lunedì 13 aprile 2015

SCOPERTE TRACCE DI UNA CIVILTÀ PERDUTA SORTA PRIMA DELLA COMPARSA DELLA FORESTA AMAZZONICA

Un gruppo di archeologi ha compiuto una straordinaria scoperta nel cuore dell'Amazzonia: i perimetri di centinaia di monumenti geometrici lasciati da una civiltà sconosciuta sorta prima che sorgesse l'attuale foresta foresta pluviale.


Uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences riporta la scoperta di una serie di misteriose linee e forme geometriche incise sul suolo dell'Amazzonia.
Secondo quanto riporta Discovery News, le tracce risalgono a migliaia di anni fa, prima ancora che la foresta pluviale amazzonica assumesse l'attuale forma.
Quale cultura abbia creato queste strutture e quel fosse il loro scopo rimangono un mistero, ma la loro scoperta apre un nuovo capitolo sulle culture preistoriche del Rio delle Amazzoni, prima dell'arrivo degli europei.

Inoltre, la scoperta getta nuova luce sulla storia evolutiva della foresta amazzonica: la questione è quella di capire se e quanto le popolazioni preistoriche hanno alterato il paesaggio in Amazzonia e in che modo hanno influenzato la sua evolozione.
Le prime tracce di fondamenta furono scoperte già nel 1999, dopo che grandi aree di foresta incontaminata sono state cancellate per far posto al pascolo per il bestiame. Da allora, sono state trovate tracce di centinaia di strutture in una regione che copre più di 240 km di diametro, dal nord della Bolivia, fino allo stato brasiliano di Amazonas.
Come riporta Ancient Origins, i fossati sono state scolpiti nei terreni ricchi di argilla della foresta amazzonica e in genere sono ampi 9 metri di larghezza per 3 metri di lunghezza. Il fossato più grande è rappresentato da un incredibile anello con un diametro di 300 metri.
I "geoglifi" possono essere individuati nelle zone prive di alberi utilizzando Google Earth. La maggior parte delle tracce sono raggruppate su un altopiano di circa 200 metri di altezza, il che fa supporre agli scienziati che la posizione fornisse un qualche vantaggio difensivo agli abitanti.Tuttavia, alcuni hanno anche ipotizzato che i monumento potessero avere una funzione cerimoniale, a causa della configurazione altamente simbolica dei tumuli. "Sia che fossero siti cerimoniali o siti difensivi, è evidente che la zona era densamente popolata da gente relativamente sedentaria, prima del contatto con gli europei", spiega Denise Schaan dell'Università Federale del Parà, Brasile, e coautrice dello studio.
La dottoressa Schanna stima che la costruzione di strutture simili avrebbe richiesto l'impiego di almeno 300 persone. Ciò indica una popolazione regionale di almeno 60 mila persone. Dunque, il Rio delle Amazzoni pullulava di società complesse in un tempo abbastanza remoto.
Gli scavi di alcuni siti hanno rivelato l'esistenza di abitazioni permanenti, grazie al ritrovamento di ceramiche domestiche, carbone e molatura di frammenti di pietra. I risultati gettano seri dubbi sugli studi precedenti, secondo i quali la zona era interessata solo da piccoli villaggi temporanei.
All'epoca della prima scoperta dei geoglifi, si riteneva che essi risalisse al 200 d.C. Tuttavia, il recente studio ha rivelato che in realtà le tracce sono molto più antiche. Grazie all'analisi di alcuni campioni prelevati da due laghi nei pressi dei terrapieni, John Francis Carson, autore dello studio e post-dottorato presso l'Università di Reading nel Regno Unito, ha potuto stabilire un'età di circa 6 mila anni.
I sedimenti, infatti, contengono grani di antichi pollini e tracce di carbone di antichi incendi avvenuti molto tempo fa, rivelando informazioni sul clima e l'ecosistema che esisteva quando il sedimento si è formato.
I risultati suggeriscono che i sedimenti più antichi non provengono da un ecosistema tipico della foresta pluviale. Questo mostra che il paesaggio amazzonico dell'epoca era molto più simile alla savana africana più che alla lussureggiante foresta odierna.
"Il polline di quel periodo di tempo proviene soprattutto da erbe e poche specie resistenti alla siccità", continua Carson. "Dopo circa 2 mila anni, sempre più polline da albero compare nei campioni, con una diminuzione delle specie resistenti alla siccità e un aumento dei sempreverdi. Questi cambiamenti sono stati in gran parte favoriti dall'aumento delle precipitazioni".
Carson e colleghi hanno anche voluto approfondire la questione se i primi Amazzoni hanno avuto un qualche impatto sull'evoluzione della foresta. "Le tracce lasciate sul terreno sono anteriori al cambiamento della flora amazzonica. Gli Amazzoni hanno creato le strutture prima che la foresta sorgesse intorno a loro", spiega il ricercatore. "Le popolazioni hanno continuato a vivere nella zona mentre l'area boschiva si ampliava. Probabilmente, hanno mantenuto regioni disboscate intorno alle loro strutture".
Secondo i ricercatori, questa conclusione ha una sua logica intrinseca: è più facile tagliare un alberello appena spuntato che un grande albero amazzonico con un'ascia di pietra. "È molto probabile che le persone possano aver avuto qualche effetto sulla composizione della foresta", continua Carson. "La gente potrebbe aver favorito la crescita di specie commestibili, alterando i terreni, la chimica del suolo e la sua composizione".

Dunque, "le persone hanno influenzato il sistema climatico globale attraverso l'uso del territorio non solo negli ultimi 200-300 anni, ma per migliaia di anni", conclude Carson.
La ricerca sembra aprire un nuovo capitolo nella comprensione della storia evolutiva della Foresta Amazzonica e sulle popolazioni preistoriche che l'hanno abitata, la cui identità rimane un autentico mistero. Ma come ammettono Carson e colleghi, "questo tipo di studio in Amazzonia è appena cominciato".

SCOPERTO IN TURCHIA UN GIGANTESCO LABIRINTO DI GALLERIE SOTTERRANEE

Una vera e propria città sotterranea sta venendo fuori dalle ricerche condotte nel sottosuolo di Nevşehir, Turchia. Secondo gli esperti, è probabile che ci troviamo di fronte alla città sotterranea più grande e complessa del mondo.

Nevşehir

Nel 2012, una vasta rete di gallerie sotterranee è stata scoperta fortunosamente da alcuni operai nella provincia di Nevşehir, in Anatolia centrale, Turchia.
A due anni dalla sua scoperta, l’enorme labirinto di corridoi scavati nella roccia sta assumendo la fisionomia di un’antica città sotterranea che, secondo gli esperti, potrebbe essere la più grande e complessa del mondo.
Le scansioni del georadar suggeriscono che la struttura si sviluppa in profonditàsu più livelli, con un’estensione pari a circa 65 campi da calcio. È probabile che vi siano spazi abitativi, cucine, cantine, cappelle e scale.
Quello che attualmente è certo è che il livello di complessità architettonica della città sotterranea di Nevşehir farebbe impallidire altri siti famosi che si trovano nella regione.
Le prime stime indicano che la città potrebbe essere di un terzo più grande diDerinkuyu, la vicina città sotterranea scoperta nel 1936, dopo che un uomo scoprì un passaggio segreto all’interno della sua casa che dava sull’incredibile dedalo di tunnel.
Gli archeologi ritengono che la città di Nevşehir sia stata abitata da una comunità agricola circa 5 mila anni fa. «Questa nuova scoperta si aggiunge come una nuova perla al tesoro rappresentato da una regione piena di tesori», ha detto al Telegraph Hasan Unver, il sindaco della vicina Nevşehir.
La struttura sotterranea è stata trovata grazie all’intervento fortuito di una squadra di operai edili, i quali erano impegnati in una serie di demolizioni di centinaia vecchi edifici volute dal governo turco nell’ambito di un progetto di rinnovamento urbano.
Secondo quanto riportano i media turchi, gli operai si sono imbattuti nel labirinto di tunnel mentre stavano spostando dei cumuli di terra. Dopo la scoperta, e con l’intervento di esperti qualificati, nel marzo del 2014 è cominciato il processo di pulizia dei tunnel che una volta terminato dovrebbe poter consentire l’accesso al sito da parte dei visitatori.
La città sotterranea di Nevşehir è solo una delle decine di città sotterranee che è possibile ammirare nel paesaggio roccioso dell’antica regione della Cappadocia.
Queste immense strutture, scavate dalle antiche popolazioni della regione, si sviluppano nel sottosuolo per migliaia di metri. Nonostante la ricca documentazione archeologica, l’origine e lo scopo di queste città nascoste rimane in gran parte sconosciuto.

sabato 11 aprile 2015

UNA VECCHIA STORIA INDIANA SU UNA MISTERIOSA RETE DI GROTTE SOTTERRANEE ANTICA MIGLIAIA DI ANNI

Numerose leggende narrano dell'esistenza di mondi sotterranei abitati da esseri semidivini che, in qualche modo, influenzano le sorti della vita degli abitanti della superficie. La tribù dai nativi Sioux tramanda del viaggio di Cavallo Bianco verso il centro della Terra.

città-sotterranea

Molte culture del nostro pianeta hanno tramandato storie di misteriosi mondi posti sotto la superficie terrestre.
Incredibilmente, molte di queste strane città sotterranee esistono realmente. Basti pensare all’enigmatico sito sotterraneo diDerinkuyu.
In altre parti del mondo sono state scoperte intere reti sotterranee di tunnel scavate da uomini antichi, alcune delle quali lunghe diversi chilometri.
Alcuni ricercatori ritengono addirittura che sotto la superficie della Terra ci sia un’enorme sistema di gallerie segrete e corridoi in grado di collegare città e persino continenti.
Il problema è che conosciamo solo una piccola parte di questo mondo misterioso che si trova sotto i nostri piedi. Dunque, quando si parla di racconti di esplorazione di mondi sotterranei, ci troviamo sulla linea di confine tra la leggenda e la storia.
Uno di questi racconti è tramandato dalla tribù dei nativi americani Sioux. Il protagonista del racconto è un vecchio della loro tribù chiamato “Cavallo Bianco”.
Un giorno, mentre partecipava ad una caccia al bisonte in quella che oggi una delle aree della California, Cavallo Bianco trovò un insolito varco nella roccia. Incuriosito dall’anfratto, il vecchio sioux entrò nell’apertura, trovandosi poco dopo davanti ad un tunnel lungo, molto lungo.
Deciso a scoprire dove portasse la galleria, Cavallo Bianco si inoltrò all’interno del passaggio, fino a quando non notò una luce verdastra molto debole alla fine del tunnel. Fu lì che ebbe l’incontrò incredibile con due sconosciuti: un uomo di pelle bianca e una donna dai capelli biondo oro, entrambi seduti nel mezzo di una grande sala.
Guardandoli, il vecchio aveva avuto l’impressione che i due fossero addolorati per qualcosa. Facendosi forza, chiese loro il motivo della loro disperazione, scoprendo così che il figlio della coppia era morto ucciso da poco tempo.
Poi, i due si presentarono a Cavallo Bianco affermando di essere abitanti del mondo sotterraneo e che, nonostante sapessero dell’esistenza del mondo esterno, non avevano mai avuto occasione di vedere qualcuno della superficie. Da parte sua, il vecchio sioux spiegò loro di aver avuto accesso al loro mondo sotterraneo solo accidentalmente.
Durante il lungo incontro, la coppia descrisse a Cavallo Bianco il modo in cui si svolgeva la vita nel mondo interno. Inoltre, gli rivelarono che gli antenati dei nativi americani provengono proprio dal mondo interno e che sono in qualche modo legati ad un’antica razza antidiluviana proveniente dal continente sommerso di Atlantide.
Quando Cavallo Bianco decise di tornare in superficie, i due donarono all’anziano sioux una sorta di talismano, un misterioso pezzo di ferro che aveva la capacità di emettere un’insolita luce in grado di fondere le rocce, tagliare gli alberi e cambiare la sabbia in pietra!
L’anziano uomo non volle mai separarsi dal suo prezioso talismano, il quale lo accompagnò per tutta la sua vita. Quando morì, l’incredibile oggetto fu seppellito insieme a Cavallo Bianco.
A prima vista, l’avventura di Cavallo Bianco sembra essere nient’altro che una fiaba o una leggenda. Tuttavia, secondo il dottor Harold T. Wilkins (1891-1960), storico e giornalista britannico, sovente le leggende fanno riferimento ad un qualche evento realmente accaduto.
Wilkins scoprì che l’intrigante storia dei Sioux presentava molte somiglianze con le storie tramandate dalle altre tribù native d’America.
Tra i Shoshone e Apache, per esempio, vi è la credenza comune dell’esistenza di un’antica rete sotterranea, piena di grotte e cunicoli segreti. Essi credono che il luogo di origine dei loro antenati sia nel sottosuolo.
Per sfuggire al cataclisma globale che cancellò, tra l’altro, il grande continente al centro dell’Atlantico, i superstiti ripararono nel sottosuolo delle terre rimaste emerse, scavando dei rifugi che divennero vere e proprie città sotterranee.
Dopo alcuni anni, quando le condizioni climatiche e geologiche della Terra si normalizzarono, alcuni dei superstiti tornarono in superficie per dare inizio ad una nuova storia (di cui noi siamo gli eredi). Gli altri sopravvissuti, ormai abituati alla vita nel sottosuolo, continuarono a vivere e a prosperare sotto terra.
Anche se molti studiosi relegano Atlantide nel mondo della leggenda e del mito, per i nativi americani il continente perduto è realmente esistito, credendo che i loro antenati siano in qualche modo legati ai superstiti del mondo antidiluviano andato distrutto.
Il primo occidentale a parlare di Atlantide è stato Platone, raccontandone gli splendori e l’improvvisa scomparsa. Tuttavia, i nativi americani quasi certamente non hanno mai letto le opere di Platone.

mercoledì 8 aprile 2015

L’ETÀ DEGLI DEI: I MITI GIAPPONESI CHE RACCONTANO DI QUANDO LE DIVINITÀ CAMMINAVANO SULLA TERRA

Come nella maggior parte dei miti di creazione delle culture terrestri, anche il Giappone tramanda di un'epoca d'oro durante la quale gli dei “creatori” camminavano sul nostro pianeta e governavano le società umane. Chi erano questi dei? Visitatori di altri mondi scambiati per divinità?

Izanagi e Izanami

La mitologia giapponese è raccolta in un’unica opera chiamata Kojiki(古事記, letteralmente “cronaca di antichi eventi”), un’opera in tre libri scritta in giapponese antico.
La redazione finale del testo è stata eseguita nel 712 d.C., raccogliendo in un’unica opera una serie di documenti che tramandavano i fatti dell’epoca antica del Giappone.
Queste singole fonti, a loro volta, prima di essere fissate su documenti scritti, erano tramandate oralmente attraverso le generazioni.
Il testo inizia con il racconto mitologico della creazione del Cielo e della Terra e la creazione dell’uomo. Inoltre, vengono raccontate le vicende di varie divinità che erano sulla terra all’alba dei tempi. Infine, vengono narrate le origini mitologiche del Giappone, della dinastia Yamato e delle maggiori famiglie nobili.
Il primo tempo viene descritto come Jindai moji o Kamiyo moji (神代文字“personaggi dell’Età degli Dei”), un’epoca in cui una Terra desolata vede la discesa di due entità, Izanagi e Izanami (oltre ad essere fratello e sorella, i due sono anche amanti), intenzionate a dare forma e vita al pianeta.
Si narra che il primo gesto di Izanagi ed Izanami fu quello di far sorgere le terre dall’oceano e mescolarle con una lancia chiamata Ame-no-nuhoko. Con il fango che si ammassò colando dalla lancia ebbe origine la prima isola: Onogaro-Shima (il Regno Terreno).
In seguito gli dei crearono altre otto grandi isole che divennero la terra di Yamato, il Giappone. Le due divinità abbandonarono il Regno del Cielo e stabilirono la loro nuova dimora sulla Terra.
«Izanagi e Izanami scesero su quella piccola isola e là innalzarono un palazzo. Ma il loro lavoro era appena iniziato: a parte quel piccolo scoglio deserto, il mondo era ancora una massa di acqua senza forma. Non vi era nulla: né piante né animali né creature viventi, e il paesaggio era piatto e spoglio. Izanagi e Izanami cominciarono a riflettere su come proseguire la loro opera di creazione».
Dall’unione di Izanagi e Izanami nacquero il dio del mare O-Wata-Tsu-Mi, il dio delle montagne O-Yama-Tsu-Mi, il dio degli alberi Kuku-no-chi e il dio del vento Shina-Tsu-Hiko. La nascita dell’ultimo dio, quello del fuoco Kagu-tsuchi, costò la vita ad Izanami. Così si legge:
«Purtroppo, nel dare alla luce il dio del fuoco, Izanami si ustionò il ventre e morì. La donne fu sepolta sul monte Hiba, nella penisola di Izumo. Izanagi molto si dolse della morte della moglie».
È strano leggere della morte di una divinità, che per definizione dovrebbero essere immortali. Dunque, Izanagi e Izanami erano creature mortali. Se così, chi erano veramente e da dove venivano?
«Allora Izanagi si mise in viaggio per il Profondo, lo Yomi-Tsu-Kumi, il paese dei morti che si trovava nel sottosuolo. Entrò in una caverna, e dopo aver percorso un lungo cunicolo, giunse a una strana costruzione che sprofondava ancor più nelle viscere della terra».
Izanagi, adirato, uccise il figlio e scese all’inferno con l’intento di condurre fuori la sua compagna dal mondo dei morti. Ma al suo arrivo, il dio scoprì che la sua sposa si era nutrita con il cibo infernale ed era diventata un demone malvagio. Izanagi fuggì in superficie ed Izanami restò nello Yomi-Tsu-Kumi divenendone la terribile regina.
I racconti mitologici giapponesi sono particolarmente interessanti perché trovano due paralleli decisamente notevoli.
Il primo è quello con la mitologia cinese, nella quale si racconta di esseri celesti discesi sulla terra in draghi volanti: costoro furono i primi sovrani cinesi che diedero inizio alla civiltà cinese e che sono conosciuti come i Tre Augusti: Fu Xi, Nüwa, Shen Nung.
Nüwa era la sorella di Fu Xi e ne divenne anche la sposa. Fu Xi e Nüwa venivano rappresentati sempre allacciati per la coda. Fu Xi tiene in mano una squadra, Nüwa invece un compasso. I due strumenti (ad oggi, ancora adoperati nella simbologia massonica) indicano che i due sovrani inventarono norme, regole, standard.
Il secondo parallelo notevole è con la mitologia egizia, nella quale si tramanda sempre di un fratello e di una sorella sposi (Osiride e Iside), dalla cui unione nacque Horus, il capostipite delle dinastie faraoniche.
Inoltre, come nello Kojiki, i Testi delle Piramidi parlano dello Zep Tepi, un periodo primordiale dal quale emerse l’ordine dal caos e nel quale gli dei governavano la Terra.
Come interpretare queste corrispondenze presenti in culture tanto lontane nello spazio e nel tempo? Se si tratta solo di racconti mitologici, è possibile che una civiltà ormai perduta fosse presente anticamente su tutto il pianeta, condividendo un unica cultura mitologica?
È se invece questi racconti mitologici fossero il ricordo lontano di un evento che ha impressionato i nostri antenati fino a convincerli a tramandare tali eventi alle generazioni future? È possibile che antichi viaggiatori di altri mondi siano stati scambiati per divinità dai nostri antenati? E se così fosse, in che modo hanno influenzato o alterato l’evoluzione biologica e culturale della specie umana?

GLI ANTICHI EGIZI CONOSCEVANO I PRINCIPI DELL’AVIAZIONE? SECONDO UN INGEGNERE MECCANICO, SÌ!

Sono ancora molti i segreti che le reliquie dell'Antico Egitto conservano gelosamente: piramidi incredibilmente sofisticate, sarcofagi finemente scolpiti, batterie elettriche e altri manufatti inspiegabili. Il più sorprendente è forse una scultura lignea trovata nel sito di Saqqara, un piccolo uccello nel quale, secondo un ingegnere meccanico, sarebbero riprodotti fedelmente i principi fondamentali dell'aviazione!

uccello-di-saqqara

Le piramidi di Giza e altri manufatti avanzati provenienti dall’Antico Egitto continuano a sconcertare archeologi e appassionati di archeologia.
Tra le tante reliquie del passato egiziano, una piccola scultura in legno farebbe pensare che gli antichi egizi conoscessero i principi generali dell’aviazione, cioè sapevano far volare un aeroplano!
Il piccolo manufatto è stato trovato nel 1898 in una tomba dell’antico santuario di Saqqara, in Egitto.
La figurina, classificata come la semplice rappresentazione di un uccello, è stata posizionata insieme ad altre sculture di volatili nel Museo del Cairo, fino a quando, nel 1969, il dottor Khalil Messiha, medico ed egittologo, non notò che la figurina somigliava in maniera sorprendente ai modellini di aereo con cui giocava da bambino.
uccello-di-saqqara-museo
Agli occhi di Messiha, quello non sembrava più un uccello, ma un modellino di un velivolo, cosa che chiaramente gli pareva impossibile.
«Gli altri uccelli esposti al museo avevano le gambe, questo invece non ne presentava. Le ali degli altri uccelli erano state dipinte, questo invece presentava ali spiegate scolpite», commenta John H. Lienhard, professore emerito di ingegneria meccanica presso l’Università di Houston. «Inoltre, gli altri uccelli avevano le piume sulla coda, proprio come un vero uccello. Questa strana scultura, invece, presenta quello che sembra un timone verticale».
L’artefatto ha una lunghezza di 14,2 centimetri e un’apertura alare di 18,3 centimetri. Pesa 39,120 grammi. Sulla parte anteriore sono visibili il becco e gli occhi, e la coda è posta stranamente in verticale. Fra il corpo e la coda è possibile vedere una linea di demarcazione.
Secondo il parere di Lienhard, la figurina, se fosse un aeroplano in scala, presenterebbe un’aerodinamica corretta, e questo non può essere solo una coincidenza.
I ricercatori ortodossi suggeriscono che la forma della coda sia in realtà una banderuola per il vento, forse collocata sulle barche sacre. Questa ipotesi sembrerebbe confermata da alcuni rilievi trovati nel Tempio di Khonsu a Karnak e datati al tardo Nuovo Regno, in cui si vedono banderuole simili che ornano la cima dell’albero maestro di tre barche usate durante le feste di Opet.
Tempio di Khonsu
Secondo altre interpretazioni potrebbe trattarsi di un giocattolo per bambini, o anche di un tipo particolare di boomerang.
Ma Lienhard è convinto che non si tratti di una semplice banderuola, nè di un giocattolo. Anche se il sito di Saqqara è antico di migliaiai di anni, il modellino è più recente, prodotto intorno al 3° secolo a.C.
«Il terzo secolo a.C. è stato un periodo di grande ingegno. Il cosiddetto “periodo ellenistico” ci ha dato ingranaggi, viti, impianti idraulici, valvole di controllo, la geometria di Euclide e di Archimede e l’Astronomia di Tolomeo», riporta Lienhard.
Non sorprenderebbe, dunque, che in questo periodo di grande fermento inventivo qualcuno abbia potuto intravedere i principi del volo moderno. Bisognerà attendere 1800 anni prima che Leonardo da Vinci concepisca velivoli che sbattono le ali ed elicotteri “cavatappi”.elicottero-leonardo
Forse, la reliquia di Saqquara mostra l’ingegno di un egiziano che per primo ha intuito i principi fondamentali per far volare un aliante moderno. Dunque, si tratta solo di un modellino?
«In realtà, nessuno avrebbe potuto concepire un modello così vicino alla realtà senza ispirarsi a qualcosa di esistente su una scala più ampia», spiega Lienhard. «Questo piccolo modello in legno non potrebbe esistere, a meno che qualcuno non abbia lavorato con un modello reale». Quindi l’uccello di Saqqara potrebbe essere un modello in scala di qualcosa che è esistito realmente.
«Gli archeologi hanno cercato invano un prototipo del genere. Un grande modello abbastanza leggero per volare sarebbe comunque troppo delicato per sopportare il trascorrere di 2300», continua Lienhard. «L’originale – se mai sia esistito – è da tempo diventato polvere del deserto».
Così, questo antico “aliante egiziano”, partorito dal mondo dei sogni e dell’immaginazione di un uomo geniale del tempo antico, è tornato proprio lì da dove era uscito. In mancanza di prove, non sapremo mai se l’uccello di Saqqara rappresenta un tentativo reale, o anche un tentativo riuscito, di costruire la prima macchina volante della storia.

sabato 4 aprile 2015

Levitazione con uso del Suono. Tecnologia persa, conosciuta nell’antichità dalle civiltà megalitiche scomparse?!

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.
Disseminate su una vasta area, si trovano varie strutture megalitiche, soprattutto templi, e numerosi monoliti scolpiti e blocchi da costruzione caduti del peso di 100 tonnellate ciascuno. Prima di essere ricostruita in epoca moderna, gran parte di quel che restava di Tiahuanaco giaceva al suolo, come se l’avesse rovesciata una mano invisibile di immensa potenza distruttiva. In realtà la sua fine fu determinata molto probabilmente da una serie di calamità naturali come terremoti e inondazioni – eventi che probabilmente fecero innalzare il lago Titicaca dal livello del mare alla sua altitudine attuale di oltre tremila metri.
La datazione della città è controversa, È molto antica, quanto nessuno è in grado di dirlo; tuttavia nel 1911 un’indagine approfondita svolta dall’autorevole archeologo Arthur Posnansky, professore dell’università di La Paz, ne attribuì la data di fondazione intorno a1 10.000 a.C., presumibilmente durante le catastrofi planetarie che accompagnarono la fine dell’ultima Era Glaciale. Successivamente altri importanti studiosi confermarono la grande antichità di Tiahuanaco, anche se archeologi e storici convenzionali generalmente datano il sito appena al 700 d.C.
Il pezzo principale delle rovine della città è la Porta del Sole, un gigantesco portale in pietra del peso di una decina di tonnellate, sulla cui facciata è scolpita una figura maschile che impugna due lunghi bastoni. Si tratta del leggendario fondatore di Tiahuanaco, Ticci Viracocha, o Thunupa, che emerse da un’isola al centro del lago all’inizio del tempo, e con i suoi seguaci, detti “”i viracocha””, fondò la città prima di spostarsi a nord, diffondendo la civiltà ovunque andasse.-
Una leggenda, narrata dai locali indios aymara a un viaggiatore spagnolo che visitò Tiahuanaco poco dopo la conquista, parla della fondazione della città avvenuta all’epoca della Chamac Pacha, o Prima Creazione molto prima dell’ arrivo degli incas. I primi abitanti, dotati, secondo la legenda, di poteri soprannaturali, erano capaci di sollevare miracolosamente dal terreno le pietre che “”… venivano trasportate dalle cave di montagna attraverso l’aria al suono di una tromba””.
La Bolivia è agli antipodi dell’Egitto, eppure abbiamo qui una testimonianza che fa pensare che anche gli antichi popoli delle Americhe conoscessero proprietà del suono che vanno al di là della nostra comprensione.
Da dove nascevano questi miti se non erano basati su qualche realtà storica? È possibile che esista un legame tra tradizioni così lontane fra di loro?
A Giza come a Tiahuanaco è stata attribuita una data di fondazione che risale a prima della fine dell’ultima Era Glaciale, 15000-I0000 a.C. circa. è possibile che una tecnologia acustica sia stata esportata in diverse regioni della terra da una cultura globale finora sconosciuta?
Gli indios aymara boliviani e peruviani raccontarono ai primi viaggiatori e storici spagnoli che Viracocha non era soltanto un civilizzatore e un operatore di portenti, ma anche uno scultore, un agronomo e un ingegnere che “”fece sì che terrazze e campi si formassero sui fianchi ripidi dei burroni, e mura di sostegno sorgessero a puntellarli””. Ma diversamente da loro, Ticci Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche.
Portava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e possedeva un “”fare autorevole””. Innumerevoli volte il grande portatore di sapere venne raffigurato così nel folclore e nelle leggende del Sud America, sottolineando il suo evidente aspetto caucasico. Cosa strana, poi, proprio a lui fu attribuita la capacità di muovere i blocchi di pietra con mezzi misteriosi. Un racconto ce lo presenta mentre per primo crea un “fuoco” celeste, che “si spegneva al suo comando, ma le pietre non venivano consumate così che i grandi blocchi potevano essere sollevati con le mani, come fossero di sughero”. Chi erano, esattamente, questi viracocha, e perché veniva loro attribuita la capacità di spostare i blocchi di pietra solo mediante mezzi soprannaturali?
Solo con un fischio
Spostandoci a nord della penisola messicana dello Yucatán, troviamo, nascosti nel fitto della foresta, gli antichi templi dei maya, una civiltà precolombiana dotata di una cultura incredibilmente evoluta. Il loro straordinario impero fiorì nel primo millennio dell’era cristiana, ma è chiaro che avevano ereditato le loro profonde conoscenze da una cultura molto precedente. I maya erano indicibilmente ossessionati non solo dai cicli del cielo e dai movimenti delle stelle ma anche dal passaggio del tempo. Il loro complesso calendario, per esempio, poteva calcolare con precisione date di centinaia di milioni di anni addietro, individuando esattamente il giorno e il mese in cui un certo giorno cadeva.
Uno dei complessi di templi più misteriosi lasciatici dai maya è quello di Uxmal, realizzato, secondo la leggenda, da una razza di nani. Più strana, però, è l’informazione che una leggenda maya ci dà su questi mitici nani: “Per loro il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. A questi potenti nani erano dovute tutte le più antiche realizzazioni del tempo della Prima Creazione, per le quali dovevano solo “fischiare perché le pietre si mettessero nelle costruzioni nella giusta posizione o perché la legna da ardere venisse da sola dalla foresta fino al focolare”.
Nonostante questi poteri soprannaturali, i nani sarebbero stati distrutti da un grande diluvio, anche se molti avevano tentato di mettersi in salvo nascondendosi sottoterra in “grandi serbatoi di pietra come le riserve d’acqua sotterranee, che loro vedevano come barche”.
Troviamo qui, ancora una volta, astratte e forse confuse storie su una razza prediluviana capace di usare il potere del suono per costruire mura di pietra. È facile etichettare questi racconti come fantasie di ignoranti, ma i popoli dell’Egitto e delle Americhe non erano i soli a impiegare il suono nella costruzione dei loro più antichi monumenti.
Costruito al suono di una lira
Secondo gli autori classici greci, Tebe, capitale della Beozia – un antico regno situato a nord ovest di Atene – fu fondata dal fenicio Cadmo, famoso viaggiatore e civilizzatore. Questa grande città, detta Cadmeia in onore del suo fondatore, sarebbe stata completata da un figlio di Zeus di nome Anfione. La cosa più singolare è che Anfione era capace di spostare grosse pietre al suono di una lira, e in questo modo poté costruire le mura di Tebe. Pausania, il geografo greco del secondo secolo dopo Cristo, parla infatti di Anfione che costruisce le mura della città “alla musica della sua lira”, mentre i suoi “canti attiravano dietro di lui perfino le pietre e gli animali”. Anche Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava “forte e chiaro accompagnandosi con la lira d’oro, seguito passo passo da grandi massi”.
Si tratta di semplici favole, basate su invenzioni ed esagerazioni letterarie molto più antiche, o rappresentano in qualche modo la memoria confusa di un tempo in cui gli abitanti di Tebe, uniti sotto un fondatore chiamato Anfione, erano in grado di usare il suono della lira per spostare massi e innalzare mura?
Sembra incredibile, ma se tradizioni del genere poggiano davvero su ricordi alterati di eventi reali, potrebbero contenere importanti informazioni sulle origini di questa tecnologia perduta. Le tradizioni riguardanti Cadmo indicano chiaramente che Tebe fu fondata da immigrati fenici che dovettero stabilirsi qui nel terzo o secondo millennio a.C. Cadmo, si dice, introdusse in Beozia l’alfabeto fenicio e il culto di divinità fenicie ed egizie, quindi è possibile che abbia portato con sé, dalla sua terra di origine, anche eventuali conoscenze relative alla tecnologia sonica.
La Fenicia era sede di una grande civiltà marinara fiorita verso il 2800 a.C. nella regione del Mediterraneo orientale che oggi comprende il Libano e la Siria nordoccidentale. Era costituita da una serie di città-stato, ciascuna con un proprio governo e una propria cultura, unite solo dal commercio, dalla religione e dall’abilità nella navigazione. I fenici erano i più grandi marinai dell’antichità, ma essi stessi dicevano di avere appreso le tecniche marinare da una precedente razza di dei.
L’ideazione di Betulia
Come la mitologia classica, le leggende fenicie parlano di un’età dell’oro che precedette la storia ufficiale, quando gli dei e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri. L’argomento è trattato negli scritti di Sanchoniatho, il più antico storico fenicio di cui abbiamo conoscenza, che visse prima delle guerre di Troia, intorno al 1200 a.c.. Egli parla del dio Urano, o Cielo, fondatore della prima città chiamata Biblo, che ancora oggi è un fiorente porto libanese. Da qui la razza degli dei colonizzò l’intera sponda orientale del Mediterraneo. Sanchoniatho ci informa anche che uno degli dei, Taautus (il Thoth egiziano, l’inventore della scrittura), fondò la civiltà egizia.
Sapendo tutto ciò, mi incuriosì la scoperta negli scritti di Sanchoniatho di un riferimento alquanto ambiguo alla levitazione delle pietre. Senza fornire alcuna spiegazione, lo storico fenicio afferma che Urano “ideò Betulia creando pietre che si muovevano come dotate di vita propria”.
La parola Betulia indica in questo contesto grandi pietre grezze di dimensioni ciclopiche. È possibile che questa cultura fenicia di Biblo, che Sonchoniatho identifica con una razza di dei, possedesse la capacità di sollevare i blocchi di pietra usando la potenza del suono? Potrebbero gli dei aver trasmesso questa capacità ai loro discendenti fenici, che a loro volta la portarono in Beozia al tempo di Cadmo e Anfione? E se così fosse, da dove potrebbe essere giunta questa conoscenza sulla tecnologia del suono?
Tanto i fenici quanto i loro contemporanei greci, i micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. Un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Aradus, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno, come nella figura .
È inutile dire che esiste una netta somiglianza tra queste strutture ciclopiche e quelle della piana di Giza, in Egitto. Sappiamo che già nel 4500 a.C. popoli di una cultura prefenicia avrebbero navigato non solo nel Mediterraneo ma anche lungo la costa atlantica oltre lo stretto di Gibilterra. È possibile che questo popolo marinaro prima sconosciuto abbia in qualche modo ereditato l’uso della tecnologia del suono da una cultura ancora più antica: forse gli dei degli Anziani dell’Egitto?
Si sa che Biblo era un’attiva cittadina già attorno al 4500 a.C., e che nel 3000 a.C. circa era diventata una civiltà marinara che intratteneva scambi commerciali con paesi come Creta e l’Egitto. Molti studiosi sono propensi a credere che Biblo ebbe un suo ruolo importante nella nascita dell’Egitto faraonico. È dunque possibile che una cultura abbia ereditato dall’altra la conoscenza della tecnologia del suono? E quale fu delle due che ereditò? A questo problema, almeno per il momento, non c’è una risposta chiara. È il caso però di ricordare che fu attorno al 3500 a.C. che in Egitto si cominciò ad applicare quell’incredibile tecnica litica che, come ho già mostrato, utilizzava attrezzi ad alta tecnologia quali seghe lineari e circolari, torni meccanici e trapani a ultrasuoni.
Per il momento è sufficiente sapere che le tradizioni che collegano il suono alla costruzione di edifici sono universali e non limitate a una particolare etnia, cultura, religione o a uno specifico continente. Ciononostante, gli scettici diranno che leggende del genere sono tutte nate semplicemente dalla superstizione. Per giunta, quando anche fossero “reali”, non ci direbbero praticamente nulla sui metodi eventualmente impiegati nell’antichità per ottenere la levitazione sonica.
Ciò di cui avevo bisogno erano resoconti più affidabili sulla tecnologia sonica e dopo lunghe ricerche trovai quello che cercavo: la testimonianza diretta di due viaggiatori occidentali che avevano assistito all’uso di questa tecnologia, in Tibet, nella prima metà del ventesimo secolo: le due storie sono state entrambe raccolte negli anni cinquanta dall’ingegnere e scrittore svedese Henry Kjellson.
Lo strano caso del dottor Jarl
Il primo caso riguarda un medico svedese, a cui Kjellson attribuisce il nome fittizio di “Jarl”. Negli anni Venti o Trenta – la data esatta non viene fornita – Jarl accettò l’invito di un amico tibetano di andare a trovarlo al suo monastero, situato a sud-ovest della capitale Lhasa. Fu durante il suo anno sabbatico che Jarl avrebbe assistito alla levitazione di blocchi di pietra, alti e profondi un metro e larghi uno e mezzo, mediante l’uso del suono.
L’evento avrebbe avuto luogo in un prato vicino, leggermente in salita verso una parete montuosa orientata a nord-ovest.
Jarl aveva notato che a circa 250 metri sulla parete rocciosa si apriva l’imboccatura di una grande caverna preceduta da un’ampia cornice, accessibile solo tramite funi calate dalla cima dello strapiombo. Qui i monaci stavano costruendo un muraglione in pietra. Notò anche che, a una distanza di circa 250 metri dalla base della parete, era stato interrato un grosso masso piatto, la cui superficie superiore mostrava un ampio avvallamento a tazza, profondo 15 centimetri. Circa 63 metri dietro la pietra interrata, un folto gruppo di monaci vestiti di giallo sembravano intenti a preparare un’operazione coordinata. Alcuni avevano enormi tamburi altri lunghe trombe, molti altri si stavano schierando in lunghe file, mentre uno dei monaci con una corda fornita di nodi segnava accuratamente la posizione di ciascuno. Jarl contò 13 tamburi e 6 trombe: gli strumenti erano situati a circa 5 gradi l’uno dall’altro, formando un arco di cerchio di poco più di 90 gradi centrato sul masso a tazza.
Dietro ogni strumento c’era una fila di otto o dieci monaci, la cui disposizione complessiva aveva l’aspetto di uno spicchio di ruota.
Al centro dell’arco c’era un monaco con un piccolo tamburo appeso al collo con una tracolla di cuoio. Ai suoi lati c’erano altri due monaci forniti di tamburi di media dimensione. Questi erano appesi a telai di legno con corregge di pelle fissate a un paio di bastoni che li attraversavano longitudinalmente fungendo da leve di direzione.
Da un lato e dall’altro di questi due tamburi c’erano altri monaci con le ragdon, enormi trombe lunghe tre metri. Al di là di questi, ai due lati, un altro paio di tamburi di media grandezza, poi una coppia di tamburi ancora più grandi, anch’essi sostenuti da telai di legno tramite cinghie di cuoio fissate ai bastoni.
Progredendo simmetricamente verso l’esterno sui due lati completavano questa vera e propria orchestra: altre due ragdon, altri quattro tamburi grandi (due per lato), altre due trombe e, infine, due ultimi tamburi (vedi figura sotto). I tredici tamburi erano ricoperti di pelle su un solo lato, e il lato aperto era puntato verso il masso a tazza.
Mentre Jarl osservava la scena, il primo blocco di pietra fu trascinato fino al masso su una slitta di legno trainata da yak.
Presto i monaci trasferirono il peso sull’avvallamento e si ritirarono per permettere l’inizio dell’operazione.
I diciannove strumenti erano tutti puntati come cannoni verso il blocco di pietra, e quando tutto e tutti furono al loro posto, il monaco con il tamburo piccolo cominciò a salmodiare ritmicamente con voce bassa e monotona, battendo con una mano sul lato dello strumento ricoperto di pelle.
Questo emise un suono secco e duro che colpì dolorosamente le orecchie di Jarl. Per tutta risposta, le ragdon suonarono e gli altri tamburi furono percossi con grosse mazze lunghe 75 centimetri e con la testa coperta di pelle.
Di ciascun tamburo si prendevano cura due monaci, che vi battevano a turno.
A parte il monaco con il tamburo piccolo, nessuno pronunciò una parola.
Mentre quella strana cacofonia continuava, Jarl tentò di imprimersi nella mente la sequenza dei tamburi. Il ritmo inizialmente era molto lento, poi prese una tale velocità che egli ben presto non riuscì più a seguirlo: il loro pulsare si fuse diventando un muro compatto di suoni. Incredibilmente, il suono acuto del tamburo piccolo riusciva a penetrare il fragore combinato di trombe e tamburi. Questo gli fece pensare che era usato per segnare il tempo.
Passarono quattro minuti senza che accadesse nulla di insolito.
Poi, all’improvviso, il blocco di pietra prese a ondeggiare leggermente, come se stesse perdendo peso, infine si sollevò in aria, oscillando da una parte e dall’altra.
Poi si alzò, mentre trombe e tamburi venivano inclinati nella sua direzione.
La pietra saliva sempre più in alto, accelerando la velocità e compiendo, secondo le parole di Jarl, un arco di parabola dirigendosi verso l’imboccatura della grotta.
Alla fine, mentre i monaci continuavano a soffiare nelle trombe e a picchiare sui tamburi, il blocco giunse a destinazione piombando di peso sulla cornice con tale forza che mandò polvere e schegge di pietra dappertutto.
Poi, improvvisamente, cadde il silenzio. Volgendo lo sguardo al gruppo dei monaci, circa 240, Jarl notò che nessuno di loro sembrava minimamente colpito da quell’esperienza. Subito fu portato un altro blocco di pietra e l’operazione si ripeté nello stesso modo.
Per alcune ore Jarl poté vedere che con questo metodo furono trasportati dai cinque ai sei blocchi all’ora.
Ogni tanto una pietra piombava sulla piattaforma con tale forza da andare in pezzi. Quando questo accadeva, i monaci che lavoravano nella caverna si limitavano a spingere i frammenti giù dalla cornice.
Jarl ammise di non essere riuscito a capire la funzione dei 200 monaci circa, in file di otto o dieci, dietro l’arco dei diciannove strumenti. Non emettevano alcun suono, limitandosi a osservare il tragitto di volo dei blocchi di pietra che salivano verso la parete.
A suo parere potevano essere lì per imparare la tecnica, o eventualmente per rimpiazzare i monaci che battevano sui tamburi e soffiavano nelle trombe. Oppure, concluse, per conferire un’atmosfera religiosa alla scena o magari avevano usato una forma di psicocinesi coordinata per agevolare il volo delle pietre.
L’aspetto più rivelatore del racconto è la meticolosità dei dettagli con cui Jarl registra il procedimento svoltosi quel giorno.
Annota ogni distanza, ogni angolo, ogni misura, riferendo anche dati apparentemente insignificanti. Sono troppe le informazioni presenti nella relazione conservata da Henry Kjellson per liquidarla come puro parto della fantasia.
La scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra su un masso a tazza al livello del suono, l’aumento graduale del suono delle percussioni, tutto fa pensare a una scienza esatta, a una tecnologia sonica ben nota alla comunità monastica visitata da Jarl. Una delle affermazioni più interessanti è quella che riguarda il modo in cui tutti gli strumenti erano costantemente puntati sul blocco di pietra, dall’inizio al momento in cui giungeva a destinazione.
Se è vero che le comunità monastiche tibetane usavano il suono per far levitare a grandi altezze blocchi di pietra, com’era possibile? Che cosa dobbiamo pensare dei 200 monaci schierati dietro i diciannove strumenti? Qual era la loro funzione?
Raggiungere una forma di psicocinesi coordinata, come sembra credere Jarl? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che l’idea di usare il potere della mente per muovere le rocce faceva parte un tempo della rigida pratica di meditazione nota come dogchen, una dottrina segreta trasmessa oralmente dai seguaci del lamaismo tibetano e da singoli sciamani appartenenti a una religione prebuddista che ha il nome di Bonpo.
Cantando in silenzio
Il resoconto di Jarl rappresenta un’affascinante testimonianza di un tipo di tecnologia sonica di cui il mondo oggi ha perduto la conoscenza. Di per sé potrebbe non essere molto di più, ma fortunatamente non è l’unico esempio conservato da Kjellson.
Nel 1939 l’ingegnere e scrittore svedese assisté a una conferenza tenuta da un cineasta austriaco, chiamato Linauer, sui suoi viaggi in Tibet. Kjellson ebbe l’occasione in seguito di discutere a lungo sulle sue affermazioni e, convintosi della loro autenticità, le incluse nel suo libro Forsvunnen teknil ( Tecnologia scomparsa ), pubblicato nel 1961. Quello a cui Linauer sosteneva di aver assistito confermerebbe il racconto di Jarl, e getta nuova luce su quanto sappiamo a proposito delle presunte tecniche ultrasoniche dei costruttori delle piramidi.
Linauer affermò che, mentre si trovava presso un monastero isolato nel nord del Tibet, negli anni Trenta, ebbe il privilegio di assistere a eventi davvero fuori del comune. Tra questi la dimostrazione che due curiosi strumenti sonori, usati in combinazione, erano in grado di sfidare le leggi della natura a cui la scienza ortodossa aderisce in modo così rigoroso.
Il primo di questi strumenti era un gong enorme montato verticalmente su un telaio di legno. Aveva un diametro di 3,5 metri ed era composto da tre diversi metalli: la sezione circolare al centro era d’oro massiccio, e attorno a questo c’era un anello concentrico di ferro puro; questi due metalli erano cinti da un terzo anello di ottone di estrema durezza, che apparentemente possedeva una certa elasticità. L’area centrale, invece, era così duttile che un’unghia vi lasciava il segno.
L’aspetto del gong faceva pensare ad un enorme bersaglio metallico. I1 suono che emetteva quando veniva percosso non aveva nulla a che vedere con quelli prodotti da strumenti simili, perchè invece di emettere una potente nota continua e sostenuta, produceva una sorta di tonfo sommesso che cessava quasi istantaneamente.
Il secondo strumento era anch’esso composto da tre diversi metalli, anche se Linauer non fu in grado di identificarli con esattezza. Secondo i suoi calcoli era alto 2 metri e largo 1 (Kjellson non fornisce la profondità), mentre la sua forma viene detta semiovale, simile a quella del guscio di una cozza.
Sopra la superficie concava erano tese longitudinalmente delle corde ed era sostenuto da una struttura che lo manteneva fisso in posizione leggermente rialzata. I monaci dissero a Linauer che quel curioso strumento a corda non veniva suonato né toccato, ma semplicemente cantava in silenzio, emettendo, secondo le parole di Kjellson, <<un’onda di risonanza non percepibile all’udito>> solo quando il gong veniva percosso producendo il suo suono caratteristico.
In combinazione con questi strani strumenti veniva usata una coppia di schermi, accuratamente posizionati in modo da formare un triangolo con i primi due, il cui scopo sembrava quello di raccogliere, contenere e riflettere l’<<onda di risonanza non percepibile all’udito>> emessa dallo strumento semiovale.
Quando fu il momento di una dimostrazione pratica, un monaco armato di una grossa mazza si avvicinò al gong e cominciò a colpirlo traendone una serie di brevi suoni a bassa frequenza che dovevano avere un effetto peculiare sui sensi dell’ udito.
Il gigantesco guscio di mollusco cominciò a emettere quella che immagino fosse una successione di ultrasuoni che, raccolti e deviati, provocavano una temporanea assenza di peso in blocchi di pietra.
Quando ciò avveniva, un monaco poteva sollevare con una sola mano una queste pietre. Linauer fu informato che con questa tecnica i loro antenati avevano potuto costruire la muraglia di protezione intorno all’intero Tibet.
I monaci gli assicurarono anche (ma di questo lui non fu testimone diretto che quegli strumenti, e altri simili, potevano essere usati per disintegrare o dissolvere la materia fisica.
Il prezioso racconto di Linauer sembrerebbe aggiungere argomenti a sostegno della tesi che isolate comunità monastiche nel Tibet più remoto fossero in grado di usare il suono per togliere peso alle pietre. Se riusciamo ad accettare come autentiche storie del genere, si rafforza la probabilità che le leggende arcaiche che in Egitto, in Bolivia, in Messico e nell’antica Grecia raccontano di mura, templi e perfino città costruite con strumenti sonori avevano una base reale, per quanto distorta. Inoltre, il racconto di Linauer sull’ “onda di risonanza” usata per “dissolvere la materia” conferma le scoperte di Christopher Dunn a proposito dell’ impiego degli ultra suoni per perforare il granito da parte dei costruttori delle Piramidi
Non disponiamo di elementi per capire come mai isolate comunità religiose tibetane praticassero forme di tecnologia sonica ancora nella prima metà del ventesimo secolo. È possibile che le avessero ereditate da qualche cultura precedente, prebuddista, come quella dei monaci di Bonpo, la religione sciamanica indiana che influenzò profondamente le pratiche rituali del lamaismo tibetano. Altrettanto possibile è che, totalmente prive di contatto con il mondo esterno, le scuole monastiche sviluppassero queste capacità del tutto autonomamente. Forse la loro profonda conoscenza delle leggi universali li mise in rado di scoprire un mezzo con cui controllare le forze della natura in un modo totalmente diverso dalla visione della scienza che ha il nostro mondo.
Per i religiosi del Tibet, le leggi di gravità di Newton e della relatività di Einstein semplicemente non esistevano, quindi non potevano intralciare la via del progresso. Ma se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo anche immaginare che la cultura egiziana degli Anziani possedeva un’eguale lettura del mondo tanto che fu in grado di sviluppare una conoscenza delle leggi universali che va al di là dell’immaginazione del mondo scientifico. Se così fosse, dobbiamo anche concludere che è solo il nostro approccio rigido e dogmatico a impedirci di sviluppare tecnologie che non sopportano le restrizioni dei limiti della scienza ortodossa.
La perdita più grave
Riconoscere che il lamaismo tibetano potrebbe aver sviluppato, o forse ereditato, una conoscenza avanzata della tecnologia sonica ci porta a chiedere come sia stato possibile che questa notizia non sia mai trapelata nel mondo occidentale. La risposta a questo inquietante interrogativo è un curioso paradosso. Quando Linauer assisté alle straordinarie proprietà del grande gong e dello strano strumento a forma di cozza, i monaci gli spiegarono che avevano custodito gelosamente i segreti della loro tecnologia perché non venisse sfruttata male nel mondo esterno. Di norma i viaggiatori stranieri non venivano ammessi ad assistere agli effetti prodotti dai loro incredibili strumenti. I monaci precisarono che la ragione di tanta riservatezza era la convinzione che se avesse raggiunto l’Occidente, questo antico potere sarebbe stato sfruttato a fini egoistici e distruttivi, e non potevano permetterlo. Una decisione simile è perfettamente comprensibile; il risultato però è stato che le testimonianze offerte da viaggiatori occidentali come Jarl e Linauer sono le uniche notizie che abbiamo in proposito. Inoltre, la distruzione del lamaismo tibetano a opera della Rivoluzione Culturale cinese già dagli anni Cinquanta ha privato il mondo scientifico della sua migliore occasione di confermare che la tecnologia sonica era ancora praticata negli anni Trenta. Nonostante le affermazioni contrarie della propaganda cinese, l’occupazione del Tibet prosegue oggi più brutale che mai.
Molti esuli tibetani sono perfettamente al corrente delle storie incredibili che parlano di un tempo in cui i loro antenati avevano la capacità di far levitare blocchi di pietra e di disintegrare la roccia con il solo potere del suono. Questa sfida alle leggi naturali è oggi poco più di un ricordo che va rapidamente sbiadendo nella mente di anziani monaci e lama. Che queste antiche scienze siano state preservate per millenni per poi andare perdute nell’epoca moderna è davvero una perdita gravissima.
Leggere i racconti di Jarl e Linauer e rendersi conto che oggi non esistono più neppure i monasteri è un fatto di una tragicità estrema.
La fiamma della conoscenza si era estinta completamente? Esisteva il modo di riattizzarla ricostruendo i fondamenti teorico-fisici alla base di questa scienza apparentemente perduta, nota al mondo antico? Intendevo scoprirlo con ogni mezzo possibile.
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Questo è quanto scrive A. Collins, e cerca con testimonianze storiche di dimostrare come sono state costruite molte Piramidi e Templi in così breve tempo su terreni limitati che non potevano contenere gli operai e le attrezzature necessarie, almeno secondo la nostra conoscenza scientifica.

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