domenica 23 agosto 2015

IL MISTERO DI EILEAN MORE

L’isola degli uomini scomparsi
In pieno oceano Atlantico, a poco più di 100 km dalle isole Ebridi, si trovano le Isole Flannan, note ai viaggiatori come i ''sette cacciatori". 
La più grande e la più settentrionale si chiama Eilean More, nome che, per l'appunto, significa "grande isola". 
Al pari della nave Mary Celeste, questo nome è diventato sinonimo di uno dei grandi misteri del mare. Questo gruppo di isole desolate, venne battezzato San Flannan, da un vescovo del XVII secolo, il quale aveva eretto una cappella su Eilean More. 

 I pastori delle Ebridi erano soliti trasferire le loro greggi di pecore su queste isole per via dei ricchi pascoli erbosi, ma non c'era uomo che si azzardasse a trascorrervi anche una sola notte, poiché si raccontava che quei luoghi erano infestati dagli spiriti e abitati dal "piccolo popolo". A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, con il notevole incremento delle attività inglesi lungo i muri, capitava sempre più spesso che molte navi dirette da sud o da nord sulla rotta di Clydebank, andassero a schiantarsi contro le Flannan, tanto che nel 1895 la sezione settentrionale della sovrintendenza ai fari annunciò che sull'isola di Eilean More sarebbe sorto un faro di riferimento per quella zona di mare. Prima di dare il via ai lavori passarono due anni e quando iniziarono fu impossibile rispettare i tempi progettati. Il mare in continua tempesta e la difficoltà di costruire su un picco a oltre 60 m di altezza resero l'impresa difficile; e così il faro di Eilean More venne inaugurato soltanto a dicembre del 1899. Dall'anno successivo il suo potente fascio di luce avrebbe illuminato la striscia di mare compresa fra Lewis e le Flannan. Però, undici giorni prima di Natale del 1900 il faro era già spento. Che era successo?

Il tempo era troppo brutto e minaccioso per l'ispettore della sovrintendenza, per poter raggiungere sin da subito il faro spento anche se, per precauzione, due erano i possibili accessi, contrapposti fra loro per evitare il vento prevalente, che consentivano di raggiungere la costruzione. Mentre l'uomo, si avvicinava al posto, venne preso da un senso di estrema solitudine quando, osservando da Long Roag, lo sguardo gli si era posato sul gruppo delle Flannan. Un bel mistero: era impossibile che i tre guardiani del faro di Eilean More si fossero ammalati tutti insieme contemporaneamente o che il faro fosse stato distrutto dalla violenza della tempesta.
Il giorno di santo Stefano del 1900 l'alba si presentava chiara e limpida e il mare si era finalmente placato. L’imbarcazione poteva così lasciare il porto alle prime luci. L’ispettore era così ansioso e agitato da rifiutare persine la colazione pur di puntare senza esitazione verso l'isola. Quell'enigma davvero incomprensibile lo tormentava e non vedeva l'ora di poterlo risolvere. All'isola il mare era ancora grosso e ci erano voluti ben tre tentativi prima di poter attraccare al molo orientale. Ai segnali inviati dalla nave, non si era alzata alcuna bandiera di risposta, non un segno di vita. L’ispettore fu il primo a raggiungere l'inferriata che delimitava il recinto del faro. Il cancello era chiuso. Fatto imbuto con le mani aveva chiamato a gran voce, poi si era inerpicato lungo la salita. Al faro la porta principale era sbarrata. Nessuna risposta ai suoi richiami. Nella stanza principale l'orologio a muro era fermo e le braci del camino fredde. Ai piani alti, dove c'erano le stanze da letto che egli visitò solo dopo essere stato raggiunto da due marinai, per la paura di trovare chissà quale terribile spettacolo - tutto era in ordine, a posto, i letti curati e rifatti. L'addetto anziano del faro, era solito scrivere annotazioni su una lavagnetta d'ardesia. L'ultima era datata 15 dicembre alle 9,00 del mattino, proprio il giorno in cui il faro si era misteriosamente spento. Una cosa apparve sicura: non era accaduto per la mancanza di olio. I grandi stoppini erano imbevuti e tutto era predisposto per l'accensione. Insomma, tutto era in perfetto ordine. Risultava evidente che anche il giorno della loro scomparsa i tre uomini si erano preoccupati di assolvere a ogni incombenza; peccato che giunta la sera erano spariti e sull'isola non c'era stato più nessuno per poter accendere la luce del faro. Eppure, il 15 dicembre era stata una giornata calma...
E così l’ispettore era rientrato con i regali natalizi ancora a bordo, perché sull'isola non c'era nessuno. Dopo un paio di giorni, due investigatori avevano raggiunto Eilean More, per cercare di ricostruire ciò che era accaduto. A prima vista la soluzione sembrò facile e lineare. Nell'attracco occidentale, infatti, erano evidentissimi i segni distruttivi di una tempesta. Una grande gru che sovrastava le rocce, aveva tutte le funi avvoltolate in un groviglio inestricabile. Una dozzina di metri sotto, in un crepaccio, venne trovata una grande cassa di attrezzi, scaraventata laggiù da una qualche violenta forza. Era come se un'ondata gigantesca di trenta metri e più si fosse all'improvviso abbattuta sull'isola spazzando via ogni cosa, compresi i tre uomini, ipotesi suffragata dal fatto che gli indumenti protettivi che erano soliti indossare nei sopralluoghi agli attracchi, erano spariti, insomma, l'ipotesi immediatamente intessuta dagli investigatori era piuttosto plausibile. I due uomini, resisi conto che la tempesta stava irreparabilmente danneggiando la gru, indossati i teli impermeabili, erano andati al molo, ma solo per essere investiti da un'ondata gigantesca che li aveva trascinati in mare... Ma che ne era stato del terzo uomo? Aveva forse tentato di aiutare i compagni e pure lui era stato spazzato via dalla cieca furia delle onde?
Ipotesi centrata, ragionevole. Il caso sembrava risolto, salvo saltare tutti in aria quando qualcuno fece osservare che il 15 dicembre era stata una giornata calma e con mare quieto. La tempesta era scoppiata soltanto il giorno dopo. Forse che uno dei tre guardiani si era sbagliato nell'apporre la data del 15 sulla sua lavagnetta degli appunti? Neppure questo. Infatti, rientrato a terra, il capitano della nave testimoniò che proprio quella notte era transitato, in piena calma di mare, nei pressi dell'isola e il faro già era spento.
Anche se quel giorno il mare era calmo, la cosa non escludeva comunque che uno di loro potesse essere egualmente caduto nell'oceano, cosa che spiegherebbe perché il terzo dei tre uomini non aveva indossato il telo impermeabile. Evidentemente, i due compagni avevano tentato di salvarlo, ma erano stati inghiottiti dai marosi ed erano annegati. Eppure, sul molo erano state trovate funi di aggancio e cinture di sicurezza. Possibile che uomini esperti come loro non avessero usato i mezzi di protezione?

Forse l'uomo caduto in mare era svenuto e non avrebbe potuto in alcun modo aggrapparsi a una fune di salvataggio. In questa situazione, però, uno solo si sarebbe gettato in soccorso, lasciando il terzo ben ancorato al molo... e questo che fine aveva fatto...
Un'altra teoria prevedeva l'improvvisa pazzia di uno dei tre, l'uccisione dei due compagni gettati in mare e il successivo suo suicidio. A quel punto, era tutto possibile. Gli investigatori però non trovarono una sola traccia che la potesse in qualche modo suffragare.
Ma la teoria forse più plausibile è quella che venne esposta in un libro. Nel 1947 un giornalista scozzese visitò Eilean More. Era una giornata bellissima e calma. Ad un tratto, d'improvviso, proprio mentre stava per raggiungere l'attracco occidentale, come dal nulla si era levala un'onda gigantesca che aveva sovrastato il molo, alta e terribile. Un attimo dopo tutto si era acquietato e il mare era tornato calmo, come se nulla fosse accaduto. In giornalista aveva subito pensato a qualche misterioso riflusso di marea oppure a un terremoto scatenatosi sott'acqua. Stando alla sua testimonianza, chiunque si fosse per caso trovato in quel preciso momento sul molo non avrebbe certamente potuto salvarsi davanti a tanta violenza. Dai pescatori del posto aveva poi saputo che quelle ondate improvvise e terribili comparivano periodicamente senza apparente motivo e molti erano coloro che avevano perduto la vita.
Tuttavia, anche a fronte di queste ipotesi, continua a sembrare davvero molto strano che tre uomini esperti siano stati contemporaneamente travolti in un incidente. Poiché uno di loro non indossava il telo impermeabile che era stato trovato al suo posto - molto probabilmente si trovava all'interno del faro, quando era successo il disastro; ma che cosa era capitato? E poi quand'anche avesse visto i suoi due compagni travolti dal mare, sarebbe stato così stupido da precipitarsi senza precauzioni al molo, gettandosi fra i marosi per salvarli?
Mistero. La sola cosa certa sta nel fatto che in quel calmo e quieto giorno di dicembre di fine secolo, qualcosa, qualche singolare accadimento si era verificato e i tre uomini del faro di Eilean More erano spariti, lasciandosi dietro soltanto l'alone terribile di un enigma agghiacciante.

sabato 22 agosto 2015

SCOPERTO UN SITO ARCHEOLOGICO SOMMERSO NEL CANALE DI SICILIA RISALENTE A PIÙ DI 9500 ANNI FA

Un monolito di 12 metri di lunghezza, adagiato sul fondo del mare a circa 40 metri di profondità. Lo hanno trovato i sub nella zona del Canale di Sicilia grazie agli indizi raccolti dai geologi dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) di Trieste.

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Il ritrovamento di questo grosso blocco di pietra lavorato, che presenta fori regolari su alcuni dei suoi lati e un foro che lo attraversa per intero in una sua estremità, testimonia la presenza di antiche popolazioni in questo lembo del Mediterraneo, circa 9500 anni fa, quando il livello globale del mare era più basso di oltre 40 metri.
Il sito identificato nel Canale di Sicilia è uno dei siti sommersi più antichi finora conosciuti, di età Mesolitica, la stessa datazione delle strutture di Göbekli Tepe in Turchia, il primo esempio noto di tempio in pietra.
Grazie agli studi guidati dall’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale), con la collaborazione dell’Università di Tel Aviv, dell’Arma dei Carabinieri e di un gruppo di sub professionisti della Global Underwater Explorers, è stato possibile ricostruire la storia del suo insediamento umano.
«Attraverso l’analisi dei dati raccolti (batimetria ad alta risoluzione, campionamenti, osservazioni fotografiche e video) e il confronto con l’andamento della variazione del livello del mare, abbiamo potuto potuto ricostruire la storia dell’abbandono di questo sito, avvenuta intorno a 9500 anni fa» spiega Emanuele Lodolo, ricercatore dell’OGS e coordinatore dello studio. «Le prime osservazioni risalgono alle attività di ricerca nel Canale di Sicilia che abbiamo iniziato nel 2009 con la nave OGS-Explora, ma solo oggi siamo riusciti a ricostruire la storia di questo sito archeologico» precisa Lodolo.
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I dati, recentemente pubblicati sul Journal of Archaeological Science: Reports, dimostrano che già nel Mesolitico erano abitate alcune isole che, sino a circa 9000 anni fa, punteggiavano l’odierno settore nord-occidentale del Canale di Sicilia.
L’arcipelago, che un tempo si estendeva tra le coste della Sicilia e l’Isola di Pantelleria, fu progressivamente inghiottito dall’innalzamento del mare seguito allo scioglimento della calotta di ghiaccio che copriva buona parte dell’odierna Europa settentrionale, durante l’Ultimo Massimo Glaciale (circa 18000 anni fa).
La scoperta di questo sito sommerso nel Canale di Sicilia ci consente di espandere in modo significativo le nostre conoscenze sulle prime civiltà nel Bacino del Mediterraneo e in materia di innovazione tecnologica e di sviluppo conseguiti dagli abitanti Mesolitici.
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Il monolite scoperto ha richiesto taglio, estrazione, trasporto e installazione che rivela importanti competenze tecniche e ingegneristiche, tali da dover abbandonare la convinzione che i nostri antenati non avessero le conoscenze, l’abilità e la tecnologia per sfruttare le risorse naturali e fare traversate marittime.
Le recenti scoperte di archeologia sommersa hanno definitivamente eliminato il concetto di “primitivismo tecnologico” spesso attribuito ai cacciatori-raccoglitori delle zone costiere.
«Una vasta documentazione archeologica dei primi insediamenti umani è ancora sepolta nelle aree di mare basso delle nostre piattaforme continentali, che erano emerse durante l’ultimo massimo glaciale. Quasi tutto ciò che sappiamo delle culture preistoriche deriva principalmente dagli studi condotti sugli insediamenti a terra. Per trovare le radici della civiltà nella regione del Mediterraneo, è necessario concentrare la ricerca nelle aree di mare basso ora sommerse: questa sarà la sfida della moderna archeologia» conclude Lodolo.

giovedì 20 agosto 2015

Le 10 antiche civiltà scomparse misteriosamente

Le 10 antiche civiltà scomparse misteriosamente

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Nel corso della nostra storia, la maggior parte delle civiltà o hanno incontrato una morte lenta o sono state spazzate via da calamità naturali. Ma ci sono alcune società la cui scomparsa ha lasciato perplessi molti studiosi:
Gli Olmechi

Una delle prime società mesoamericane, gli Olmechi abitavano le pianure tropicali del centro-sud del Messico. I primi segni degli Olmechi risalgono intorno al 1400 aC nella città di San Lorenzo, il principale insediamento Olmechi, che era sostenuto da altri due centri, Tenochtitlan e Potrero Nuevo. 
Gli Olmechi erano dei maestri costruttori dei principali siti che contenevano aree cerimoniali, grandi piramidi coniche e monumenti in pietra tra cui le loro teste colossali scolpite sulla roccia. La civiltà olmeca aveva fatto affidamento sul commercio, sia tra le diverse regioni Olmeche che con altre società mesoamericane perché in quel periodo era una delle culture più antiche e più avanzate del centroamerica, considerata spesso la cultura madre di molte altre culture mesoamericane. Che fine hanno fatto?
Intorno al 400 aC la parte orientale delle terre degli Olmechi si era spopolata, probabilmente a causa di cambiamenti ambientali. Presumebilmente si erano trasferiti dopo l'attività vulcanica avvenuta nella zona. Un'altra teoria molto popolare è che essi avrebbero subito un invasione da parte di una civilta'sconosciuta.
I Nabatei
I Nabatei appartenevano ad una cultura semitica che abitavano alcune regioni della Giordania, Arabia Canaan e le loro origini risalivano al VI secolo aC. 
Erano noti come i costruttori della città di Petra, che aveva svolto la funzione come la loro capitale. Petra è una ipressionante città scavata su un lato della roccia,un gioiello chiamato Khazneh, o Tesoro, un edificio gigantesco ispirato all'architettura greca .
La ricchezza dei Nabatei è stata acquisita per essere stata una tappa importante in una complessa rete commerciale, attraverso la quale avevano scambiato avorio, seta, spezie, metalli preziosi, gemme, incenso, profumi, zucchero e la medicina. A causa della portata della rotta commerciale, la cultura dei Nabatei venne fortemente influenzata dall'ellenistica Grecia, Roma, l'Arabia e l'Assiria. 
A differenza di altre società del loro tempo, non vi era la schiavitù e ogni membro della società contribuiva nelle mansioni lavorative.Come sono scomparsi? Nel corso del IV secolo dC, i Nabatei abbandonarono Petra improvvisamente. L'evidenza archeologica dimostra che il loro esodo avvenne in un anno opportunatamente programmato, che ci porta a credere che non sono stati cacciati da Petra da un'altra cultura. La spiegazione più probabile è che, quando le rotte commerciali si trasferirono al nord non potevano più sostenere la loro civiltà e Petra ando' in rovina.
L'Impero Aksumita
L'impero Axumita iniziò nel primo secolo dC in quello che oggi è l'Etiopia e si crede di essere la casa della Regina di Saba. Aksum era un importante centro commerciale, grazie alle esportazioni di avorio, le risorse agricole e oro che veniva scambiato attraverso la rete commerciale del Mar Rosso e poi verso l'Impero Romano e ad est verso l'India. Grazie a questo commercio, Aksum era diventata una società molto ricca e fu la prima cultura africana ad emettere una propria moneta, che anticamente era un segno di grande importanza. I monumenti più riconoscibili di Aksum sono le stele, i giganteschi obelischi scolpiti che avevano la funzione di lapidi per i re e nobili. I primi Aksumites adoravano diverse divinita', ma il loro dio principale era chiamato Astar. Nel 324 dC, il re Ezana II si convertì al cristianesimo e da allora Axum divenne una cultura zelo cristiana, che custodirebbe presumibilmente l'Arca dell'Alleanza.
Come sono scomparsi?
Secondo la leggenda locale, una regina ebrea di nome Yodit sconfisse l'Impero axumita e brucio' le loro chiese e la loro letteratura venne distrutta. Tuttavia, altri ritengono che la regina di Bani al-Hamwiyah avesse portato al declino l'impero axumita. Altre teorie attribuiscono la loro scomparsa al cambiamento climatico, l'isolamento commerciale e l'agricoltura stremata dalla siccita' apportando la fame. 
I Micenei
Si svilupparono al di fuori dalla civiltà minoica, intorno al 1600 aC nel sud della Grecia. Distribuiti su due isole e sul continente meridionale, i Micenei costruirono e occuparono molte grandi città come Micene, Tirinto, Pilo, Atene, Tebe, Orcomeno, Iolkos e Knossos. 
Molti miti greci fanno riferimento a Micene tra cui la leggenda del re Agamennone, che aveva guidato le forze greche durante la guerra di Troia. 
I Micenei erano una potenza navale dominante e utilizzavano le loro abilità navale per gli scambi commerciali con le altre nazioni, nonché per le imprese militari. A causa della mancanza di risorse naturali, i Micenei importarono molti beni che li trasformavano in oggetti vendibili in questo modo divennero maestri artigiani, conosciuti in tutto il Mar Egeo per le loro armi e gioielli.
Che fine hanno fatto?
Nessuno lo sa per certo, ma una teoria sarebbe quella che i disordini tra la classe dei contadini e la classe dominante avrebbe portato alla scomparsa dei Micenei. Un altra ipotesi sarebbe quella delle interruzioni delle rotte commerciali, o fattori naturali come i terremoti. 
Ma la teoria più popolare sarebbe quella di un invasione da parte di una civiltà del nord, come i Dori (che si stabilirono nella zona dopo la caduta dei Micenei) o il Popolo del Mare ( nel periodo della migrazione dai Balcani al Medio Oriente).
L'impero Khmer

L'Impero Khmer si era sviluppato fuori del regno di Chenla in quello che oggi è la Cambogia intorno al 9 °secolo dC ed era diventato uno degli imperi più potenti del Sud-Est asiatico. L'impero era noto come la civiltà aveva costruito Angkor, la capitale della Cambogia. La civilta' Khmer era incredibilmente potente e ricca che si era aperta ad altre credenze tra cui l'induismo, il buddismo Mahayana e il Buddismo Theravada, che erano religioni ufficiali dell'impero. Il loro potere includeva anche quello militare che gli aveva portati a combattere molte guerre contro gli Annamita e Chams.
Come sono scomparsi?
Il declino dell'impero Khmer potrebbe essere attribuito a diversi fattori. 
Il primo sarebbe che l'impero era governato da un dio devarajo o re, che a seguito dell' introduzione del Buddhismo Theravada, che insegnava l'illuminazione personale, il governo sarebbe stato contestato. Ciò gli avrebbe portato ad una mancanza di volontà di lavorare per il devarajo che controllava la quantità di cibo prodotto. Durante il regno di Jayavarman VII, una complessa rete stradale venne costruita per facilitare il trasporto delle merci e truppe in tutto l'Impero. Alcuni studiosi ritengono che queste strade gli avrebbero danneggiati, rendendo più facile agli invasori come gli Ayuthaya arrivare direttamente ad Angkor.

La cultura Cucuteni-Trypillian 
In Romania sarebbero i Cucuteni, in Ucraina i Trypillians e in Russia i Tripolie: una cultura tardo neolitica che fiorì tra il 5500 aC e 2750 aC. 
Al loro splendore, la società Cucuteni-Trypillian avrebbe edificato in Europa i maggiori insediamenti del Neolitico, con alcuni alloggi in grado di ospitare fino a 15.000 persone.  Uno dei più grandi misteri di questa cultura sarebbe quello che ogni 60 a 80 anni avrebbero bruciato il loro intero villaggio e ricostruirlo su quello vecchio. La cultura Cucuteni-Typillian era matriarcale, le donne erano a capo della famiglia e svolgevano il lavoro agricolo, ceramica, tessitura e abbigliamento.  Gli uomini erano cacciatori, produttori di utensili e si prendevano cura degli animali domestici. La loro religione era incentrata attorno alla Grande Dea Madre che era il simbolo di maternità e fertilità agricola. Essi adoravano il toro (la forza, la fertilità e il cielo) e il serpente (l'eternità e il movimento eterno).
Una delle principali teorie sulla fine della cultura Cucuteni-Trypillian sarbbe l'ipotesi Kurgan, in cui si afferma che fossero stati conquistati dalla cultura guerriera dei Kurgan. Tuttavia, i riferimenti archeologici più recenti attribuiscono la loro scomparsa ad un drammatico cambiamento climatico che avrebbe provocato una delle peggiori siccità della storia europea - devastante per una cultura che aveva fatto affidamento all' agricoltura. 

I Clovis

Il preistorico popolo dei nativi americani, della cultura Clovis risale al 10.000 aC. si era sviluppato nelle pianure meridionali e centrali del Nord America ed erano archeologicamente riconosciuti per avere lavorato la selce chiamata punta di Clovis. Sulle loro lance avrebbero usato queste punte di selce per la caccia ai mammut, bisonti e selvaggina di piccole dimensioni come cervi e conigli.Il popolo Clovis furono i primi esseri umani del Nuovo Mondo e furono considerati gli antenati di tutte le culture indigene del Nord e Sud America. Molti studiosi ritengono che attraversarono la striscia di terra di Beringia dalla Siberia all'Alaska durante l'era glaciale e poi diressero a sud verso climi più caldi.Dove sono andati?
Ci sono diverse teorie circa la scomparsa della cultura Clovis. La prima afferma che una diminuzione della megafauna con meno mobilità nella loro cultura li avrebbe portati a diramarsi e formare nuovi gruppi culturali, come la cultura Folsom. Un'altra teoria sarebbe quella che le specie di mammut e di altra selvaggina si sarebbe estinta a causa di un eccesso uso della caccia, lasciando i Clovis senza una fonte di cibo vitale. La teoria finale ruota attorno a una cometa che si era schiantato intorno alla regione dei Grandi Laghi influenzando in modo significativo la cultura Clovis. 
I Minoici
Prendono il nome dal leggendario re Minosse.I Minoici avrebbero abitato quella che oggi sarebbe l'isola di Creta nel 3000-1000 aC. Nella mitologia greca, Minoa era la terra di Creta Bull ed era il figlio del mitico Minotauro, che era metà uomo e metà toro e viveva nel labirinto; il Minotauro aveva ucciso tutti coloro che avevano osato accedere nel labirinto. In realtà, l'Minoici furono la prima civiltà conosciuta in Europa. Oggi tutto ciò che rimane della civiltà minoica sono i loro palazzi e manufatti rinvenuti all'interno. La civiltà minoica era un organizzazione sociale, dedita all'arte e al commercio. 
I primi Minoici parlavano una lingua che noi chiamiamo Lineare A, che in epoche successive sarebbe stata sostituita dalla Lineare B; entrambe si basavano su pittogrammi.Non vi è alcuna prova di una cultura militare nei palazzi minoici e sembra che il loro potere era puramente economico. Anche se i Minoici erano decaduti, la loro cultura venne ereditata prima dai Micenei e successivamente dai greci ellenistici.
Come sono scomparsi?
Molti studiosi ritengono che i Minoici furono spazzati via da una eruzione vulcanica sull'isola di Thera (oggi Santorini), ma ci sono prove che alcuni di loro siano sopravvissuti. Tuttavia, l'eruzione avrebbe ucciso ogni forma di vita vegetale portandoli così alla fame,danneggiando le loro navi e provocando il declino economico. Si ritiene inoltre che in questo periodo subirono l'invasione dei Micenei.
Gli Anasazi
Gli Anasazi o Popoli ancestrali avevano una cultura tipica dei nativi americani che erano comparsi nella zona di Four Corners degli Stati Uniti (tra il New Mexico, Arizona, Colorado, e Utah ) intorno al 1200 aC. 
I primi Anasazi erano cacciatori e raccoglitori che vivevano in case costruite in fosse poco profonde. In seguito avevano sviluppato l'orticoltura e l'agricoltura attraverso la coltivazione di mais, fagioli e zucca. 
In alcuni siti archeologici degli Anasazi sono sono state trovate delle ceramiche, cesti elaborati, sandali, abiti in pelliccia di coniglio, macine e archi con frecce. Gli Anasazi avevano scavato intere città sulle vicine scogliere come quelle di Mesa Verde e Bandelier o costruite con delle pietre e fango come la citta' di Chaco Canyon. Queste città avevano ospitato numerosi eventi culturali e civili ed erano collegate tra loro da centinaia di chilometri di strade.
Dove sono andati?
Intorno al 1300 gli Anasazi ancestrali abbandonarono le abitazioni rupestri e disperdendosi. Molti studiosi ritengono che, dopo l'esplosione demografica della popolazione, i poveri metodi di allevamento e una siccità regionale aveva reso difficile produrre cibo a sufficienza. A causa di questa mancanza di cibo, gli Anasazi si erano spostati lungo il Rio Grande o sulla mesas Hopi, e di conseguenza molti Indiani moderni credono di essere i loro discendenti. 
Recenti studi dimostrano che il cambiamento climatico potrebbe spiegare il declino della Anasazi e suggeriscono che i fattori sociali e politici, come un violento conflitto avrebbe determinato la loro fine.

La Civiltà della Valle dell'Indo 
Una volta abitava in un'area delle dimensioni dell'Europa occidentale in quello che oggi è il Pakistan e l'India occidentale, la Civiltà della Valle dell'Indo o di Harappa che aveva prosperato nel 3300-1300 aC, anche se la loro presenza nella zona risalirebbe fino al 7000 aC.
Nonostante sia una delle più grandi civiltà antiche, non si sa molto circa la civiltà di Harappa, soprattutto perché il loro linguaggio non è mai stato decifrato. Avrebbero costruito più di cento città e villaggi tra cui le città di Harappa e Mohenjo-Daro, ognuna delle quali era stata costruita con uno schema benorganizzato, e un complesso sistema idraulico con servizi igienici interni. 
L'evidenza suggerisce che la cultura Harappa avrebbe avuto un governo unificato e non vi erano le classi sociali. 
Non vi è inoltre alcuna evidenza di una loro attività militare per cui è probabile che vivevano in pace. Erano esperti astronomi ed erano ben organizzati in agricoltura, nella coltivazione di grano, orzo, piselli, meloni, sesamo e cotone (diventando la prima civiltà a produrre tela di cotone) e addomesticare gli animali tra cui il bestiame e gli elefanti.
Dove sono andati? Ci sono diverse teorie su ciò che sarebbe successo alla civiltà della valle dell'Indo. Alcune persone ritengono che questa civilta' sarebbe decaduta a causa delle modifiche al loro ambiente, come ad esempio una riduzione della dimensione del sistema fluviale del Ghaggar Hakra o per via delle basse temperature, la siccita' che si sarebbe verificata in tutto il Medio Oriente. Un'altra popolare teoria era che gli ariani avrebbero invaso quelle regioni intorno al 1500 aC.

mercoledì 19 agosto 2015

NAPOLI - CAPPELLA DI SAN SEVERO L'INCREDIBILE ALCHIMIA DELLA CAPPELLA E LE MACCHINE ANATOMICHE

Lo straordinario principe Raimondo di Sangro e l'alchimia della cappella di San Severo- di Stefano Brugnoli 


Nella Napoli settecentesca Raimondo di Sangro abitava  il Palazzo Sangro, tutt’oggi esistente al civico 9 di Piazza San Domenico Maggiore. Nelle immediate vicinanze, al nr. 19 di via Fancesco de Sanctis, sorge la famosa cappella Sansevero, chiamata anche Santa Maria della Pietà dei Sangro o Pietatella.La cappella venne fondata come sacello sepolcrale della famiglia da Giovanni Francesco Sangro (1590) poi rinnovata dal figlio Alessandro (1610) ed infine decorata da Raimondo. La cappella era unita al palazzo da un cavalcavia che crollò agli inizi del 1900.La Cappella Sansevero si presenta come un complesso libro di sapere ermetico nascosto abilmente nei complessi scultorei. Man mano che dall’ingresso si procede dall’ingresso verso l’altare maggiore avremo l’Ovest come punto ideale, di fronte l’Est a destra il Nord ed a sinistra il Sud.
Alla nostra sinistra la statua del Decoro che è rappresentata da un giovane con i fianchi cinti da una pelle di leone con la mano appoggiata ad una colonna ove è scritto “Sic Floret Decoro Decus” che simboleggia la forza. Di fronte sulla desta si erge l’Amor Divino che raffigura un giovane nell’atto di porgere un cuore fiammeggiante che raffigura la fase conclusiva del processo alchemico. Andando avanti altre due sculture, poste una di fronte all’altra; a sinistra la Liberalità dove una donna tiene in mano il corno dell’abbondanza  mentre con l’altra offre delle monete ed un compasso; quest’ultimo oggetto rappresenta la misura della volontà. Sulla destra la statua dell’Educazione che rappresenta una donna in atto di istruire un bambino. Entrambe le statue simboleggiano, l’una il sorvegliane del tempio e l’altra il compito affidato agli stessi di istruzione dei neofiti.
A questo punto esaminiamo le  successive quattro statue; la Sincerità, la Soavità, lo Zelo della Religione ed il Dominio di sè stessi nelle quali possiamo intravedere le quattro prove dell’iniziazione.

Raimondo di Sangro

La donna della Sincerità ha il caduceo (alchimisticamente, il solvente dei Saggi) mentre con la sinistra sorregge un cuore. E’ qui evidente il primo grado dell’iniziazione dove il neofita deve sottoporsi ad una rigida introspezione (la statua corrisponde all’elemento Terra)
La Soavità riflette la seconda prova in quanto ha un elmo in testa indice di regalità ed un giogo in mano indice del dominio dell’alchimista sulla materia dopo aver trovato l’oro (la statua corrisponde all’elemento Aria)
La statua dello Zelo della Religione corrisponde alla terza prova dove l’iniziando si rischiara alla luce di una torcia dimenticando le nozioni non conformi al libero pensatore (la statua corrisponde all’elemento Acqua)
Il Dominio simboleggia la quarta prova dove un guerriero tiene incatenato ai suoi piedi un leone ed Amore tiene una fiaccola rovesciata. E’ il trionfo dell’intelletto sulla forza bruta e sulle bramosie (la statua corrisponde all’elemento Fuoco).
Il Sapere Iniziatico è condensato nella statua della Pudicizia che rappresenta la sapienza che l’iniziando deve svelare per impadronirsene.

                            
La lapide dedicatoria di Alessandro de' Sangro sull'ingresso
della Cappella Sansevero - foto tratta da Wikipedia - Autore: Hotepibre (Giuseppe)



Nella statua del Disinganno, che rappresenta un uomo che si libera dalle maglie di una rete, è allegoricamente rappresentato l’Apprendista appena dopo essere stato iniziato ai misteri. Nel bassorilievo sottostante, raffigurante Cristo che dona la vista ad un cieco, è chiara l’allusione al dono della luce e della verità.
La statua del Cristo velato richiama l’attenzione alla figura del Maestro, quando adagiato sul letto di morte, viene simbolicamente ricoperto da un velo.
E’ possibile ritrovare attinenze anche con le carte dei tarocchi:
La statua della Liberalità con la Lama 17 “le stelle”
L’Educazione con la Lama 8 “la gisustizia”
La Sincerità con l’Arcano 3 “l’imperatrice”
La Soavità con la Lamina 4 “l’Imperatore”
Lo Zelo della religione con l’Arcano 9 “l’Eremita”
Nel Dominio di sé stessi con l’Arcano 11 “la forza”
La Pudicizia con la Lamina 2 “la papessa”
E tantissime altre rispondenze
Nella Cappella di San Severo sono conservate 3 particolarissime e quantomeno uniche statue, eseguite su volere di Raimondo di Sangro, la cui realizzazione è così fenomenale da presupporre che, oltre alla mano dell'artista, vi sia stato anche qualche ignoto intervento alchemico.

Il Cristo velato e la leggenda del velo - di Isabella Dalla Vecchia 


Quest'opera famosa per la sua impeccabile realizzazione si trova al centro della navata della Cappella di San Severo. Fu realizzata da Giuseppe Sanmartino, su committenza di Raimondo di Sangro. Doveva essere una "semplice rappresenzazione di Nostro Signore Gesù avvolto nel sudario" ma osservandola è impossibile non essere investiti da mille interrogativi, primo tra tutti l'assoluta perfezione dell'opera. Il sudario trasparente che avvolge Gesù non richiama minimamente la freddezza e la durezza del marmo, materiale di cui è scolpito, perchè ciò che appare davanti ai nostri occhi è pura seta. Mai un velo è stato rappresentato in questo modo, perlopiù da un giovane e sconosciuto artista napoletano che ha saputo in quest'opera superare gli stessi Canova e Michelangelo.


Una leggenda narra che Raimondo di Sangro, con le sue doti di alchimista avrebbe saputo pietrificare un vero drappo, riuscendo così ad ottenere un'opera di autentica fattura. Se si ricerca anche solo un errore che possa avvalorare che si tratti di "finzione" e non di realtà, si rimane sbalorditi. L'immagine è così autentica che trascina lo spettatore alla pietà e allo stesso tempo alla delicatezza con cui viene avvolto il Cristo, quasi a dissiparne le sofferenze subite e a trasmettere il fatto che Lui stia in quel momento effettivamente dormendo e che quel sudario con un soffio di alito di vento scivolerebbe via, non appena Gesù avrebbe emanato nel risveglio il primo respiro. Ecco che il marmo da freddo diviene caldo, perchè avvolge un corpo ancora vivo, immortale, eterno, prossimo alla resurrezione, come questa meravigliosa statua.

La statua del Disinganno - di Isabella Dalla Vecchia 

Un'altra opera incredibile rappresenta il Disinganno e si trova nei pressi del pilastro a destra dell'altare. Opera di Francesco Queirolo, rappresenta un uomo che cerca di liberarsi da una rete con l'aiuto di un genio alato. E' dedicata al padre di Raimondo, Antonio duca di Torremaggiore, a ricordo della sua vita avventurosa e pellegrina, a causa della quale trascurò i figli che furono cresciuti ed educati dal nonno. Solo in vecchiaia, rendendosi conto del tempo perduto, tornò a Napoli e prese i voti. Ecco perchè l'uomo o meglio il padre, aiutato da una figurina celeste, si libera dall'inganno, una rete che lo aveva dolcemente imprigionato per tutta la vita. Il putto che in fronte reca simbolo della conoscenza, indica il mondo ai piedi del complesso e il Libro della Bibbia aperto. Il bassorilievo sottostante riporta la parabola di Gesù che ridona la vista al cieco metafora dell'intera vicenda.

             
                                                                                                          Disinganno

La statua nel complesso è un riferimento al percorso di iniziazione massonica, nel cui rituale si procedeva bendati e privi di vista, fino a riottenerne di nuova e illuminante. Solo attraversando il buio della perdizione e del peccato si può comprendere e raggingere la luce della Conoscenza e della Verità. Ma se non si vive nel male non si può capire pienamente il bene e poter distinguere così bene le due realtà. Dopotutto Gesù ha guarito persone colpite da malattie e da demoni, indicandogli la giusta via. Ognuno di noi è invischiato ad una rete dura come il marmo, che ci confonde e disordina i pensieri in ogni giorno della nostra vita, solo quando ne saremo liberati potremo sentirci liberi di volare verso la luce. Come cita Raimondo: “fragilità umana, cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi”.
Ma ciò che stupisce realmente è la realizzazione della rete, così perfetta da apparire reale, sembra vera e solamente dipinta con il colore del marmo. Anche in questo caso si presuppone che il principe di San Severo abbia agito con l'alchimia su una banale rete da pescatore, pietrificandola. E' strano che tre opere, uniche al mondo per la precisione con cui sono state realizzate reti e veli, si trovino qui. Così simili tra loro e per giunta scolpite da tre autori diversi.
Che Raimondo abbia davvero scoperto la magia alchemica o è solo eccellente bravura degli artisti?

La statua della Pudicizia - di Isabella Dalla Vecchia

      
 
            
    
Questa mirabile statua si trova nei pressi del pilastro a sinistra dell'altare, commissionata sempre da Raimondo di Sangro a dedicata alla madre Cecilia Gaetani dell'Aquila d'Aragona, morta quando Raimondo aveva solo 1 anno. Venne scolpita da un altro autore, Antonio Corradini, che nonostante avesse già realizzato "veli di marmo" in diverse situazioni, raggiunse in quest'opera una perfezione tale da supporre che anche in questo caso esso sia stato opera alchemica del principe. In questo caso il materiale è addirittura rappresentato "umido" facendo trasparire la pelle ancora bagnata.
L'episodio sotto la statua è il Noli me Tangere, nel quale Gesù risorto incontra la Maddalena che lo aveva scambiato per il giardiniere e le dice di non toccarlo. Vi è la figura di Maria Maddalena in correlazione con la donna velata, nascosta, sotto la cui stoffa preziosa si cela la Verità della Dea che un giorno sarà rivelata. Accando alla donna è presente una lapide spezzata che mostra poche parole e un Albero della Vita legame con Eva, la prima Dea. Nel complesso una celata rappresentazione di Iside velata, Dea massonica preferita. Qui la donna è protagonista, una donna nascosta, da cercare. Viene voglia di toglierle il velo, così sottile ma allo stesso tempo così opaco. Solo il vero iniziato potrà farlo, solo colui che saprà trasformare alchemicamente il marmo in seta e potrà toglierne il velo.

Lo strano labirinto - di Isabella Dalla Vecchia 


Non è un tema casuale da parte di Raimondo che ne ha ricoperto addirittura il pavimento, il labirinto è il simbolo per eccellenza del percorso iniziatico, attraverso il quale si cerca la via di uscita verso la verità. Tema molto caro ai Cavalieri Templari, luogo della ricerca del Graal, in Italia e nel mondo ne troviamo di diverse tipologie, spesso in luoghi ben precisi, come dimore filosofali o magioni dei cavalieri dell'Ordine. Rappresenta il nostro cammino, i bivii a cui siamo sottoposti ogni giorno, le nostre scelte che però fanno parte di un unico grande disegno labirintico, all'interno del quale dobbiamo saper scegliere saggiamente affinchè non ne restiamo prigionieri, ma riusciamo ad uscirne vittoriosi per aver, con coscienza e conoscenza, intrapreso la strada corretta.

Le macchine anatomiche - di Stefano Brugnoli 

Il Principe di San Severo, intorno al 1763, ingaggiò l’anatomista siculo Giuseppe Salerno, impegnandosi a pagarlo 2000 ducati all’anno, cifra ragguardevole per quel periodo.
Il Principe aveva già a sua disposizione a pagamento il medico di famiglia ma come mai assunse un nuovo medico?
Le risposte che possiamo trovare possono essere le seguenti:
  1. Il San Severo aveva già avuto dissapori con le autorità e l’opinione pubblica, per cui non voleva esporsi con i suoi esperimenti
  2. Il lavoro che desiderava eseguire richiedeva l’esperienza di un medico esperto in dissezioni
Il Principe si procurò degli scheletri veri, attualmente chiusi in bacheche nei sotterranei della Cappella, che vennero opportunamente trattati ed al fine di mantenere le ossa unite al loro corretto posto queste furono collegate mediante fili di ferro fatti passare attraverso le cavità delle ossa medesime.
Dopo questo lavoro il San Severo si preoccupò di creare in cera ogni pezzo anatomico fatti con il sistema del calco mentre per le vene è stata utilizzata della cera poi colorata mediante un pennellino. I coloranti utilizzati sono il nerofumo, porporina, azzurrite e cinabro.



Altro sistema potrebbe essere stato quello utilizzato per le candele versando cera liquida in un tubo in cui siano stati prima inseriti dello spago od un filo di ferro. Anche i cuori, la vescica ed i testicoli delle Macchine Anatomiche sono stati riprodotti in cera e quindi nessuna sostanza metallica è stata utilizzata.
Ma per quale motivo il De Sangro spese somme consistenti di denaro e tempo per realizzare la più straordinaria costruzione anatomica del tempo?
Uno dei principali motivi potrebbe essere riscontrato nel desiderio di offrire alla scienza dell’epoca un valido strumento conoscitivo dell’anatomia umana.
L’altra motivazione potrebbe rintracciarsi nel fatto che inizialmente i due cadaveri potessero trovarsi all’interno del palazzo del principe in una camera chiamata “fenice” e che indubbiamente conduce al mito filosofico della rigenerazione dove i tre elementi maschio, femmina e feto (le Macchine anatomiche sono scheletri di un uomo e di una donna) allo stato della putrefazione sono pronti a ricevere i nuovi germi vitali della resurrezione. E’ il processo della materia “dealbata” in attesa della rivivificazione , così come la fenice risorge dalle sue ceneri; è l’Igne Natura Renovatur Integra INRI (Il Principe di San Severo Clara Miccinelli edizioni Ecig).

Un terrificante esperimento? - di Isabella Dalla Vecchia 


Osservando le macchine anatomiche ci assale un atroce dubbio: I corpi e l'intero apparato circolatorio sono troppo complessi e anatomicamente precisi perchè possano essere stati semplicemente "riprodotti". Esiste una "leggenda nera" secondo la quale queste strutture anatomiche sarebbero state in principio degli esseri umani frutto di un folle esperimento ad opera dello stesso Raimondo di Sangro che, come un novello Dottor Frankestein, avrebbe portato in laboratorio esseri umani. Il mistero permane ancora oggi perchè ci è assolutamente ignota la metodologia per ottenere simili "modelli". Unica "tecnica" nota è il "processo di metallizzazione" secondo il quale sarebbe stato inserito nelle arterie dei presunti cadaveri (di questo non si ha certezza), un liquido sconosciuto che avrebbe resi solidi tutti i vasi sanguigni. In seguito i cadaveri sarebbero stati "aperti" e privati degli altri organi, lasciando solo la struttura ossea con tutto il sistema circolatorio. Non è da escludere l'ipotesi che l'esperimento sia stato effettuato su persone ancora vive, dato che solo il sangue in circolo pompato dal cuore avrebbe potuto diffondere il liquido in tutto il corpo. Ipotesi questa che fa rabbrividire se si pensa che la donna era addirittura incinta, infatti si nota tutto l'apparato circolatorio del feto e del cordone ombelicale (il feto è stato trafugato). Ma che tipo di liquido è stato utilizzato? Quale genere di materiale poteva solidificarsi solo dopo aver raggiunto ogni più remoto capillare? Ci viene in mente il mercurio, il metallo liquido conosciuto. Ma in che modo sarebbe stato iniettato dato che ancora non esistevano aghi ad utilizzo medico? Un segreto che il Principe portò con sè nella tomba, non lasciando traccia alcuna sui suoi studi. Inoltre non esistono esempi di questo tipo in tutto il mondo e mai forse ce ne saranno data l'impossibilità di ricreare, ancora oggi, un esperimento simile.


Un sistema circolatorio fin troppo dettagliato, in ogni suo minimo capillare. Ad oggi non si conosce la verità, è impedito ogni prelievo di materiale, forse per lasciare il dubbio, la paura, la preoccupazione sulla effettiva fonte di queste "macchine anatomiche". Magari per lasciare la speranza che fossero solo modellini e chissà, forse anche il proprietario è spaventato all'idea di un esperimento sulla vita. Ciò che spaventa incuriosisce con il riserbo che "potrebbe essere tutto finto", con questi presupposti non esiste persona che non si recherebbe ad osservare queste strane e inquietanti "meraviglie della natura".


Si trovano nella Stanza della Fenice, animale simbolo di resurrezione, di rinascita e immortalità. Raimondo di Sangro era fondamentalmente un medico e non dobbiamo farci assalire da preconcetti di spietato sperimentatore. Essendo lui stesso un fervente alchimista potrebbe anche aver riscoperto per un istante il barlume della pietra filosofale, del metallo trasformato in oro, dell'immortalità della vita. Magari il suo esperimento era volto a creare vite eterne ma, dopo aver visto il risultato, è anche possibile che abbia deciso di non riprovarci mai più. Se così non fosse avremmo trovato molti altri cadaveri, magari anche di animali. Ma sappiamo bene che di "macchine anatomiche" ne esistono solamente due.

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