sabato 7 gennaio 2017

L’indecifrabile sito di Naupa Iglesia: un pezzo d’Egitto nel cuore delle Ande

A ridosso di un dirupo sulla Cordigliera delle Ande, qualcuno ha intagliato una porta con precisione maniacale nel fianco della montagna. Poi, ha creato un altare modellando un affioramento di roccia blu con la stessa precisione. In entrambi i casi, lo stesso design compare sia in Persia che in Egitto. Ecco l'indecifrabile sito di Naupa Iglesia.


Fino a pochi anni fa nessuno sapeva della sua esistenza, eppure è uno dei più affascinanti ed enigmatici siti di tutta l’America precolombiana.
Il complesso di Naupa Iglesia (Tempio degli Antichi) si trova a ridosso di un dirupo delle Ande, nel territorio di Choquequilla, Perù.
Oltre a poche immagini piuttosto intriganti, si sa molto poco su questo straordinario complesso. Per chi è interessato, le coordinate del sito sono: 13.2977461S; 72.2551421W.


Le decorazioni dell’altare ricordano quelle viste nella fontana di Ollantaytambo, il sito più famoso della regione, distante da Naupa Iglesia solo pochi chilometri, tanto da pensare che siano state realizzate dalla stessa civiltà.
Ciò che lascia molto più perplessi è ciò che si trova all’interno della montagna: una porta scavata nella roccia, geometricamente perfetta.
Nella cultura Inca, i Ñaupas erano gli abitanti del mondo ultraterreno ed erano capaci di viaggiare nello spazio utilizzando alcuni luoghi sacri, come la porta di Puerta de Hayu Marca.
La porta scavata nella roccia sembra davvero l’accesso per un altro mondo. Secondo la tradizione, bisognava essere in posseso di poteri magici per attraversarla.

venerdì 2 dicembre 2016

La campanella di Garuda

Nel giugno 1936 Max Hahn e sua moglie Emma stavano passeggiando accanto a una cascata vicino a London, Texas, quando hanno notato una roccia con il legno che sporgeva dal suo nucleo. Hanno deciso di portare la stranezza a casa e poi aprirla con un martello e uno scalpello. Quello che hanno trovato all’interno ha sbalordito la comunità archeologica e scientifica. Incastonato nella roccia, c’era quello che sembrava essere un antico martello fatto a mano.


Una campana artigianale trovata in un pezzo di carbone 

vecchio di 300 milioni di  anni!

OopartsUn team di archeologi l’ha analizzato e datato. La roccia che racchiudeva il martello è stata datata più di 400 milioni di anni. Il martello si è rivelato essere vecchio più di 500 milioni di anni. Inoltre, una sezione del manico di legno aveva iniziato la metamorfosi in carbone. La testa del martello, fatta di oltre il 96% di ferro, è molto più pura di qualsiasi altro risultato si sarebbe potuto ottenere senza l’utilizzo di moderni metodi di fusione. Nel 1889 nei pressi di Nampa, Idaho, mentre alcuni lavoratori si annoiavano in un pozzo artesiano, una piccola statuetta in terracotta è stata estratta da una profondità di 320 metri. Per raggiungere questa profondità i lavoratori hanno dovuto tagliare cinque metri di basalto lavico e molti altri strati sotto di esso. Che in sé non sembra notevole, se non si considera che la parte più superficiale di lava sia stata datata ad almeno 15 milioni di anni fa!
Attualmente è accettato dalla scienza e dalla geologia che il carbone è un sottoprodotto della vegetazione in decomposizione. La vegetazione viene sepolta nel tempo e ricoperta di sedimenti. Questi sedimenti infine, fossilizzati, diventano roccia. Questo processo naturale di formazione del carbone può richiedere fino a 400 milioni di anni per compiersi. Tutto ciò che si trova nei pezzi di carbone o in giacimenti di carbone, doveva essere stato immesso o lasciato cadere nella vegetazione prima che fosse sepolta nei sedimenti. Nel 1944 un bambino di dieci anni, Newton Anderson, lasciò cadere un pezzo di carbone nella sua cantina, che si spezzò a metà appena colpì il pavimento. Quello che c’era all’interno sfida ogni possibile spiegazione basata sull’attuale ortodossia scientifica.
All’interno del carbone c’era una campana artigianale in lega di ottone con il batacchio di ferro e il manico scolpito.
Quando è stata condotta l’analisi si è scoperto che la campana è stata fatta con un mix di metalli inusuali (comprendenti rame, zinco, stagno, arsenico, iodio, e selenio), diverso da ogni lega nota di produzione moderna. Lo strato da dove questo pezzo di carbone è stato estratto è stimato a 300 milioni di anni di età! Queste scoperte straordinarie, anche se bizzarre, non sono uniche né addirittura rare. Ce ne sono letteralmente migliaia, bloccate dal controllo pubblico nei sotterranei dei musei di tutto il mondo a raccogliere la polvere.


sabato 22 ottobre 2016

MINISTRO IRACHENO: “I SUMERI UTILIZZAVANO LE ZIGGURAT COME BASI DI LANCIO PER LE ASTRONAVI”

Per il ministro iracheno Finjan da lì si partiva per viaggi nello spazio. In molti condividono l’idea che gli alieni abbiano istruito le antiche civiltà


Il ministro dei Trasporti iracheno, Kazem Finjan, ha detto in una conferenza che gli antichi Sumeri, vissuti nel suo paese 7 mila anni fa, avevano costruito basi di lancio dalle quali partivano per viaggi nello spazio.
Per gli appassionati della teoria degli Antichi Astronauti, la dichiarazione di Kazem Finjan è stata solo una conferma di cose che già sapevano: nella storia umana, non tutto è andato come ci hanno raccontato a scuola.
I teorici degli antichi astronauti credono che migliaia di anni fa una razza aliena abbia visitato il nostro pianeta, lasciando evidentissime prove (come le piramidi) che però la scienza ufficiale continua ad attribuire (senza validi elementi) al duro lavoro umano.
Ma non è tutto: infatti i teorici degli antichi astronauti credono anche che gli alieni abbiano fatto una sorta di ibridazione, dando origine alla razza umana. Pura fantasia per la scienza, ovviamente.
Ora la questione è tornata alla ribalta grazie alle dichiarazioni di un ministro iracheno, il quale ha affermato che gli antichi sumeri, avrebbero viaggiato nello spazio con le loro astronavi ben 7 mila anni fa. I sumeri si stabilirono nella zona meridionale dell’attuale Iraq intorno al 5000 a.C, e svilupparono commercio, agricoltura, allevamento e metallurgia.
Il video della conferenza stampa è stato postato su twitter dal ricercatore sciita Hayder al-Khoei, che ha commentato: «È stato un momento davvero imbarazzante, ma nessuno ha avuto il coraggio di contraddirlo». L’autore di tale dichiarazione è il Ministro dei Trasporti dell’Iraq Kazem Finjan, fermamente convinto che la cittadina di Thi Qar abbia ospitato il più antico astroporto del pianeta.
Come era prevedibile, la notizia ha suscitato scalpore e incredulità soprattutto tra i giornalisti presenti alla conferenza, ai quali il signor Finjan ha ribadito: «So di cosa parlo».
Secondo lo scrittore Zecharia Sitchin, deriso dagli scienziati accademici, dalla traduzione della scrittura cuneiforme delle tavole sumeriche emergono aspetti chiari di questa civiltà aliena arrivata sul nostro pianeta.
Non essendo purtroppo un archeologo, i suoi studi furono sempre visti come un racconto, e non furono mai ritenuti degni di approfondimenti da parte della comunità scientifica.
La notizia sta facendo il giro del mondo ed è diventata virale in pochi giorni. Vedremo come risponderanno gli scettici e gli accademici di fronte a tali dichiarazioni.

sabato 15 ottobre 2016

ARECIBO CHIAMA, CHILBOLTON RISPONDE: L’ENIGMA IRRISOLTO DELLA RISPOSTA ALIENA

Il 13 agosto del 2000, nei pressi delradiotelescopio governativo di Chilbolton, nell’ Hampshire, Inghilterra, compare un bellissimo cerchio nel grano che non si riesce a decifrare.


La sua vicinanza alla struttura governativa sorvegliata 24 ore su 24, rende difficile, se non impossibile, pensare che si tratti di uno scherzo elaborato da qualche genio dei Cerchi nel Grano.
L’elaborato pittogramma confonde gli esperti, oltre che per la sua complessità, anche per la raffinatezza delle regole matematiche che lo descrivono.
La spiegazione arriverà, inaspettatamente, l’anno seguente. Nello stesso campo, il 14 agosto 2001, compare un nuovo pittogramma.
Questa volta, però, non è il solito simbolo, si tratta infatti di un volto dai tratti chiaramente umanoidi, disegnato con la stessa tecnica usata per le vecchie foto in bianco e nero dei quotidiani: un insieme di punti la cui dimensione e distanza crea l’immagine.
Questa è una tecnica mai vista prima nei Crop Circles. Applicando un filtro grafico sulla foto (filtro Gaussian 5 pixel), sono evidenti maggiori dettagli.


Si vede come vengano evidenziati la luce e l’ombra, dimostrando che quell’essere era vivo nel momento in cui è stata scattata la foto o nel momento in cui hanno impresso questa immagine nel campo di grano.
Appena cinque giorni dopo, cioè il 19 agosto, a poche decine di metri dal volto alieno, compare un’altra figura ancora più sconvolgente.
Il pittogramma sembrava  la risposta al messaggio in codice binario trasmesso dal radiotelescopio di Arecibo nel 1974. Fu proprio in quell’anno, infatti, che Frank Drake, scienziato e direttore di Arecibo, assieme al famoso astronomo Carl Sagan, tentò di comunicare con un gruppo di stelle identificato come M13.
Il messaggio fu inviato come presentazione dell’umanità ad un’ipotetica civiltà aliena, indicando dati relativi al nostro sistema numerico, agli atomi base della vita terrestre, alla struttura del DNA umano, e a quella del nostro sistema solare, con la relativa posizione della terra. Furono inseriti anche i dati relativi al radiotelescopio di Arecibo.
Secondo l’ipotetica risposta degli extraterrestri, abbiamo lo stesso sistema numerico con 0 e 1 (sistema binario), quindi le risposte sono universali. Anche gli atomi base della vita sono gli stessi, però nel loro corpo è presente anche il silicio.
Anche la struttura del DNA fondamentalmente è la stessa. Se il messaggio fosse vero, dimostrerebbe che discendiamo tutti dallo stesso principio universale.Secondo i calcoli, il messaggio avrebbe impiegato 25 mila anni per giungere a destinazione e altrettanti ne sarebbero passati per ricevere una risposta. Un vero abisso di tempo, senza neanche sapere se in quel gruppo di stelle esistesse realmente un’ipotetica civiltà aliena.
Tali premesse, rendono ancora più sconvolgente la comparsa del pittogramma di Chilbolton. È possibile che qualcuno abbia ricevuto il nostro messaggio e ci abbia risposto molto prima del previsto?
Considerando che tra l’invio del messaggio di Arecibo (1974) e il pittogramma di Chilbolton (2001) sono trascorsi 27 anni, qualcuno ha ipotizzato che il messaggio, avendo viaggiato alla velocità della luce, potrebbe essere stato ricevuto da una possibile civiltà extraterrestre a circa 13 anni luce da noi.
Logicamente, la risposta, sempre inviata alla velocità della luce, avrebbe impiegato altri 13 anni per giungere fino a noi. Ma cosa c’è a circa 13 anni luce da noi? Sorpresa: c’è un pianeta gemello della Terra.
Nel 2013, infatti, Courtney Dressing e David Charbonneau, due astronomi di Harvard, annunciarono di aver scoperto un sistema stellare simile al nostro grazie all’utilizzo del telescopio Kepler della Nasa.

Ma non finisce qui!

A distanza di un anno dalla risposta di Arecibo, esattamente il 15 agosto 2002, nei terreni di Crabwood, compare un crop circle ancora più stupefacente.


Raffigura un alieno con in mano un disco su cui è inciso un messaggio in codice binario. Si tratta del linguaggio ASCII di programmazione dei computer.
La cosidetta “Alien Face” di Crabwood ha sollevato un vespaio di polemiche sulla sua autenticità. Eppure, a distanza di anni, nessuno ha dimostrato che si tratti di un falso e nessuno ne ha rivendicato la creazione.
La complessità della realizzazione, che simula il modo in cui si compone un fotogramma televisivo, l’effetto tridimensionale della figura, la difficoltà di realizzare il codice binario in senso spiraliforme come nei Compact Disc, sono tutti elementi che rendono veramente difficile l’ipotesi del falso.
Il  contenuto del messaggio è apparentemente privo di senso. L’americana Linda Howe, con la collaborazione di un anonimo che le ha scritto via Internet, sostiene di avere decodificato il messaggio, che suona così:


“Diffida dei portatori di falsi regali e le loro promesse non mantenute. Molto dolore ma ancora tempo. Credete. C’è del buono là fuori. Noi opponiamo il tradimento. Canale in chiusura (suono di campana)”.





mercoledì 12 ottobre 2016

SCOPERTI SUPER-MEGALITI IN RUSSIA: FOTO E VIDEO

Un antico sito contenente “super-megaliti” è stato recentemente individuato a Gornaya Shoria (Mount Shoria) nel sud della Siberia. Il sito è composto da enormi blocchi di pietra che sembrano sagomati e impilati alla maniera di altri siti megalitici. Ma sono davvero enormi! Si tratta di strutture naturali o artificiali?


Un nuovo sorprendente sito megalitico è stato individuato nella Siberia meridionale, sul Monte Shoria, nei pressi di Gornaya Shoria.
Il sito mostra una serie di enormi blocchi apparentemente di granito, che sembrano essere stati appiattiti, sagomati e adattati per essere impilati alla maniera ‘ciclopica’.
Si tratta di blocchi davvero enormi, forse troppo per essere posizionati da normali esseri umani. Proprio per questo alcuni pensano che si tratti di un bizzarro scherzo della natura che ha sagomato i blocchi così da farli apparire artificiali.
Certamente la Russia (e la Siberia) non è estranea ad ospitare antichi siti megalitici, Basta pensare ad Arkaim [Leggi articolo], oppure ai cerchi di pietra della Bashkiria [Leggi articolo], per rendersi conte che, tutto sommato, il sito di Gornaya Shoria non sarebbe fuori posto in questo territorio.
Tuttavia, il problema è dato dalle sue dimensioni mastodontiche. Se fosse artificiale, si tratterebbe di un sito unico nel suo genere, in quanto i blocchi sarebbero certamente i più grandi mai lavorati da mani umane nella storia del pianeta Terra.
Come spiega l’archeologo John Jensen sul suo blog personale, i super-megaliti sono stati trovati e fotografati per la prima volta da Georgy Sidorov, nel corso di una spedizione sulle montagne della Siberia meridionale.
Non sono indicate le misure dei blocchi di pietra, ma dal confronto con le sagome delle persone, i megaliti sembrano essere molto più grandi (fino a 2-3 volte) rispetto a quelli conosciuti in altri siti archeologi, come quello di Baalbek, per esempio [Leggi articolo]. Alcuni dei megaliti di Gornaya Shoria potrebbero raggiungere tranquillamente il peso di 3-4 mila tonnellate.





Dopo che la scoperta è stata divulgata, alcuni hanno ipotizzato che il sito di Gornaya Shoria possa essere la prova di un’antica civiltà perduta capace di incredibili opere di ingegneria che, nonostante la nostra tecnologia moderna, non saremmo in grado di replicare.
Altri, invece, ritengono che sia necessaria una certa cautela. Sebbene le immagini sono convincenti e all’occhio dell’osservatore sia difficile trovare una spiegazione naturale, i blocchi potrebbero essere semplicemente il risultato di una bizzarra erosione naturale.
In ogni caso, il sito di Shoria necessita ulteriori sopralluoghi e studi da parte di esperti del settore. Al momento abbiamo solo immagini che, sebbene siano abbastanza impressionanti, non sono in grado di fornire nessuna spiegazione conclusiva. Naturalmente, terremo le nostre antenne sintonizzate per eventuali novità.




VIDEO




domenica 9 ottobre 2016

I MISTERIOSI MONOLITI DI ASUKA NARA E LA NAVE DI ROCCIA DI MASUDA

Il villaggio di Asuka si trova nel distretto di Takaichi, nella Prefettura di Nara in Giappone. Asuka è una terra antica ricca di interesse storico, infatti conserva parte delle rovine di antichi palazzi imperiali. In diverse punti del territorio di Asuka sono stati rinvenuti alcuni megaliti scolpito nel granito, la cui origine è a ancora oggi del tutto sconosciuta.

Risultati immagini per asuka nara monoliths

Asuka affonda le sue origini nel periodo della storia giapponese definito Jidai Kofun (250-552 d.C.), caratterizzato dalla realizzazione di numerosi tumuli funerari.
La zona è conosciuta anche per i suoi numerosi templi buddisti, santuari e statue, ma ci sono anche dei monumenti di pietra sulle colline circostanti Asuka che non si adattano allo stile della scultura buddista e che nessuno sembra sapere che li abbia realizzati, o quando.
Nella maggior parte dei casi, infatti, i tumuli funerari sono formati da un cumulo rialzato di terra circondato da un fossato. Ma quelli rinvenuti ad Asuka sfidano la tradizionale conformazione dei tumuli.
Innanzitutto, vi sono alcuni kofun in pietra, tra i quali il kofun Ishibutai, costruito con giganteschi massi, uno dei quali pesa 75 tonnellate. Si ritiene sia la tomba del potente statista Soga no Umako.
Ma il più singolare di tutti è quello denominato Masuda no Iwafune (La Nave di Roccis di Masuda), lungo 11 m, largo 7 m, ed alto circa 5 m, pesa quasi 800 tonnellate ed è completamente scolpito nel granito.
La parte superiore della scultura risulta completamente appiattita, su cui insistono due cavità quadrate ampie un metro con una lastra di pietra ad esse parallela. Alla base del megalite vi sono delle rientranze a forma di reticoli che alcuni ritengono essere correlate al processo utilizzato dai costruttori per appiattirne i lati.
Lo scopo, il metodo e il periodo di costruzione sono un completo mistero. L’unico indizio è dato dall’allineamento della depressione centrale e delle cavità con il crinale su cui risiede Masuda no Iwafune, particolare che secondo alcuni ricercatori indicherebbe che il megalite avesse una qualche funzione di tipo astronomico correlato allo sviluppo del calendario lunare giapponese.
Come riporta Ancient Origins, purtroppo, risposte definitive ai numerosi quesiti non esistono. Tuttavia, sono state avanzate numerose ipotesi sullo scopo di questa struttura unica e insolita.
Una di esse viene proprio dal nome della roccia stessa, Nave di Roccia di Masuda. Si ritiene che la pietra sia stata scolpita in commemorazione della costruzione del lago di Masuda, uno specchio d’acqua che una volta si trovava nelle vicinanze e che poi è stato prosciugato diventando parte della città di Kashiwara.
Altri storici, invece, suggeriscono che la roccia sia parte di una tomba progettata per i membri della famiglia reale. Tuttavia, questo non spiega le caratteristiche insolite della costruzione, né mai sono stati trovati corpi o oggetti nelle vicinanze del megalite. Forse, dicono gli studiosi, si tratta di una tomba incompiuta.
Alcuni ricercatori hanno proposto una corrispondenza tra Masuda no Iwafune eIshi no Hoden, un megalite che si trova nella città di Takasago, con dimensioni pari a 6,45 x 5,7 x 5,45 m, e con la parte superiore molto simile al megalite si Asuka.
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Sebbene sia attualmente integrato nel satuario schintoista dedicato al dio shintoista Oshiko Jinja, nessuno sa quando sia stato costruito, quando e soprattutto perché.
Una delle poche conclusioni condivise è che l’intera regione su cui insistono gli enigmatici megaliti deve essere molto più antica dell’epoca Jidai Kofun, data la grande quantità di pietre scolpite presenti nell’area, e comunque, anche in questo caso, non c’è nessuna prova definitiva che possa confermare questa prospettiva.
Alla fine, la vera origine e lo scopo di queste enigmatiche sculture del Giappone antico rimangono avvolte dal mistero e, forse, perduti per sempre nelle pagine della storia antica del nostro pianeta.

domenica 25 settembre 2016

CORAL CASTLE: IL GIARDINO DI PIETRA REALIZZATO CON BLOCCHI SIMILI A QUELLI DELLE PIRAMIDI

Dietro la realizzazione di Coral Castle si cela una tragica storia d'amore. Chi si appresta a visitare Coral Castle vedrà un meraviglioso giardino interamente realizzato in pietra, con blocchi intagliati dal peso di decine di tonnellate ciascuno. Il mistero del Castello di Corallo non è tanto nei blocchi di pietra, ma nel modo in cui sono stati tagliati e posizionati.

Coral Castle (nome originale: Rock Gate Park) è una struttura architettonica in pietra calcarea che si trova a Homestead, in Florida .
Questa straordinaria opera di ingegneria è stata progettata e realizzata di un uomo solo, Edward Leedskalnin, uno scultore amatoriale lettone naturalizzato statunitense, il quale ha scolpito, trasportato e posizionato gli enormi blocchi di pietra senza la collaborazione di nessun altro e senza l’ausilio di macchinati moderni.
I grandi blocchi di pietra sono stati scolpiti e posizionati in forma di mura, grandi tavoli e sedie, da bassorilievi e da un torrione abitabile. Il peso totale della struttura si aggira sulle 1100 tonnellate, e fu realizzata nell’arco di 28 anni, dal 1923 fino alla morte dell’artista, il 7 novembre del 1951 .
Leedskalnin ha sempre mantenuto uno stretto riserbo sul suo lavoro e sulle tecniche utilizzate per la posa in opera dei blocchi, il più grande dei quali arriva a pesare 30 tonnellate.
Considerando che lo scultore si sarebbe servito solo di utensili manuali comprati in un deposito di rottami, l’opera di Leedskalnin risulta di grande pregio, soprattutto per la perfezione con cui sono stati tagliati i blocchi e la precisione del loro posizionamento, ottenuto senza l’utilizzo di malta.
Il riserbo dell’artista sulle tecniche di lavorazione, più alcuni suoi accenni alla conoscenza delle tecniche segrete utilizzate per costruire le piramidi d’Egitto, e brevi scritti autografi come Magnetic Current, in cui Leedskalnin riassume le sue idee eterodosse sull’elettromagnetismo e che contengono il diagramma di una macchina a moto perpetuo, hanno alimentato una serie di ipotesi sui metodi utilizzati per costruire Coral Castle, come l’utilizzo della ‘levitazione magnetica’ per sollevare gli enormi blocchi.
Sebbene esistano fotografie che ritraggono Leedskalnin impegnato nella costruzione del parco utilizzando pali di legno e carrucole, i ricercatori più esotici si dicono sconcertati ad immaginare di poter sollevare pietre di decine di tonnellate con questi semplici strumenti, e per di più con lo sforzo di un uomo solo. La cosa è ancora più sconcertante se si pensa che Edward Leedskalnin era un ometto alto appena 1,52 m e dal peso di soli 46 kg.
Le rocce utilizzate per la costruzione di Coral Castle furono estratte da una cava in Florida distante circa 15 km, dove le formazioni coralline possono raggiungere uno spessore fino a 1000 m. Incredibilmente, Ed ha tagliato e trasportato gli enormi blocchi di corallo utilizzando solo attrezzi manuali.
Come ha fatto a trasportare gli enormi blocchi fino a Homestead? Leedskalnin possedeva solo un rimorchio ottenuto dal telaio di un vecchio camion e una bicicletta. Come spiega il sito del museo, molti testimoni hanno visto i blocchi di pietra muoversi lungo la Dixie Highway, ma nessuno in realtà ha mai visto Ed caricare o scaricare il rimorchio.
Gli unici testimoni furono due bambini, i quali raccontarono di aver visto Leedskalnin far “galleggiare” alcuni blocchi di pietra come palloncini.
Ed eseguiva buona parte del lavoro di costruzione nel cuore della notte alla luce di una lanterna e per proteggere la sua privacy aveva costruito numerose “vedette” lungo le mura del castello. Quando gli veniva chiesto come riuscisse a muovere gli enormi blocchi di pietra, Leedskalnin rispondeva che semplicemente aveva compreso “bene” le leggi del peso e delle leve.
Coral Castle comprende di una torre quadrata a due piani (che era utilizzata da Leedskalnin come abitazione) posta all’angolo di un giardino circondato da mura megalitiche che contiene altre strutture e oggetti: un quadrante solare, un “telescopio” puntato sulla stella polare, un obelisco, un pozzo, un barbecue, una fontana, sculture con la forma di stelle e pianeti, tavoli che riproducono il profilo della Terra o della Florida, sedie a forma di luna crescente, letti di pietra ed un trono.
Tutta la struttura è realizzata in blocchi di pietra di grandi dimensioni uniti senza fare uso di malte. La pietra utilizzata è calcare oolitico chiamato coral stone (da cui il nome Coral Castle).
L’opera presenta una realizzazione degna di nota anche dal punto di vista ingegneristico: una porta rotante del peso di 9 tonnellate, così ben bilanciata da poter essere azionata dalla lieve pressione di un dito. Il perfetto bilanciamento era stato ottenuto da Leedskalnin poggiando il monolite su un cuscinetto di autocarro che funge da base rotante e su cui fa perno una barra metallica posizionata, per mezzo di un foro, lungo l’asse verticale della porta.
Il funzionamento della porta fu svelato nel 1986, quando il meccanismo cessò di funzionare una prima volta a causa dell’arrugginimento del cuscinetto metallico costringendo i proprietari del museo a richiedere l’intervento di un team di ingegneri per il ripristino. In seguito, anche se furono usati una gru e una squadra di operai, la porta non tornò a girare agevolmente come il solo Leedskalnin era riuscito ad ottenere.
Parliamo di un uomo in possesso solo di un’istruzione di quarta elementare, eppure era riuscito a costruire un generatore di corrente alternata, i cui resti sono in mostra presso il museo. E dato che non esistono testimoni diretti della sua attività, ingegneri e scienziati continuano a interrogarsi sui metodi di costruzione utilizzati da Leedskalnin. Molti hanno paragonato i metodi segreti di Ed a quelli utilizzati per la realizzazione di Stonehenge e delle Piramidi.

Una tragica storia d’amore

L’ispirazione per la costruzione di Coral Castle è venuta a Leedskalnin dopo una drammatica delusione d’amore. Ancora giovane, all’età di 26 anni, Ed era fidanzato con Agnes Scuffs, una donna di 10 anni più giovane, la quale lo lasciò il giorno prima del loro matrimonio.
Affranto e profondamente rattristato da questa tragica delusione, Leedskalnin promise alla donna e a se stesso di realizzare un’opera maestosa come segno del suo profondo amore per lei. Lo scultore cominciò la sua opera nel 1923, completandola nel 1951.
Secondo gli storici, l’unico omaggio simile che si possa paragonare al Coral Castle è il complesso di Taj Mahal, realizzato in 20 anni e con il lavoro di migliaia di schiavi. Il monumento fu eretto come omaggio alla moglie del re.
Nel dicembre del 1951 Ed si ammalò. Mise un cartello sul suo castello dove comunicava che si sarebbe recato in ospedale. Prese l’autobus per giungere al Jackson Memorial di Miami dove vi morì tre giorni dopo all’età di 64 anni.
L’aura di mistero che circonda l’opera e la struggente storia d’amore di Leedskalnin hanno contribuito a rendere Coral Castle un’attrazione turistica molto popolare. Dopo la morte dello scultore, il castello fu ereditato da un nipote che lo cedette nel 1953 ad una famiglia dell’Illinois. Nel 1981, l’opera di Leedskalnin fu acquistata dalla Coral Castle Inc., che le diede il nome attuale e la trasformò in un museo.
FONTE:

lunedì 12 settembre 2016

L’ENIGMA DEL MANUFATTO IN ALLUMINIO PROVENIENTE DAL PLEISTOCENE (20 MILA ANNI FA)

Nel 1974, ad un paio di chilometri dalla città di Aiud, Romania, nel corso di uno scavo sulle rive del fiume Mures, un gruppo di operai edili è incappato in alcuni fossili di mastodonti. Accanto ai fossili, i lavoratori hanno trovato anche un oggetto che non sarebbe dovuto esserci: un misterioso manufatto in metallo. Ecco la controversa storia del Manufatto di Aiud.



Intorno alla metà degli anni ’70, un gruppo di operai impegnato in uno scavo edile nei pressi della città di Aiud, in Romania, ha portato alla luce un manufatto sconcertante.
A circa 10 m di profondità, i lavoratori trovarono alcuni fossili di mastodonti, specie animali vissuti durante il pleistocene, più un misterioso oggetto metallico ricoperto da uno strato di ossido di alluminio.
In un primo momento, il reperto sembrava essere un semplice roccia, ma dopo aver rimosso la spessa crosta di sabbia dalla superficie, gli operai intuirono che non poteva trattarsi di un oggetto naturale, piuttosto quanto qualcosa si prodotto artificialmente, dato che aveva delle caratteristiche molto precise.
L’oggetto, dal peso di circa 5 kg, presentava una lunghezza di 20,2 cm, una larghezza di 12,7 cm e uno spessore di 7 cm, con una depressione circolare al centro dal diametro di circa 4 cm. Un altro piccolo foro perpendicolare, dal diametro di circa 1,7 cm, si presentava su uno dei lati dell’oggetto perpendicolarmente alla depressione centrale. Infine, due lembi sporgenti sembravano aver ospitato una specie di cardine.
Gli operai portarono il manufatto al Museo di Storia della Transilvania, dove fu posto in un deposito rimanendo dimenticato per quasi 20 anni, senza che nessuno avesse mai pensato di compiere delle analisi. Finché, nel 1995, il manufatto non fu “riscoperto” e sottoposto ad approfondite analisi.
I primi esami chimici per determinare la composizione dell’oggetto furono eseguiti in due laboratori distinti: quello dell’Istituto Archeologico di Cluj-Napoca, e uno a Losanna, in Svizzera. Entrambe le strutture giunsero a conclusioni analoghe: l’oggetto risultava composto principalmente di alluminio (89%), più altri 11 metalli minori.
I ricercatori rimasero un po’ sconcertati dai risultati delle analisi, dato che l’alluminio allo stato puro non si trova in natura (viene estratto dalla bauxite), e la tecnologia necessaria per creare qualcosa di così puro è diventata disponibile solo a partire dalla metà del 19° secolo. Per la produzione dell’alluminio è necessario un complicato processo industriale di elettrolisi e temperature superioei ai 900° C.
La datazione del sottile strato esterno di ossidazione che copriva il blocco di alluminio restituiva una data di 400 anni. Tuttavia, lo strato geologico in cui fu trovato l’oggetto corrispondeva all’era del Pleistocene, circa 20 mila anni fa.
Un nuova analisi metallurgica fu compiuta successivamente dal dottor Florin Gheorghita, presso l’Istituto per lo Studio del Metalli e di Minerali Non Metalliferi, con sede a Magurele, Romania. L’esame rivelò che l’oggetto è composto da una lega di metallo estremamente complessa. Si riscontrarono 12 elementi diversi, di cui Gheorghita è riuscito a stabilire anche le percentuali:
alluminio (88,1%), rame (6,2%), silicio (2,84 %), zinco (1,81%), piombo (0,41%), stagno (0,33%), zirconio (0,2%), cadmio (0,11%), nichel (0,0024%), cobalto (0,0023%), di bismuto (0,0003%), argento (0,0002%) e gallio (in tracce).

Dunque, di cosa si tratta?

Come riporta la versione inglese diEpoch Time, nonostante si sia ottenuta la precisa composizione chimica dell’oggetto, la comunità scientifica non si è espressa sulla natura, quindi il reperto di Aiud rimane un enigma.


Tuttavia, alcuni ricercatori sono convinti che si tratti di un oggetto artificiale, parte di uno strumento più grande prodotto da una civiltà antica perduta che era riuscita a produrre alluminio di notevole purezza centinaia, o addirittura migliaia, di anni prima rispetto all’epoca moderna, mentre i Teorici degli Antichi Astronauti si arrischiano a suggerire che si tratti addirittura di un componente di un antico velivolo spaziale.
La forma, infatti, ricorderebbe quella di un supporto di un modulo di esplorazione spaziale, simile alla parte finale della sonda Vicking o del modulo lunare delle missioni Apollo. Secondo questa ipotesi, l’oggetto sarebbe parte di una sonda aliena staccatosi a seguito di un atterraggio piuttosto violento.
In entrambi i casi, sia l’analisi dello strato esterno di ossidazione che lo strato geologico in cui è stato trovato non riescono a spiegare adeguatamente come un oggetto tecnologicamente così avanzato sia potuto esistere in un’epoca così remota.

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