi e senza nessun supporto per contrastare e fronteggiare questo fenomeno.
Disponibile nel web un documentario girato dal danese Frank Piasecki Poulsen che già nel 2010 mostrava le condizioni in cui versano queste popolazioni e che oggi, per deduzione, possono essere solo aggravate dall’incessante aumentata richiesta di mercato.

Le multinazionali dell’Hi-tech, tutte, acquistando questi minerali illecitamente commercializzati alla fonte, diventano inequivocabilmente i diretti responsabili del finanziamento delle mafie africane, che forniscono ai guerriglieri le armi necessarie a mantenere l’Africa in un continuo stato di schiavitù e guerra perpetua.
E quando parliamo di multinazionali e quindi di forti interessi econmici, vediamo purtroppo ormai, sempre, una sorta di omertà e censura del “lato oscuro” che si nasconde dietro le più accativanti pubblicità di prodotti che invadono il mercato e le nostre vite. Nessuno parla, nessuno ammette, e quando và bene, le responsabilità vengono rimbalzate all’infinito tra enti, stati, governi, come in un flipper, dove quel che conta sono gli effetti scoppiettanti e luminosi del gioco a punti e non il valore delle vite umane e della loro tutela.

In Congo, per ogni Kg. di coltan estratto, muoiono due persone, probabilmente bambini, mentre in Columbia la stima è ancora incerta e forse peggiore di quanto accade in Africa.

Responsabilmente dovremmo in primo luogo ed in prima persona riflettere e limitarci negli acquisti di prodotti elettronici in senso generale e, in secondo luogo, fare attenzione a quei prodotti che non sono garantiti ovvero progettati e realizzati in modo etico, per non contribuire quindi alla barbarie.
Nascono infatti aziende a sfondo etico/sociale come fairphone la cui volontà è di contrastare l’attuale tendenza delle industrie leader, sul disinteresse dei diritti umani e che si evince da questi slogan:

Insieme possiamo cambiare il modo in cui i prodotti sono fatti.
- Estrazione
Vogliamo integrare materiali nella nostra catena di fornitura che sostengono le economie locali, non milizie armate. Stiamo iniziando con minerali senza conflitti dalla RDC per stimolare soluzioni alternative.
- Design
Stiamo usando il disegno per cambiare il rapporto tra le persone e i loro telefoni. Ci stiamo concentrando sulla longevità e riparabilità, di prolungare la vita utile del telefono e di dare agli acquirenti un maggiore controllo sui propri prodotti.
- Produzione
Gli operai di fabbrica meritano condizioni di sicurezza, salari equi e rappresentanza dei lavoratori. Lavoriamo a stretto contatto con i produttori che vogliono investire in benessere dei dipendenti.
- Ciclo Vitale
Stiamo affrontando l’intera durata di vita dei telefoni cellulari, compreso l’uso, il riutilizzo e il riciclaggio sicuro. Crediamo che la nostra responsabilità non finisce con le vendite.
- Imprenditoria Sociale
Stiamo lavorando per creare una nuova economia – quella in cui i valori sociali e ambientali diventano una parte naturale di fare business. Insieme, stiamo creando lo slancio per progettare un futuro migliore.

Concludo citando una grande anima, Mahatma Gandhi :
 
Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
FONTE: 

martedì 24 marzo 2015

L'UOMO RETTILE DELLA MESOPOTAMIA: UN MISTERO DI 7 MILA ANNI ANCORA SENZA RISPOSTA

Il parere degli archeologi tradizionali è pressoché unanime nello stabilire che la storia umana abbia avuto inizio in Mesopotamia, l'attuale Iraq, con la grande civiltà dei Sumeri. Tuttavia, nel sito archeologico di Al Ubaid sono state ritrovati numerosi manufatti pre-sumeri che risalgono a circa 7 mila anni fa, molti dei quali rappresentano enigmatici umanoidi con chiari lineamenti rettili.
La cultura preistorica di Ubaid è vissuta in Mesopotamia tra il 4 mila e il 5, 5 mila a.C. Come per i Sumeri, anche l'origine del popolo Ubaidiano è sconosciuta.


Essi vivevano in grandi insediamenti costituiti di case di mattoni di fango, sviluppando l'architettura, l'agricoltura e l'allevamento del bestiameL'architettura abitativa comprendeva grandi case a forma di T, cortili aperti, strade lastricate, una sorta di anteprima della città sumere. Alcuni di questi villaggi, infatti, hanno cominciato a svilupparsi in città, i templi iniziarono a fare la loro comparsa, così come i grandi edifici monumentali come in Eridu, Ur e Uruk, i siti più importanti della civiltà sumera. Secondo quanto riportato dai testi antichi dei sumeri, Ur era considerata la prima città mai esistita sul nostro pianeta.
Come riporta John Black su Ancient Origins, il luogo principale dove sono state ritrovate le insolite statuite si chiama Al'Ubaid. Inoltre, alcune di esse sono state rinvenute anche in Ur e in Eridu. Il primo esploratore a scavare il sito di Al'Ubaid fu Harry Reginald Hal nel 1919. Si tratta di un piccolo tumulo di circa mezzo chilometro di diametro, con un altezza di circa due metri dal suolo.
Lo scavo portò alla luce diverse figurine maschili e femminili in diverse posture e nella maggior parte dei casi sembra che indossino una sorta di casco e che abbiano un qualche tipo di imbottitura sulle spalle. Altre figurine reggono una sorta di scettro, forse un simbolo regale e di potere.
Il fatto più curioso è che i lineamenti dei volti delle statuine hanno sembianze rettili, con lunghe teste, occhi a mandorla e il naso molto simile a quello delle lucertole. Tra le statuine più strane ci sono alcune figurine femminili che reggono in braccio un lattante con le sembianze di una lucertola.
Cosa o chi esse rappresentino esattamente è del tutto ignoto ai ricercatori. Secondo alcuni archeologi, le posture, come quella che rappresenta l'allattamento al seno femminile, non suggeriscono che si tratti di oggetti rituali. Ma allora perchè questo antico popolo decise di rappresentare degli individui dai tratti rettiliani?
Chiunque rappresentassero, sembra che fossero particolarmente importanti per la cultura di Ubaid. Come segnalato in un posto precedente, il serpente è un simbolo molto importante per la cultura umana. Molte popolazioni antiche rappresentavano le loro divinità 'venute del cielo' sotto forma di essere rettiliani.
Nel pantheon delle divinità sumere figura Enki, la divinità dei mestieri, del bene, dell'acqua, del mare, dei laghi, della sapienza e della creazione. Enki, in alcune rappresentazioni, appare come un essere metà uomo e metà serpente. Il significato del suo nome dovrebbe essere "signore della terra". Egli era il custode dei poteri divini chiamati Me, i doni della civilizzazione dei quali avrebbe beneficiato l'umanità.
La sua immagine è un serpente con una doppia ellisse, o Caduceus, molto simile al Bastone di Asclepio. Secondo l'opinione di alcuni autori, non sorprende che il simbolo di Enki sia stato poi usato come simbolo della medicina, data la sua sconcertante somiglianza con la doppia elica del DNA.
I Sumeri rappresentano la prima popolazione urbanizzata al mondo. Erano i discendenti di un'etnia della Mesopotamia meridionale (l'odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 5000 a.C.) fino all'ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.).
Il termine Sumero è in realtà il nome dato agli antichi abitanti della Mesopotamia dai loro successori, il popolo semitico degli Accadi. I Sumeri, (o Shumeri da Shumer) infatti, chiamavano se stessi sag-giga, letteralmente "la gente dalla testa nera" e la loro terra Ki-en-gi, "luogo dei signori civilizzati".
Il sistema religioso dei sumeri era un complesso pantheon abitato da centinaia di divinità. Secondo gli antichi testi religiosi sumeri, gli dei e gli esseri umani vivevano insieme sulla Terra. Ogni città sumera era 'sorvegliata' da un proprio dio, e gli esseri umani erano impiegati come servi degli dei.
Tuttavia, quando si legge il mito della creazione sumero, ritrovato su una tavoletta di Nippur, un'antica città mesopotamica fondata nel 5 mila a.C., si apprende qualcosa di interessante. La creazione della Terra (Enuma Elish) secondo le tavolette sumere è avvenuta così:
Quando in alto il Cielo non aveva ancora un nome,
E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l'antico, il loro creatore,
E Mummu e Ti�mat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i pascoli non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei.

Dal racconto risulta chiaro che nessuna delle divinità del pantheon sumero è responsabile della creazione, anzi gli stessi dei sono parte della creazione. La mitologia sumera sostiene che in principio gli esseri umani erano governati da una progenie 'divina' non umana. Questi esseri erano in grado di viaggiare attraverso il cielo in veicoli di forma rotonda o cilindrica.
Chi erano i Nephilim della Bibbia: divinità o antichi astronauti?
Secondo i miti, costoro sarebbero venuti sulla Terra per renderla abitabile al fine di sfruttarne le risorse minerarie! Che cose se ne fanno degli dei di argento e oro? I testi riferiscono che a un certo punto alcuni dei si ribellano contro i loro capi:
Quando gli dei, come gli uomini,
eseguivano il lavoro e ne pagavano le conseguenze
la loro fatica era strordinaria,
il lavoro pesante e l'angoscia era alta.
Anu, il dio degli dei, convenne che il lavoro per i suoi sottoposti era davvero troppo grande. Suo figlio Enki (conosciuto anche come Ea) propose di creare una creatura che si sobbarcasse il lavoro degli altri dei. Così, con l'aiuto della sua sorellastra Ninki, crearono l'uomo per farne un lavoratore 'a loro immagine'.
I testi affermano che un dio fu messo a morte e il suo sangue fu mescolato con l'argilla. Da questo materiale primordiale fu creato il primo essere umano, a somiglianza degli dei. La prima coppia umana fu creata è posta in Eden, una parola sumera che significa 'terreno pianeggiante'. Nell'Epopea di Gilgamesh, Eden è menzionato come il giardino degli dei e si trova da qualche parte in Mesopotamia tra i fiumi Tigri ed Eufrate.

FONTE:

sabato 14 marzo 2015

OGGETTI FUORI POSTO: LA PIRAMIDE NERA “FLUORESCENTE” CON L’OCCHIO CHE TUTTO VEDE

 Nel 1984, un ingegnere in cerca di pepite d'oro si imbatte in una scoperta impressionante: una grotta nella giungla di La Manà, Ecuador, con più di 300 misteriosi artefatti. Tra i ritrovamenti, quello che colpisce di più è una piramide nera con proprietà fluorescenti, modellata secondo la simbologia attribuita agli “Illuminati di Baviera”. Inoltre, l'artefatto presenta un'iscrizione in pre-sanscrito. Dunque, gli illuminati operavano già 4 mila anni fa?

piramide-nera-fluorescente

È considerato uno dei più grandi misteri insoluti del terzo millennio.
Si tratta di una Piramide ricavata da una pietra nera, decorata con i simboli attribuiti alla setta degli Illuminati di Baviera (17° secolo d.C.).
La piramide, infatti, presenta incise tredici file di mattoni, su cui si staglia l’enigmatico “occhio che tutto vede”, tutto molto simile alla piramide che compare sulla banconota americana da un dollaro.
Nulla di strano, se non fosse per il fatto che la reliquia presenta alcuni caratteri incisi in quelli che sono stati riconosciuti come appartenenti all’alfabeto pre-sanscrito, ovvero la lingua matrice del sanscrito in uso circa 4 mila anni fa.
Dunque, come è possibile coniugare nello stesso oggetto un simbolo del 18° secolo con un’iscrizione del 3°-4° millennio a.C.? Le decorazioni “massoniche” sono state realizzate in un secondo momento? Oppure, la Piramide Nera indica che la tradizione degli “illuminati” è molto più antica di quanto si pensi?
È possibile che gli aderenti a questa setta siano in possesso di conoscenze occulte risalenti al passato remoto dell’umanità e che facciano riferimento agli “antichi dei” che discesero sulla Terra? Grandi domande, per poche risposte disponibili.

La scoperta

Il ritrovamento della Piramide Nera si deve all’ingegnere Elias Sotomayos, il quale, tutt’altro che interessato a misteriosi reperti archeologici, era impegnato in una corsa all’oro nella giungla di La Manà, Ecuador.
Nel corso della spedizione, il cercatore d’oro si imbatté in un tunnel che si addentrava per più di 100 metri nelle viscere delle montagne ecuadoregne, fino ad arrivare in una camera con più di 300 reperti di origine sconosciuta, tra cui figurava la Piramide Nera.
Altre ai mattoni incisi e alla scritta in pre-sanscrito, la piramide presenta un ulteriore componente interessante: un occhio intarsiato alla sommità della piramide realizzato con un misterioso materiale che si mostra fluorescente quando illuminato da luce ultravioletta, così da brillare come un occhio vero.
Tuttavia, secondo il ricercatore austriaco Klaus Dona, cercatore di “oggetti fuori posto” (Ooparts), l’occhio sulla piramide non sembra umano; l’intento della fluorescenza era forse quello di renderlo come “occhio divino”, illuminato e illuminante.

Costellazione di Orione e testo

La Piramide Nera, sotto la base, presenta un altro affascinante dettaglio: un intarsio piatto realizzato con poco oro che riproporebbe la disposizione delle tre stelle della Cintura di Orione.
fondo-piramide
pre-sanscrito1
Il professor Schildmann è riuscito a decifrare la scrittura, ottenendo questa traduzione:
“Il Figlio del Creatore viene da qui…”
Molte antiche pietre e manufatti in terracotta presentano la stessa scrittura, nonostante siano stati scoperti nei più disparati angoli della terra: Ecuador, Colombia, Illinois, Francia, Malta, Australia e Italia.
pre-sanscrito
«Questo significa che un tempo questa scrittura esisteva in tutto il mondo, e questo significa che ci deve essere stata una grande civiltà globale più antica del sanscrito, precedente ai 6 mila anni fa», commenta Dona. «Il professor Schildmann mi disse che questa scrittura somiglia alla scrittura dell’Indo e a quella trovata sull’Isola di Pasqua. Come lui stesso mi spiegò, è una lingua più antica del sanscrito. Fu lui a battezzarla “pre-sanscrito”».

Domande, domande, domande…

L’artefatto di La Manà davvero potrebbe essere il più grande segreto mai scoperto, il quale suscita una serie di domande inquietanti: chi è il “Figlio del Creatore”? Veniva da Orione? Perchè i massoni utilizzano la Piramide Nera come loro icona?
C’è un legame che travalica i millenni tra gli dèi che governavano il mondo, Atlantide e i componenti della setta degli Illuminati? Gli illuminati, sono i discendenti degli “dèi” che ancora governano il mondo dietro le quinte?

sabato 7 marzo 2015

36.420 A.C.: LO ZEP TEPI DEGLI ANTICHI EGIZI COME FATTO STORICO

Secondo i “Testi delle Piramidi”, ci fu un periodo primordiale dal quale emerse l'ordine dal caos e nel quale gli dèi governavano la Terra. Tale periodo è chiamato “Zep Tepi”. Si tratta solo di racconti mitologici, oppure ci sono fatti storici dietro la tradizione dello Zep Tepi? Armando Mei, un ricercatore italiano, è convinto che lo Zep Tepi si riferisce ad un preciso tempo storico databile al 36.420 a.C.

zep-tepi
I Testi delle Piramidi, la somma delle decorazioni e degli scritti murali rinvenuti in diversi monumenti egizi, ci hanno tramandato la maggior parte delle informazioni sui primi miti di creazione dell’Antico Egitto.
In tutti questi miti viene descritto un periodo lontano, definito TPJ ZP (talvolta trascritto come Zep Tepi, ovvero “prima occasione”).
Uno dei documenti più interessanti è certamente il Papiro di Torino, conosciuto anche come Papiro dei Re, un documento risalente alla XIX dinastia egizia che riporta, oltre all’elenco dei sovrani dall’unificazione dell’Alto e Basso Egitto fino al momento della compilazione, la lista dei re divini e semidivini del Periodo Predinastico.
Il calcolo a ritroso della cronologia contenuta nel Papiro di Torino indicherebbe che il periodo primordiale, ovvero quello del regno di Ptah, creatore e primo sovrano dell’Egitto, risalirebbe a circa 39 mila anni fa.
papiro-di-torino-lista-dei-re
La fonte citata riferisce che nel tempo primordiale gli dèi regnarono in Egitto 20 mila anni. Ad essi seguirono governanti semidei, noti come i “seguaci di Horus”, ed infine gli uomini mortali. Gli uomini mortali iniziarono a regnare sull’Egitto intorno al IV millennio a.C. con le dinastie dei faraoni a noi conosciute.
Come interpretare, dunque, queste informazioni? L’egittologia, e la storiografia, ufficiale ci dicono che tutto ciò che risale al periodo predinastico è da considerarsi come mito, quindi niente di storico!
Eppure, c’è un ricercatore italiano, Armando Mei che ha dedicato la sua vita di studioso proprio all’egittologia predinastica, ovvero il periodo che va dal 3.180 a.C. fino al tempo primordiale.
Nel 2005, Mei ha presentato una Ricerca sulla Piana di Giza, culminata nella formulazione della sua «Teoria sulla Datazione Storica dello Zep Tepi», presentata all’International Conference on Ancient Studies, tenutasi presso la Zayed University di Dubai nel 2010.

La storicità dello Zep Tepi

In un articolo scritto per Ancient Origins, Armando Mei spiega che i ricercatori hanno avanzato numerose teorie per quanto riguarda il complesso monumentale di Giza, siano essi appartenenti alla scuola accademica o a quella indipendente, proponendo diverse ipotesi sulla funzione dei complessi monumentali e sulle tecniche adottate per la loro costruzione.
In realtà, ad oggi, nonostante i molteplici tentativi di entrambe le scuole di pensiero non è stato ancora possibile rispondere ai tantissimi interrogativi che aleggiano sul misterioso complesso di Giza.
Certo, è innegabile che l’egittologia accademica abbia notevolmente contribuito alla nostra conoscenza di una civiltà unica e incomparabile, incredibilmente sviluppata dal punto di vista sociale, artistico e scientifico.
Tuttavia, gli stessi egittologi accademici hanno persistito nel voler far risalire alcuni reperti archeologici all’epoca dinastica, che secondo Mei poco, o niente, hanno a che vedere con quel periodo. Questo ha creato una certa confusione tra i ricercatori e ha influenzato non poco la nostra comprensione della preistoria d’Egitto.
Mei ritiene che una delle teorie più importanti degli ultimi 20 anni, in termini scientifici, sia quella proposta da Robert Bauval e nota come Teoria della Correlazione di Orione, secondo la quale il complesso monumentale di Giza non è altro che la proiezione terrena della Cintura di Orione, esattamente come si presentava nel 10.450 a.C. nel cielo sopra l’Egitto.
Nonostante sia stata stroncata a priori dagli ambienti accademici, questa teoria ha consentito lo sviluppo di nuove metodologie d’indagine che hanno, in parte, chiarito alcuni dei misteri legati al cosiddetto Periodo Predinastico.
Ed è proprio in questo filone d’indagine che si inserisce la teoria formulata da Armando Mei sviluppata in collaborazione con Nico Moretto. Attraverso l’applicazione di un modello matematico al complesso monumentale di Giza e l’analisi delle correlazioni astronomiche, i due ricercatori hanno retrodatato l’origine della Civiltà delle Piramidi al 36.900 a.C. dando un valore storico al mitologico Zep Tepi (o Primo Tempo di Osiride) e alla cronologia trascritta nel Papiro di Torino o Canone Reale.
Nello schema sottostante, è riprodotto la configurazione del cielo sopra la piana di Giza nell’anno 36.420 a.C. Ciò che colpisce è che all’alba dell’equinozio di primavera, all’inizio di un intero ciclo di precessione astronomica che terminerà nel 10.450 a.C., tutti i monumenti di Giza risultano perfettamente allineati con le costellazioni.
schema-cielo
La teoria di Mei differisce da quella di Bauval almeno per due aspetti. Innanzitutto, rispetto alla Correlazione di Bauval sulla scena astronomica è presente Sirio-Iside, completamente al di sotto dell’orizzonte celeste nella sua teoria. Inoltre, nel 10.450 a.C. sul meridiano celeste è presente Mintaka, corrispondente della piramide di Micerino, la più piccola tra le piramidi maggiori di Giza.
Questi elementi ci lasciano intendere che la nostra teoria sia esattamente in linea con il messaggio che i Costruttori hanno voluto tramandare. Cheope ed Al Nitak sono in corrispondenza nel 36.420 e non nel 10.450 e l’origine dei miti egizi sarebbe confermata dalla teoria. L’Epoca d’Oro ricordata dagli Egizi Dinastici troverebbe così un fondamento nella Teoria della Datazione Storica dello Zep Tepi.
Mei non si sofferma sulle tecniche utilizzate per la costruzione delle Piramidi che rimangono ancora un mistero. A suo parere, i costruttori hanno voluto segnare un’epoca, molto probabilmente per celebrare i fasti di una Civiltà ormai al culmine della propria evoluzione scientifica. Così Mei in un’intervista suNexus Magazine:
«L’Egittologia, a nostro parere, ha avuto il grande merito di ricostruire un periodo storico importante compreso tra il 3.100 ed il 343 a.C. ma ha commesso l’improvvido errore di sottovalutare moltissimi reperti che collegano quelle Terre a civiltà evolute che nulla hanno a che fare con l’Egitto Dinastico.
Del resto ci chiediamo come sia stato possibile edificare Giza con le tecniche utilizzate dagli Egizi dell’Antico Regno. Non avevano né le competenze tecniche e neanche gli strumenti necessari per edificare quelle opere immortali. Inoltre, ci chiediamo come sia stato possibile, durante la IV Dinastia, costruire quei complessi monumentali, in maniera così precisa, senza una concezione minima del disegno tecnico.
Insomma, a nostro parere, i venti anni canonici attribuiti dagli Egittologi per la costruzione della Piramide di Cheope non sarebbero bastati neppure per la costruzione delle prime dieci file di blocchi!».

sabato 28 febbraio 2015

Tentativo di censura sui “Vimana” in India

aviazione
Ram Prasad Gandhiraman
Secondo un controversodocumento che è stato presentato al 102esimo Congresso di Scienze Indiano tenutosi a Mumbai ed organizzato dall’Università di Mumbai ad inizio gennaio 2015, gli antichi abitanti dell’India avevano imparato – migliaia di anni prima dei fratelli Wright – come volare. La tesi è stata proposta dal capitano Anad Bodas e Ameya Jadhav, i quali hanno affermato che l’antica aviazione indiana fosse più avanzata della tecnologia odierna. “La conoscenza dell’aeronautica“, affermano, “è descritta in sanscrito in 100 sezioni, otto capitoli, 500 norme e 3.000 versi. A tutt’oggi, solo 100 norme sono disponibili“.
Bodas ha inoltre affermato che Maharishi Bharadwaj (autore del libro “Tutto sulle Macchine”) parlava che circa 7.000 anni fa “aeroplani viaggiavano da un paese all’altro, da un continente ad un altro e da un pianeta ad un altro, menzionando 97 libri di riferimento per l’aviazione“.
La relazione dei due ricercatori, dal titolo “Ancient Indian Aviation Technology“, ha causato, come prevedibile, una forte polemica tra gli scienziati di tutto il mondo che hanno, perfino, fatto una petizione, voluta dallo scienziato dell’Ames Research Centre NASA in California, Ram Prasad Gandhiraman, che ha raccolto l’adesione di 220 scienziati e accademici con un solo scopo, nel tentativo di far annullare, la relazione perché, secondo l’ideatore della petizione, “mette in discussione l’integrità del processo scientifico.

Risulta davvero ‘terrificante‘ che una così prestigiosa conferenza scientifica fornisca un palco per i discorsi pseudo-scientifici. Noi, come comunità scientifica dovremmo seriamente essere preoccupati per l’infiltrazione della pseudo-scienza nel curricula scientifico con il sostegno di influenti partiti politici. Fornire un palco scientifico per un discorso pseudo-scientifico è peggio di un attacco sistematico realizzato nel recente passato da potenti propagandisti politici pseudo-scientifici. Se noi scienziati rimanessimo passivi, noi tradiremmo non solo la scienza, ma anche i nostri figli“. Però questo tentativo di censura accademica non ha avuto l’esito che speravano. Infatti il professor Gauri Mahulikar, capo del Dipartimento di Sanscrito dell’Università di Mumbai e coordinatore della sessione, ha affermato che questa è la prima volta che il Congresso di Scienze Indiano ha tenuto un simposio sull’antica scienza indiana vista attraverso la letteratura sanscrita, e dove “se avessimo scelto professori di sanscrito per parlare dei riferimenti alla tecnologia aeronautica nella letteratura sanscrita, che include informazioni su come creare gli aerei, il cifrario delle divise e la dieta dei piloti, i sette tipi di carburanti utilizzati, la gente ci avrebbe respinto, ma il capitano Anad Bodas è…lui stesso un pilota, e il suo co-presentatore Ameya Jadhav ha conseguito una laurea al MTEch indiano e un Master in Sanscrito“.

giovedì 26 febbraio 2015

L’ORIGINE IGNOTA DEI “POPOLI DEL MARE”. I VERI DISCENDENTI DI ATLANTIDE?

Secondo le fonti egiziane risalenti alla 19° dinastia, un tempo remoto esisteva una confederazione di “Popoli del Mare” che, navigando verso il Mar Mediterraneo orientale, sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l'Egitto. In realtà, non si sa molto su di loro, né quale fosse il luogo di provenienza. Le fonti egiziane descrivono queste popolazioni solo dal punto di vista militare: “Sono venuti dal mare sulle loro navi da guerra, e nessuno poteva andare contro di loro”!

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I “Popoli del Mare” sono oggetto di un infinito dibattito tutt’ora in corso tra gli studiosi di storia antica.
Si tratta, infatti, di un gruppo umano di cui si sa molto poco, la cui scarsità di notizie ha favorito il fiorire di numerose di teorie ed ipotesi.
Non si sa chi fossero, nè il loro luogo di origine e nemmeno che fine abbiano fatto. Dunque, la precisa identità di queste “popolazioni del mare” è ancora un enigma per gli studiosi.
Alcuni indizi suggeriscono invece che per gli antichi egizi l’identità e le motivazioni di queste popolazioni erano note. Le poche informazioni che abbiamo, infatti, ci vengono da fonti dell’antico Egitto risalenti alla 19° dinastia.
In realtà, le fonti egizie descrivono tali popoli solo dal punto di vista militare. Sulla stele di Tanis si legge un’iscrizione attribuita a Ramses II, nella quale si legge:
«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli».
Il fatto che varie civiltà tra cui la civiltà Ittita, Micenea e il regno dei Mitanni scomparvero contemporaneamente attorno al 1175 a.C. ha fatto teorizzare agli studiosi, che ciò fu causato dalle incursioni dei Popoli del Mare.
I resoconti di Ramses sulle razzie dei Popoli del Mare nel mediterraneo orientale sono confermati dalla distruzione di Hatti, Ugarit, Ashkelon e Hazor.
È da notare che queste invasioni non erano soltanto della operazioni militari ma erano accompagnate da grandi movimenti di popolazioni per terra e mare, alla continua ricerca di nuove terre in cui insediarsi.

I Popoli del Mare

Il termine “Popoli del Mare” fa riferimento ad un gruppo composto da dieci popolazioni provenienti dall’Europa meridionale, una sorta di confederazione, che sul finire dell’Età del Bronzo, navigando verso il Mar Mediterraneo orientale, invasero l’Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l’Egitto.
Le fonti antiche più importanti nelle quali vengono citati i Popoli del Mare sono l’Obelisco di Biblo, databile tra il 2000 e il 1700 a.C., le Lettere di Amarna, la Stele di Tanis e le iscrizioni del faraone Merenptah.
Tra le popolazioni citate nelle iscrizioni antiche, le più intriganti sono certamente i Lukka, gli Shardana, i Šekeleš e i Danuna.
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I Lukka

La prima menzione di queste genti compare nell’obelisco di Biblo, dove viene nominato Kwkwn figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka.
Le terre di Lukka vengono spesso citate anche nei testi ittiti a partire dal II millennio a.C. Denotano una regione situata nella parte sud-occidentale dell’Anatolia. Le terre di Lukka non furono mai poste in modo permanente sotto il controllo ittita, e gli stessi Ittiti le consideravano ostili.
I soldati di Lukka combatterono alleati agli Ittiti nella famosa battaglia di Qadeš (ca. 1274 a.C.) contro il faraone egizio Ramesse II. Tuttavia, un secolo dopo, Lukka si rivolse contro gli Ittiti. Il re ittita Šuppiluliuma II tentò invano di sconfiggere Lukka, i quali contribuirono al collasso dell’impero ittita.

Gli Shardana

Gli Shardana compaiono per la prima volta nelle fonti egiziane nelle lettere di Amarna (1350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton. Vengono poi menzionati durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali.
Nella raffigurazione vengono dipinti con lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna.
Le similitudini fra i guerrieri Shardana e quelli dei nuragici della Sardegna, nonché l’assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell’isola in seguito alla tentata invasione dell’Egitto.

I Šekeleš

Šekeleš, detti anche Sakalasa, vengono citati insieme ad altri otto componenti dei Popoli del Mare nelle iscrizioni commissionate dal faraone Merenptah (13° secolo a.C.).
Sono stati associati ai Siculi, popolazione indoeuropeea che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale scacciando verso occidente i Sicani.
Non è escluso che la loro emigrazione in Sicilia possa essere stata precedente agli scontri con l’Egitto di Merenptah, se è affidabile l’alta cronologia della cultura Pantalica I (datata a partire dal 1270 a.C.) e la testimonianza di Ellanico di Mitilene, riportata da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui lo sbarco dei Siculi in Sicilia sarebbe avvenuto tre generazioni prima della guerra troiana, intorno al 1275 a.C.; Dionigi riporta anche la datazione fissata da Filisto (ventiquattro anni prima della Guerra di Troia) più o meno contemporanea al conflitto tra il faraone Merneptah e i Popoli del mare.

I Danuna

I Danuna, o Denyen, sono certamente i più enigmatici. Secondo la leggenda, i Danuna avrebbero lasciato il continente di Atlantide per stabilirsi sull’isola di Rodi.
Questo popolo adorava la dea Danu, una dea primordiale presente nella mitologia di molte culture (da quella celtica a quella indiana). Veniva rappresentata come una luna avvolta dal serpente e che si suppone era considerata la dea madre delle acque.
La mitologia greca tramanda che gli abitanti primordiali dell’isola di Rodi erano chiamati Telchini. Secondo lo storico greco Diodoro, questo popolo aveva il potere di guarire le malattie, di modificare le condizioni atmosferiche e assumere qualsiasi forma desiderassero. Ma non desideravano rivelare le proprie capacità, mostrandosene assai gelosi.
Erano rappresentati sotto forma di esseri anfibi, metà marini e metà terrestri. Avevano la parte inferiore del corpo a forma di pesce o di serpente, oppure i piedi con dita palmate.
Un po’ prima del Diluvio, ebbero il presentimento della catastrofe e lasciarono Rodi, la loro patria, per disperdersi nel mondo. È possibile che la mitologia e le leggende tramandino la storia di un popolo tecnologicamente avanzato, percepito dagli antichi come in possesso di poteri magici?
È possibile che ci sia un collegamento tra i Danuna e i Talchini? Potrebbero essere davvero i superstiti del continente di Atlantide?

martedì 3 febbraio 2015

GLI ENIGMI DELLA TERZA PIRAMIDE DI GIZA, NOTA COME MICERINO

È decisamente più piccola delle altre due piramidi sorelle della Piana di Giza, fino a un decimo delle dimensioni della Piramide di Cheope. Eppure, la piramide nana fa sorgere questioni pari a quelle delle altre due piramidi.

piramide-di-micerino

Nei documentari e nei reportage è spesso trascurata, forse a causa delle sue dimensioni minori.
Il suo nome ufficiale è “Piramide di Menkaure”, più nota in Italia col nome di Micerino (forma italianizzata del greco Mykerinos, forma in cui il nome compare nelle opere dello storico greco Erodoto).
È la terza piramide del complesso di Giza ed è intrigante almeno quanto le sue sorelle giganti più conosciute.
L’altezza totale della Piramide di Micerino è di 65,5 metri, i lati della base quadrata misurano 103,4 metri e il volume totale è pari a 250 mila m³, ovvero un decimo di quella di Cheope, e presentando la curiosa particolarità di blocchi molto più grandi di quella di Chefren.
In origine la piramide doveva essere tutta ricoperta dello spettacolare granito rosso di Assuan, le cui cave si trovano a circa 900 km di distanza. Il lato nord conserva parte del rivestimento, che però verso l’alto non risulta liscio dando così l’impressione di un lavoro non terminato. Ma perché è così piccola?
Alcuni, frettolosamente, affermano che forse non c’era abbastanza spazio a sinistra della Piana di Giza, o che, forse, il costo di costruzione era troppo alto.
In realtà, come oggi si ritiene, le tre piramidi di Giza riproducono la configurazione delle tre stelle della cintura della Costellazione di Orione. La Piramide di Micerino corrisponderebbe alla posizione della stella Mintaka, apparentemente la più piccola delle tre. Quindi le ragioni sarebbero di tipo analogico.
cintura-di-orione
Mintaka è la stella più occidentale della Cintura, in quanto Alnilam e Alnitak sono osservabili, rispettivamente, a poco meno di 2° e a poco meno di 4° a sud-est da essa.
Un altro aspetto davvero curioso che Micerino condivide con le altre due piramidi è il fatto che queste strutture, in realtà, sono costituite da otto lati invece di quattro.
Questo fenomeno è visibile solo dall’alto, durante l’alba e il tramonto degli equinozi di primavera e autunno, quando il sole proietta ombre sulle piramidi che rivelano la particolare conformazione a otto lati.
piramide-otto-lati
Perchè i costruttori hanno progettato e realizzato una caratteristica così difficile da vedere? È stata semplicemente una sofisticata scelta estetica, oppure dietro c’è una ragione pratica a noi sconosciuta?
Infine, le pietre di granito che rivestono l’esterno della piramide di Micerino hanno delle curiose sporgenze, caratteristica riscontrata in alcuni siti archeologici dell’America precolombiana, in particolare a Cuzco, Perù, una delle città Inca più conosciute.
giza-cuzco

Interno della Piramide

Sebbene non sia mai stato trovato nessuna mummia o cadavere, gli egittologi credono che le piramidi fossero luoghi di sepoltura per i faraoni egizi. Ma è davvero così?
L’interno della piramide è molto complesso. Presenta un ingresso a nord a circa 4 metri d’altezza che conduce in un tunnel rivestito di granito rosa di circa 32 metri e con un’inclinazione di 26° ed un successivo grande corridoio di circa 13 metri di lunghezza, 4 metri di larghezza e 4 metri di altezza.
Questo corridoio sbocca nell’originale in una camera posta 6 metri sotto il livello del suolo che presenta una fossa nel pavimento che doveva accogliere un sarcofago e dalla quale parte un corridoio che conduce nel nulla.
piramide-micerino-interno
Sconcertante la massiccia presenza del granito proveniente dalle lontane cave dell’Alto Egitto, pietra molto dura ed estremamente difficoltosa da lavorare.
Una caratteristica notata dagli studiosi è che i segni lasciati sulle pareti dagli attrezzi degli operai egizi indicano con certezza che il primo corridoio inferiore è stato scavato dall’interno verso l’esterno mentre il secondo, quello superiore esattamente dall’esterno verso l’interno.
Dunque, sebbene piccola e poco valorizzata, la Piramide di Micerino solleva una serie di questioni pari a quelle delle sorelle maggiori, spingendoci a esplorare più profondamente la mentalità di chi ha fatto il lavoro, lo scopo dello sforzo e, soprattutto, il periodo di realizzazione.

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