lunedì 17 agosto 2015

TECNOLOGIA E CHIRURGIA CRANICA IN UN VILLAGGIO DELLA CAPPADOCIA DI 10 MILA ANNI FA

Tutti gli indizi che il sito ad Asikli Hoyuk continua a inviarci, ci costringono ad ammettere l’esistenza di una civiltà, tra Paleolitico e Neolitico, tanto evoluta da assomigliare notevolmente alla nostra.

Asikli Hoyuk

Asikli Hoyuk, a circa trenta chilometri da Aksaray, è un sito archeologico al centro della Cappadocia; poco conosciuto, non pare destare particolare interesse e non è nemmeno inserito come meta preminente dagli operatori turistici.
Eppure, all’alba del Neolitico, fu scelto per crearvi un importante insediamento, immerso com’era in un paesaggio vulcanico dominato da quelle che un tempo erano valli fluviali, poi trasformatesi in depositi di tufo: una zona fertile e ricca di ossidiana, due buone ragioni per convincere i nostri antenati a fermarsi, cambiando radicalmente le precedenti abitudini.
Il sito, tuttora oggetto di studio, fu individuato nel 1964 dall’archeologo Ian A. Todd, che rinvenne in strati superficiali migliaia di artefatti realizzati con l’ossidiana, segno della presenza di una notevole industria, il cui prodotto era destinato per lo più al commercio in un mercato che deve considerarsi assai vasto, abbracciando tutto il Vicino Oriente.
Una campagna di scavi sistematici iniziò solamente sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso sotto la guida di Ufuk Esin, in considerazione dell’urgenza di procedere alla mappatura completa dell’insediamento, poiché era imminente la realizzazione di una diga sul lago Mamasin, le cui acque avrebbero sommerso parzialmente il sito.
Da allora le campagne di scavo si sono susseguite quasi senza sosta, anche se oggi non sussiste più alcun pericolo di sommersione.
Le abitazioni, costruite in mattoni crudi e per metà interrate nel suolo, sono allineate e adiacenti come una moderna città.
La presenza di pochi edifici ben più grandi rispetto alla media, possono intendersi come luoghi di aggregazione di una parte della comunità.
Poiché gli edifici sono privi di aperture sulle pareti, similmente alle abitazioni di Catalhoyuk (ma anche a quelle degli indiani Anasazi), si ritiene che l’ingresso avvenisse dal tetto piano mediante scale di legno removibili.
Un’area dedicata, a ridosso del sito, presenta ricostruzioni attendibili di queste abitazioni, realizzate con materiale e tecnica dell’epoca.
All’interno delle camere ‘multifunzione’, ampie mediamente sui 20 mq., sono state individuate una settantina di sepolture, quasi tutte corredate da offerte funebri di collane e braccialetti. I defunti erano seppelliti in posizione fetale all’interno di fosse create sotto il pavimento degli edifici stessi.
Dall’analisi dei resti scheletrici sappiamo che la vita media dell’uomo era attorno ai cinquantacinque anni, mentre quella della donna non andava oltre i venticinque: le evidenti deformità riscontrate sulle articolazioni suggeriscono che il gentil sesso fosse impiegato anche in lavori solitamente svolti dai maschi, come il trasporto di carichi particolarmente pesanti.
Il campione ci permette inoltre di attestare al 50% la mortalità infantile; un’analoga percentuale è riservata agli scheletri che presentano evidenti segni di bruciature, a conferma che sovente, dopo il decesso, i corpi erano inceneriti in forni predisposti allo scopo (forse all’interno di santuari o templi destinati alle pratiche religiose), come d’altronde già accertato negli scavi di Cayoyu e Nevali Cori, con il rinvenimento di analoghi focolari.
Poiché ad Asikli Hoyuk non è stato ancora rinvenuto quello che potremmo definire un cimitero, per il momento si scorge la possibilità che la sproporzione tra le sepolture e il numero di abitazioni sia riconducibile a un culto funebre riservato a una ristretta classe di dignitari.

Avanguardia tecnologica

Circa 20 anni fa, si rinvenne nel sito una collana con dieci perle di agata magistralmente perforate per quasi dieci millimetri.
La scoperta induce a considerare che gli artigiani di Asikli Hoyuk avessero raggiunto un livello sorprendente di tecnologia nella lavorazione di questi manufatti, tenendo in considerazione che l’agata è una varietà di quarzo che, per la particolare durezza, si può forare ancor oggi solo con l’utilizzo di un trapano munito di punta conica di diamante.
Una semplice punta d’acciaio non riuscirebbe nemmeno a scalfire l’agata, anzi la scheggerebbe. Una simile tecnologia, addirittura risalente a novemila anni fa, non può essere assolutamente conciliabile con le conoscenze che oggi pensiamo di avere del nostro passato.
Nel frattempo, a questa magnifica collana si è aggiunto un altro stupefacente manufatto: un braccialetto d’ossidiana, rinvenuto nel 1995 e databile allo stesso periodo della collana, che oltre a presentarsi in forma quasi regolare, denota l’incredibile simmetria della cresta anulare centrale e una superficie, simile a uno specchio, accuratamente pulita e rifinita.
Realizzare questo bracciale, ora esposto al Museo Archeologico di Aksaray, richiederebbe oggi una tecnica complessa di lucidatura, ottenibile solamente con l’uso di lenti telescopiche.
Lo sostengono i ricercatori dell’Institut Français d’Etudes Anatoliennes di Istanbul e del Laboratoire de Tribologie et de Dynamiques des Systèmes di Saint-Etienne, (lo studio è stato pubblicato dal Journal of Archaeological Science nel dicembre 2011), che hanno analizzato il reperto con il metodo della tribologica multiscala, tecnica già sviluppata per l’industria automobilistica (per determinare le proprietà meccaniche della carrozzeria) e ora adattata all’archeologia.
Un ultima scoperta interessante è venuta dal ritrovamento del cranio di una giovane donna che presenta tracce della prima trapanazione al cervello finora conosciuta: anche questo reperto è custodito al Museo Archeologico di Aksaray.
Probabilmente si trattava di un intervento chirurgico, poiché è stato determinato che la tecnica fu eseguita mentre la donna era ancora in vita e il decesso sarebbe avvenuto pochi giorni dopo.
Tutti questi indizi che il sito ad Asikli Hoyuk continua a inviarci, ci costringono ad ammettere l’esistenza di una civiltà, tra Paleolitico e Neolitico, tanto evoluta da assomigliare notevolmente alla nostra.
Ora, gli scavi hanno raggiunto il livello più basso, rivelando informazioni preziose sullo stile di vita dei gruppi che hanno creato il primo insediamento circa 10.300 anni fa.
Il direttore dello scavo di Asikli Hoyuk, il professor Mihriban Ozbasaran, ha spiegato che il sito rappresenta il primo villaggio noto della Anatolia centrale e della regione della Cappadocia.
Il lavoro archeologico ha permesso agli studiosi di ricavare una grande quantità di dati importanti che mette in luce l’importanza strategica dell’Anatolia nella storia della nostra civiltà.
“Con la sua storia di 10.300 anni, Asikli Hoyuk è l’insediamento umano che ha portato importanti sciluppi tecnologici e scientifici in tutto il mondo, come ad esempio le prime attività agricole e la prima chirurgia del cervello”, conclude Ozbasaran.

sabato 15 agosto 2015

Altri 5 miti da sfatare sul cervello

Un colpo alla testa può davvero farci dimenticare chi siamo? L’alcol ci brucia i neuroni? Ecco alcune delle risposte alle più famose leggende metropolitane sul cervello
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Mai nella storia erano entrate in ballo risorse così consistenti per la ricerca sul cervello come oggi con lo Human Brain Project (in Europa) e il progetto Brain (in America). É il segno che far luce sul funzionamento di questo meraviglioso set di ingranaggi che abbiamo dentro la testa è diventata una delle priorità assolute della scienza, e che i segreti della memoria, della coscienza, dell’intelligenza e dell’origine delle malattie mentali sono forse più vicini a essere rivelati. Ma anche che forse le leggende metropolitane che da sempre spopolano sul cervello hanno ormai le ore contate.
Noi di Wired, da sempre sintonizzati sui misteri del cervello e suifalsi miti in circolazione sul tema, ne abbiamo raccolti alcuni tra i più diffusi, che qui vi raccontiamo. A quali finora avete creduto anche voi?
La musica classica rende i bambini più intelligenti
Perché perdere l’occasione di far ascoltare un po’ di sinfonie al proprio bimbo già nella culla, se questo può farimpennare il suo QI?
Il mito nasce da un lavoro degli anni ’90 pubblicato sulla nota rivista scientifica Nature, dove il duo di scienziati Gordon Shaw e Frances Rauscher dimostra che alcuni studenti diventavano più bravi a risolvere alcuni problemi subito dopo aver ascoltato la celebre Sonata in re maggiore per due pianoforti di Mozart. L’idea è così pop che prende subito un nome: effetto Mozart. E viene travisata fino a portare a supporre che, facendo ascoltare l’opera ai bambini, questi possano sviluppare un’intelligenza superiore agli altri (speculazioni mediante business di cd e dvd per bambini comprese). In assenza, tuttavia, di alcun riscontro scientifico.
Gli esperimenti di Shaw e Rauscher, una volta riprodotti, hanno evidenziato infatti che lo sviluppo di una maggior perspicacia, oltre a riguardare solamente l’intelligenza spazio-temporale (cioè l’analisi delle forme, delle posizioni e il senso dell’orientamento), è solamente temporaneo e svanisce completamente nell’arco di una manciata di minuti. E non ha niente a che vedere con lo sviluppo cognitivo.
Baby with head phones
Studi successivi hanno messo in relazione l’ascolto di questa composizione musicale con dei piccoli miglioramenti nel decorso dell’epilessia grave, oppure hanno evidenziato un’aumentata attività di alcune aree del cervello. Ma non possiamo affermare ancora nulla rispetto ai suoi effetti sull’apprendimento o losviluppo cerebrale durante l’infanzia. Le ricerche più recenti suggeriscono piuttosto che imparare a suonare, anziché semplicemente ascoltare la musica, possa migliorare l’apprendimento dei più piccoli, sia per quanto riguarda lecapacità di linguaggio, sia altre attività, come per esempio la lettura.
Uomini e donne hanno capacità diverse perché hanno cervelli diversi
Ci sono differenze fisiologiche tra il cervello delle donne e quello degli uomini, e questo è all’origine abilità diverse tra i due sessi. Falso, falsissimo: nessuna ricerca ha mai dimostrato che ci siano differenze nelle connessioni tra i neuroni nei vari network del cervello tali da determinare un divario nell’apprendimento di nuovi skill in base al sesso. Siano questi i problemi matematici, la logica, l’arte, le attività politiche, la medicina. E anzi, il tentativo di un approccio differenziato sul piano dell’educazione ha dimostrato di non servire proprio a nulla (se non ad alimentare gli stereotipi).
12890609815_3c3deaf18f_z(Credits: Hey Paul Studios @Flickr)
Eppure questa visione “stereotipata” del cervello ha preso piede facilmente, tanto da riproporsi come attuale in una versione sofisticata: gli uomini avrebbero due emisferi cerebrali più specializzati, o tenderebbero a essere piùaggressivi, mentre le donne dei circuiti più complessi a livello emozionale e sul piano dell’empatia. Per queste ragioni uomini e donne non sarebbero adatti a fare le stesse cose.
Se è vero che donne e uomini non hanno lo stesso identico corpo, queste distinzioni di carattere cognitivocontinuano però a essere infondate ed esagerate e non correlano in alcun modo con le differenze nel comportamento, l’essere in grado di portare a termine determinate operazioni o il poter migliorare specifiche abilità.
I danni al cervello sono irreparabili
Il mito narra che siamo nati con un numero prestabilito di cellule nervose, e perciò una lesione a livello cerebrale comporterebbe un danno da cui è impossibile recuperare. Le lesioni cerebrali hanno sempre generato per questo immagini molto sconfortanti: persone destinate a vivere per sempre in stato vegetativo, in condizioni di grave disabilità fisica o mentale.
La realtà ci dice però che siamo in uno di quei casi dove è sbagliatissimo “fare di tutta l’erba un fascio”. Le lesioni al cervello, infatti, non sono tutte uguali, e la gravità delle conseguenze dipende innanzitutto da quanto sono estesee dall’area cerebrale coinvolta. Se da un lato è vero che le lesioni profonde, comprensive di forti emorragie, lasciano segni indelebili o necessitano di pesanti interventi chirurgici, nel caso di lesioni circoscritte, invece, il cervello ha dimostrato di poter molto spesso recuperare senza recare grosse disabilità.
Neuron
Succede perché, nonostante i neuroni, una volta danneggiati o persi, non possano essere in alcun modo sostituiti, questo non vale per le sinapsi, cioè le terminazioni che consentono ai neuroni di comunicare uno con l’altro, che possono invece costruire nuove vie e compensare i danni all’interno del network. È grazie a questo processo, denominato plasticità cerebrale, che per esempio molti pazienti colpiti da ictus riescono a recuperare le loro capacità motorie e verbali.
L’alcol uccide le cellule del cervello
Movimenti scoordinati, parole confuse, comportamenti irrazionali: è facile immaginare che chi è spesso ubriaco, o chi è alcolizzato, si sia giocato il cervello per colpa dell’alcol. Ma davvero l’alcol uccide le cellule nervose? La biologia ci dice che non è esattamente così.
L’eccesso di alcol altera essenzialmente la porzione terminale dei neuroni, i cosiddetti dentriti, rendendo più difficoltosa la trasmissione del segnale e di conseguenza la comunicazione tra cervello e i distretti corporei. Per quanto dannoso, sa tratta però di un processo reversibile, che non provoca la morte delle cellule cerebrali.
Barman poring beer from beer tap
Negli alcolisti di lunga data invece, può manifestarsi la sindrome di Wernicke-Korsakoff, un disturbo neurologico dove il tessuto nervoso viene realmente compromesso, con conseguenze sulla memoria, la coordinazione muscolare, la vista, fino alla demenza. A causarla tuttavia non è un danno diretto dell’alcol sulle cellule, bensì una deficienza di tiamina, una vitamina essenziale il cui assorbimento viene alterato dall’alcolismo. Insomma: l’alcol non brucia di per sé il cervello, bensì può danneggiarlo (e con effetti anche molto gravi) attraverso vie collateraliquando l’abuso diventa patologico.
Una botta in testa può farci perdere (e ritornare) la memoria
É uno degli espedienti più abusati nelle soap: il personaggio cade vittima di un tragico incidente e, quando si risveglia, non ricorda più nulla della sua vita. Dopo qualche puntata, un altro colpo in testa ed ecco improvvisamente tornare perfettamente la memoria. Nella vita reale no, questo non accade.
Biomedical illustration of the human brain with a jigsaw puzzle design overlayed
L’amnesia retrograda, cioè quella che cancella gli eventi passati, può sì manifestarsi in occasione di un bruttotrauma cranico. Tuttavia non è affatto scontato che un brutto colpo in testa possa determinare un reset proprio a livello della memoria autobiografica, quella che permette di richiamare la storia personale e l’identità dell’individuo. Per non parlare dell’ipotesi, del tutto fantasiosa, che questa possa ripristinarsi semplicemente con un’altra botta in testa.
In collaborazione con Novartis Pharmaceuticals

venerdì 14 agosto 2015

Anomalous Aerial Vehicles



Il caso che segue è molto interessante per cinque motivi principali: 1) è una testimonianza di prima mano apparsa su un sito di settore militare. Chi parla in prima persona nell’articolo è rappresentativo di un curriculum militare di tutto rispetto; 2) è accaduto in tempi relativamente recenti e non in un periodo di tanti decenni fa dove è difficile fare delle verifiche approfondite per accertare, in modo inequivocabile e certa, l’origine effettiva del fenomeno osservato; 3) numerosi testimoni militari; 4) intervento censorio di un agenzia apparentemente governativa; 5) in modo ufficiale viene coniato un nuovo acronimo per catalogare tutti quei casi che non si riescono ad identificare in alcun modo e che vengono quindi denominati AAV (Anomalous Aerial Vehicles). Quindi “veicoli aerei anomali”, mezzi artificiali che non hanno nulla a che vedere con mezzi conosciuti su questo pianeta.
Seppur apparso in alcuni forum, questo caso non è stato approfondito da alcun ente o organizzazione ufologica del settore. Fino ad ora. Soprattutto per l’acronimo proposto che non ha nulla a che vedere con fenomeni naturali sconosciuti.
Quindi qui in Italia e – probabilmente – al mondo, il CUN (Centro Ufologico Nazionale) è il primo ad informare l’utenza e gli addetti ai lavori di ciò.
Buona lettura.
Un mio buon amico e vecchio compagno di squadra, Dave “Sex” Fravor, possiede una delle storie dell’aviazione tra le più bizzarre di tutti i tempi. Una storia di ampia credibilità, e dovrò quindi cominciare con la costruzione della buona fede di Dave.
Per quello che vale, io lo conosco personalmente – molto bene. Abbiamo volato insieme sopra gli A-6 (aerei intrusori della US Navy) per un crociera nel “Medio Evo” prima di immatricolarci nel mondo dei velivoli Hornet. E’ un ragazzo divertente. Un ottuso pungente e intelligente, con la tipica sopravvalutazione delle abilità di un pilota da caccia. (Aveva letto l’articolo sugli SHB – Support Helicopter Base – e mi aveva assicurato che il suo era il modo migliore che un Nasty – militare con modi generalmente scortesi – potesse fare. Io lo definisco un ruolo abbastanza comune). Nell’aria, però, Dave era tutto un dovere, un acclarato professionista.
E’ facile ottenere una idea di chi sia e cosa faccia il suo squadrone, basta vedere una miniserie di 10 parti che è stata diffusa sul canale PBS (Public Broadcasting Service). Otterrete una eccellente impressione e precisa di lui sullo schermo durante il suo servizio come comandante del VFA-41 (Strike Fighter Squadron 41 della US Navy).
La mattina del 14 novembre 2004, Dave e il suo WSO (Weapon System Operator/Officer) si avviarono nel cielo blu della California meridionale ad una centinaia di miglia a sud ovest di San Diego. Il loro segnale di chiamata era FASTEAGLE 01. Il suo compagno e WSO si lanciò poco dopo nel FASTEAGLE 02. Salirono in testa alla nave e si incontrarono formalmente prima di partire nella loro zona di lavoro assegnata in mare aperto a sud della USS Nimitz. Un giorno normale, nel bel mezzo di normali operazioni di ciclo di lavoro pre-distributivo.
Il Nimitz Carrier Strike Group era già in fase di stazionamento da un paio di settimane, lavorando per integrare le operazioni di trasporto con diverse navi di supporto, compreso l’incrociatore di missili guida classe Ticonderoga, USS Princeton. Per quanto Dave fosse impegnato, fu una giornata tipo di normale ciclo lavorativo. Un’altra tappa nel lungo viaggio nella preparazione delle navi dello Strike Group e degli aerei dell’Air Wing era quella di lavorare in armonia per il loro successivo schieramento di combattimento.
Ciò che Dave non sapeva era che la USS Princeton, per parecchi giorni precedenti, aveva raccolto alcuni ritorni bizzarri sulla meritevole “Death Star” (Stella della Morte) del radar SPY-1. A più riprese, a partire dal 10 novembre 2004, il Fire Control Officer e la notevole esperienza del comandante maggiore del Fire Control avevano rilevato diversi ritorni che scendevano da molto al di sopra del volume dello schermo radar – da qualche parte superiore agli 80.000 piedi.

I target radar, denominati Anomalous Aerial Vehicles (AAV), veicoli aerei anomali, scendevano da oltre 80.000 piedi di altitudine per librarsi a 50 piedi dall’acqua in una manciata di secondi.

Sempre nello stesso punto, ad una latitudine/longitudine di circa 30 miglia nautiche al largo della costa di Baja, a circa 70 miglia nautiche a sud ovest di Tijuana. A quel tempo, lo SPY-1 era il radar tattico più sofisticato e potente del pianeta. Con esso, sono stati in grado di tenere traccia di questi AAV mentre scendevano, svolazzavano, giravano e sfrecciavano con accelerazioni più veloci di qualunque aereo amico o nemico noto. Incredibilmente veloci.
Una volta che gli aerei della Air Wing arrivarono a bordo della Nimitz, il team del Fire Control della USS Princeton vide l’opportunità di utilizzare la qualità e una buona vista per aiutare a risolvere il mistero degli AAV.
Nello stesso momento, il volo FASTEAGLE stava concludendo la sua formazione programmata e l’ufficiale comandante dello squadrone Marine Hornet dello VMFA-232, il tenente colonnello Kurth “Cheeks” stava completando un volo di controllo post-manutenzione non troppo lontano. Fu il primo manovratore veloce contattato dalla USS Princeton. La comunicazione fu strana e intrigante. Gli fu chiesto di indagare su un contatto in volo non identificato. Questa non era una richiesta terribilmente insolita quando lo Strike Group era in transito o schierato lontano dalle acque di casa, ma era più che un poco strana in vista del porto di casa a San Diego. In aggiunta alle insolite comunicazioni, gli fu chiesto cosa tenesse a bordo. La risposta fu: “nulla”.
Mentre la USS Princeton comunicava con “Cheeks”, stava anche cercando di consegnare il loro contatto AAV allo E-2C Hawkeye della Air Wings, in quel momento anche in volo. All’equipaggio del VAW-117 era stato fornito, durante la loro formazione, il controllo di intercettazione per il volo FASTEAGLE. La USS Princeton voleva mantenere l’E-2 per guidare il Super Hornet a una intersezione con il contatto AAV, in quel momento fluttuante sul suo punto favorito, ma che restava a circa 20.000 piedi al di sopra dell’oceano.
aav2-comiteI ritorni AAV non erano abbastanza forti per apparire sulla vasta curva dello E-2, ma una volta concentrati sulle coordinate del radar della USS Princeton vennero diretti verso essi, ottenendo un piccolo contatto. I ritorni radar provenienti dal contatto non furono sufficienti, però, a generare una traccia di destinazione. In questo modo la USS Princeton tolse l’E-2 dal controllo e contattò direttamente FASTEAGLE. Anche se non era in grado di bloccare gli AAV, il controller E-2 rimase in frequenza e ascoltò l’intera conseguente evoluzione.
Come “Cheeks” si avvicinò sul punto in cui era stato indirizzato, la USS Princeton gli consigliò di restare al di sopra di 10.000 piedi, visto che il gruppo dei Super Hornets si stava avvicinando all’obiettivo. Il suo radar captò le due navi FASTEAGLE, ma nessun altro contatto. Un istante più tardi la USS Princeton gli ordinò di “saltare” e ritornare alla nave. Dal momento che era vicino, decise di volare sopra l’azione e di dare una sbirciatina.
Il mare era calmo, quasi vitreo liscio ed era tarda mattinata in un meraviglioso giorno della California del Sud. Condizioni perfette. Come “Cheeks” volò sopra, vide una sorta di perturbazione sulla superficie dell’oceano. Un’acqua turbolenta di forma rotonda di circa 50-100 metri di diametro. Era la sola zona e la tipologia, che lui chiamava “White Water” (Acqua Pallida o Bianca), che descrive come se sembrasse che ci fosse qualcosa sotto la superficie simile a un banco o come simile ad una nave che affonda.
Sorvolò la turbolenza ed effettuò mezzo giro in direzione della Nimitz senza mai vedere cosa causasse il movimento dell’acqua. Mentre si voltava prendendo distanza, si trovò nel momento in cui i Super Hornets convergevano sulla posizione interessata, notando che la cosiddetta “acqua pallida” era scomparsa e l’oceano era ritornato al suo normale stato. Il punto della precedente turbolenza divenne completamente indistinguibile.
A qualche migliaia di piedi sotto di lui, vista l’esperienza surreale, Dave chiese se i caccia FASTEAGLE provenienti dalla USS Princeton portavano tutti degli ordigni. Lo sconcertato WSO rispose a Dave che tutto quello che avevano era due missili di addestramento. Furono forniti dei rilevamenti e la distanza dei vettori di un insieme di coordinate e fu ordinato di indagare su un contatto aereo sconosciuto su quel punto.
Senza ulteriori informazioni sul contatto, scesero ancora ma lo schermo radar non mostrava nulla (…).
(…) Tutti e quattro gli equipaggi, da questo istante, avevano gli occhi puntati in avanti. La prima inusuale indicazione presa da Dave era la zona di “acqua pallida” sulla superficie, guardata dall’alto da “Cheeks” mentre volava via. Si ricordò che aveva le dimensioni di un 737 e forse il contatto era stato inviato da un aereo di linea prima che si inabissasse. Manovrò il suo F-18 verso il basso per ottenere una vista migliore. Come scese ad una quota di 20.000 piedi, fu sorpreso nel vedere un oggetto che si muoveva appena sull’acqua schiumata. Era completamente bianco, privo di tratti distintivi, di forma oblunga ed effettuava dei minimi movimenti laterali, restando ad una costante bassa quota sul disco di acqua agitata.
Dave posizionò FASTEAGLE 02 in alta copertura passante attraverso 15.000 piedi circa, facendo sì che lui e il suo testimone WSO avessero un punto di osservazione ottimale. Dave continuò la sua discesa verso l’oggetto, cercando inoltre di asservire il radar attraverso il suo HMCS (Helmet Mounted Cuing System) per ottenere un piccolo blocco estensivo. Senza fortuna. La sua intenzione era quella di passare vicino l’oggetto ad una distanza di circa 350 nodi, ma come egli si avvicinò notò che l’AAV aveva orientato una delle sue minuscole estremità verso di lui, come se, dalle sue parole, “ci avesse appena notato“, puntando così su di loro.
L’AAV allora cominciò a salire di quota dalla sua posizione stazionaria. L’oggetto venne descritto in seguito come un “tic-tac” (…).
(…) Attraverso queste manovre, il WSO di Dave trasmise in tempo reale gli eventi di intercettazione alla USS Princeton. Gli operatori radar dello E-2 ascoltarono in rete sicura ciò che sembrava una delle centinaia di intercettazioni che avevano sentito nel corso degli anni. Con la notevole eccezione che le voci degli equipaggi erano molto stressate e il lessico dell’obiettivo ID era diverso da tutto quello che avevano sentito prima.
Nei loro commenti di debriefing, Dave, il suo WSO e gli altri due equipaggi dichiararono che l’oggetto inizialmente si librava come un Harrier. Venne descritto come di colore bianco uniforme, di circa 14 metri di lunghezza (approssimativamente della forma di un caccia), avente un asse mediano orizzontale visibile (come una fusoliera), ma non aveva finestre visibili, motori, ali o sistemi di propulsione.
Mentre Dave portava il naso in avanti, cercando di ottenere una visione completa con il suo radar per un combattimento, l’AAV rafforzò la sua girata, “salendo verso l’alto, poi verso le retrovie”, come descrisse Dave, passando dietro la sua coda, accelerando e andando via a velocità multi-Mach. Dave immediatamente interrogò la USS Princeton per verificare dove fosse l’oggetto, ma anche il radar SPY-1 aveva perso il contatto. Le prime chiamate della USS Princeton erano “immagini pulite”. (…)
(…) La USS Princeton aveva rilevato l’AAV fluttuante a 24.000 piedi sulla latitudine/longitudine assegnata da Dave e che aveva precedentemente utilizzato, come punto orbitante, durante l’addestramento.
Anche se a corto di carburante, il volo FASTEAGLE girò verso la posizione dove era presente l’AAV per cercare di prenderlo di nuovo. Non vide però più nulla sulla via di ritorno alla Nimitz. Anche il cerchio di circa 100 metri sull’acqua agitata dell’oceano era scomparso. Quella zona era ormai indistinguibile dal resto della superficie del mare. Alla domanda successiva, Dave riferì di non aver visto nulla al di sopra o al di sotto della superficie del mare che possa aver originato quel cerchio d’acqua turbolento. Era presente quando in precedenza acquisì visivamente il “tic-tac”, ma scomparve quando Dave ritornò e lo aggirò qualche minuto dopo.
Tornati sulla Nimitz, i quattro membri dell’equipaggio si diressero a bordo del paraloft per ritirare il loro equipaggiamento. I successivi quattro equipaggi provenienti dal VFA-41 furono abbigliati per la loro missione di addestramento nella stessa area, utilizzando le stesse latitudini/longitudini assegnate come punto CAP (Combat Air Patrol). Dave e i suoi membri di equipaggio trasmisero ciò che avevano visto e rammentarono di ottenere la registrazione su nastro, se fosse stato possibile.
Erano le ore 15:00 (ora locale), quando ci fu la partenza, incontro e ispezione del nuovo equipaggio con l’E-2 per il controllo. Gli aerei separati, con una sola direzione, quella della stessa posizione meridionale CAP. Erano in volo di crociera a 20.000 piedi e 300 nodi, massima resistenza. Ancora una volta, il jet, il radar e, anche, il nuovo di zecca FLIR (Forward Looking Infrared Radar) funzionarono perfettamente.
Il primo contatto sul radar che prese WSO fu intorno alle 30 miglia nautiche di distanza mentre operava in modalità WSO. Controllò le coordinate e, in effetti, si trovava in preciso volo stazionario sul punto CAP. Tentò diverse chiusure STT (Single Target Track), senza alcun risultato. Più tardi, nel debriefing, spiegò che ebbe molteplici spunti indiziari di EA (nel gergo militare “electronic attack”) sul radar.
L’aspetto del bersaglio del file tracciato stava girando di 360 gradi assieme ad alcune altre distinte indicazioni di interferenza. Nella modalità di scansione meno precisa, il ritorno radar indicava che l’oggetto era, secondo le parole del WSO, “a poche migliaia di piedi sotto di noi”. Attorno ai 15.000-20.000 piedi, ma che si librava in modo stazionario. L’unico movimento fu generato dalla conclusione dalla caccia nella posizione CAP.
Il ricorso del WSO alla gondola aeronautica (involucro di forma aerodinamica atto a contenere i passeggeri, un impianto, un motore o un serbatoio di un aeromobile, cit. “Wikipedia”) a bordo, asservì alla pista deboli modalità RWS che erano state in grado di generare. Registrò la seguente sequenza al registratore di bordo. Utilizzando la modalità IR (Infrarosso), fu in grado di agganciare l’AAV. Sullo schermo e su nastro appariva come un oggetto bianco stazionario in uno sfondo nero senza alcun accorgimento noto.
La telecamera ad infrarossi non rilevò alcuna emissione scoppiettante di gas caldo proveniente da sotto l’AAV, come farebbero un Harrier o un elicottero. Era semplicemente sospeso a mezz’aria. Passando alla modalità TV, fu in grado di soffermare di nuovo il FLIR sull’oggetto, cercando anche, senza fortuna, di ottenere una traccia dell’AAV sul radar. Mentre osservava il radar, l’AAV si spostò dal suo schermo, improvvisamente verso sinistra, sembrando quasi a scomparire. Sul nastro, quando venne rallentato, si vide l’oggetto accelerare da fuori il campo visivo ad una velocità scioccante.
Il WSO non fu in grado di riacquisire l’AAV sia in modalità RWS o con il FLIR. In qualche modo il nastro fece la sua apparizione su Youtube. Pochi anni dopo l’incidente, quando fui il primo ad ascoltare la sua storia, Dave mi segnalò il link. Era insignificante senza le informazioni di fondo, ma racchiuso nel suo contesto era incredibile, soprattutto la slow-motion del punto di accelerazione fuori dello schermo. Per anni ho raccontato la storia ad amici e mostrato loro il video come risalto.
Tuttavia, nel mese di febbraio 2015, ho chiamato Dave per rinfrescarmi la memoria prima di sedermi a scrivere di questo bizzarro incontro. Lui mi informò che il video era stato rimosso da Youtube. Mi disse che una agenzia governativa con un identificativo di “tre lettere” condusse recentemente una indagine sugli AAV ed intervistò in modo esauriente tutte le parti coinvolte.
Tutti i sette equipaggi di volo, inclusi i sei equipaggi provenienti dal VFA-41, “Cheeks” proveniente dal VMFA-232, il Fire Control Officier, l’esperto comandante della USS Princeton e l’operatore radar dello E-2. Interrogarono anche l’equipaggio della USS Lousville, un sottomarino “Attacco Veloce” classe Los Angeles che si trovava nell’area, nell’ambito del Nimitz Carrier Strike Group e riportarono che quel giorno non ci furono contatti sonori non identificati o strani rumori subacquei.
Non sono sicuro da cosa fossero stati prodotti questi eventi. Dal primo ascolto ho amato questa storia, perché è così folle. Fino a quel momento, non avevo mai dato peso agli UFO o agli alieni. Fu un spreco di potenza della CPU a rimurginare una domanda del genere. Se avessero voluto entrare in contatto, lo avrebbero fatto. Se volessero osservarci da una certa distanza, allora sarà impossibile percepirli data per accettata l’alta tecnologia necessaria per farci visita.
Ma ora mi trovavo di fronte a testimoni incredibili. Non sono pazzi che portano i cappelli di carta stagnola, ma persone che conosco e del mio mondo (militare). Ci furono diverse, confermate piattaforme operative che hanno rilevato gli AAV con l’utilizzo di vari sensori. E, naturalmente, minimo otto testimoni oculari che ebbero una visuale sul “tic-tac” mentre Dave manovrava per fondersi con esso. Non ha bisogno di essere un estraneo neanche per voi. Guardate la serie della PBS, “Carrier”, e creerete in voi la vostra opinione sulla sua professionalità e la sua sanità mentale.
Poi inviatemi il vostro miglior design per un cappello di alluminio…
Paco Chierici è un pilota navale in pensione. Paco ha accumulato 3.000 ore di volo e quasi 400 insidie volando su A-6 Intruder e F-14 Tomcat in servizio attivo per 10 anni, e su F-5 come pilota del Navy Adversary per successivi 10 anni nelle Navy Reserves. Paco è creatore e produttore del premiato documentario-avventura di aviazione navale “Speed and Angels”. Attualmente Paco vola per una grande compagnia aerea, dalla qualifica tipo Boeing 757/767 e Airbus 330. Dopo aver lasciato l’aviazione militare.
Antonio De Comite

mercoledì 5 agosto 2015

IL SEGRETO DI AKAKOR: UN ANTICO CONTATTO CON GLI DEI ALIENI IN AMAZZONIA





Il libro del giornalista tedesco Karl Brugger rivela una storia incredibile. Antichissime città perdute nel cuore delle foreste brasiliane custodiscono segreti legati alla discesa di esseri di altri mondi.

Gli alleati eletti

L’avventura del giornalista tedesco Karl Brugger ha inizio in un bar di Manaus, Brasile, il 3 Marzo 1972. La lunga permanenza nelle foreste amazzoniche e la profonda conoscenza delle tradizioni indios gli permettono di entrare in contatto con Tatunca Nara, ultimo capo della sconosciuta tribù degli alleati eletti, gli Ugha Mongulala.


Foresta dell’Amazzonia, custode degli antichi segreti di Akakor Il racconto che segue, conservato nei libri sacri della Cronaca di Akakor, noti come Il Libro del Giaguaro, Il Libro dell’Aquila, Il Libro della Formica e Il Libro del Serpente d’Acqua, segna per sempre la sua vita.

Karl Brugger
Nel 13.000 a.C. brillanti navi dorate scesero nelle giungle lussureggianti del Sudamerica, guidate da maestosi stranieri con la carnagione bianca, il volto contornato dalla barba, folta chioma nera con riflessi blu, sei dita alle mani e ai piedi. Il ricordo della loro discesa permane imperituro nella memoria dei nativi.

Dissero di provenire da Schwerta, una costellazione lontanissima con innumerevoli pianeti, che incrocia la Terra ogni 6.000 anni. Sconosciuta la tecnologia in loro possesso: pietre magiche per guardare ovunque nel mondo, arnesi che scagliano fulmini e incidono le rocce, la capacità di aprire il corpo dei malati senza toccarlo.

Con infinito amore donarono agli indios il lume della civiltà e gettarono le basi di un impero vastissimo che comprendeva Akakor, la fortezza imprendibile di pietra, nella vallata sui monti al confine tra Perù e Brasile, Akanis in Messico e Akahim in Venezuela, le grandiose città di Humbaya e Patite in Bolivia, Emin sul Grande Fiume e Cadira, e maestosi luoghi sacri: Salazare, Tiahuanaco e Manoa sull’altopiano a sud.

Tatunka Nara

Sotto Akakor, una rete vastissima di 13 città sotterranee, nascoste alla vista degli intrusi, come arterie invisibili percorrono le millenarie foreste brasiliane. La loro pianta riproduce fedelmente Schwerta, la dimora cosmica degli Antichi Padri. Una luce innaturale le illumina all’interno, mentre un ingegnoso complesso di canalizzazioni porta aria e acqua sin nelle sue profondità.

Il potente dominio, che contava sotto di sé 362 milioni di individui, durò tremila anni quando nell’Ora Zero, il 10.481 a.C., gli Antichi Padri ripresero la via del cielo con la promessa di ritornare. La Terra parve piangere per la loro scomparsa e 13 anni dopo un’immane catastrofe si abbatté sul pianeta e sconvolse il suo aspetto, seminando ovunque morte e desolazione. Gli uomini persero la fede negli Dei, degenerando e commettendo azioni crudeli nei millenni a venire. Seguì un seconda catastrofe. Una stella gigantesca dalla coda rossa impattò la Terra, provocando un immane diluvio.


Secondo le parole dei Sacerdoti: “Quando la disperazione avesse raggiunto il culmine, i Primi Maestri sarebbero tornati”. E nel 3.166 a.C. ricomparvero le navi d’oro. Lhasa, il “Sublime”, regnò ad Akakor e suo fratello Samon volò sul Nilo per fondare un secondo impero, le terre sudamericane, che regolarmente visitava, a bordo di immense navi.

Vari reperti scoperti dagli archeologi confermano la presenza egiziana in Sudamerica, come la “Roccia delle Scritture” che l’antropologo George Hunt Williamson rinvenne sulle Ande nel 1957, istoriata da geroglifici simili a quelli egizi, venerata dai nativi locali e collegata alla discesa di antenati spaziali che dimoravano nel Gran Paititi.


Il principe di Akakor governò con saggezza riorganizzando l’impero distrutto ed eresse nuove città come Manu, Samoa, Kin, in Bolivia e Machu Picchu in Perù. Trecento anni rimase sulla Terra finchè un giorno si diresse sulla montagna della Luna, sopra le Ande e disparve nel cielo in un fuoco. Partenza che riecheggia moltissimo quella di Quetzalcoatl, divinità messicana.

Akakor si svela

Millenni di guerre contro le tribù nemiche videro Akakor cadere e risorgere più volte, stringendo anche alleanze con stirpi straniere giunte da lontano. Le tradizioni Ugha Mongulala parlavano di popolazioni bianche come i Goti che visitarono le loro terre. A riconferma delle antiche cronache medievali nelle quali navi vichinghe partite all’esplorazione di mondi lontani, dopo un naufragio, approdarono sulle coste del Sudamerica. Nella sierra di Yvytyruzu, in Paraguay, l’archeologo Jacques de Mahieu ha scoperto un masso pieno di caratteri runici, disegni dei drakkar, le navi vichinghe, e di un uomo barbuto con armatura. Oggi, le popolazioni di quei territori sono di pelle bianca, hanno torace sviluppato e barba.

Altra immagine di Tatunka Nara

Ma un evento ancor più strano, preconizzato nelle antiche scritture degli Antenati Divini, è l’arrivo ad Akakor di 2.000 soldati tedeschi. Il Führer aveva abbracciato le idee della società segreta Thule (dal nome di un luogo al Polo Nord abitato dalla civiltà degli Iperborei) gruppo esoterico incaricatosi di custodire le conoscenze perdute. L’esistenza di una razza antichissima che viveva in cavità sotterranee stimolò la sua curiosità, spingendolo a inviare numerose spedizioni in tutto il globo per accertare la veridicità dei suoi studi occulti.

Il contingente tedesco partito da Marsiglia verso l’Inghilterra nel 1941 a bordo di un sottomarino era ignaro della destinazione e dello scopo della missione: prendere contatto con la “tribù degli alleati eletti”.
Un resoconto di viaggio del navigatore greco Pitea di Massalia, nel IV sec a.C., il De Oceano, narra la partenza da Massalia, l’antica Marsiglia, per giungere alla mitica Thule ubicata nei ghiacci remoti nel lontano Nord. Molto probabilmente la città francese custodisce segreti esoterici noti ai nazisti da lungo tempo.

La permanenza dei soldati portò all’unione tra i due popoli, i quali ancora oggi vivono in numero di trentamila ad Akakor inferiore, come pure sono abitate le città di Boda e Kish sotto di essa e la poderosa Akahim.

Il patrimonio degli Dei

Il Tempio del Sole di Akakor, vigilato da guardie armate, custodisce mappe segrete vergate dagli Antichi Padri che mostrano il cosmo di millenni prima, con altre lune, un’isola perduta ad Ovest e una terra nell’Oceano, inghiottite dai flutti nel corso di un’epica battaglia stellare, tra due progenie di Dei, le cui conseguenze investirono persino i pianeti Marte e Venere. I documenti raccontano inoltre che i Signori del Cielo portarono l’uomo da un pianeta all’altro fino a giungere sulla Terra.

Il teorico nazista Hörbiger aveva postulato l’esistenza di varie lune nelle ere perdute della Terra; inoltre le mappe si ricollegano ai disegni del ricercatore britannico David Davenport sulle rotte stellari dei Vimana indiani verso il nostro pianeta (Cfr. F. Terzi, Notiziario UFO, Giugno ‘98). Fedeli ai desideri dei Primi Maestri, i sacerdoti raccolsero tutto il sapere e la storia della tribù Eletta in libri poi custoditi in una sala scolpita nella roccia all’interno delle dimore sotterranee.

Nello stesso luogo gli enigmatici disegni dei Padri Divini sono incisi in verde ed azzurro su di un materiale sconosciuto. Disegni che né l’acqua né il fuoco riescono a distruggere. Nei sotterranei giacciono anche armi simili a quelle dei tedeschi appartenute agli Dei, l’astronave di Lhasa, un cilindro di metallo ignoto che volava senz’ali, e un veicolo anfibio che attraversava le montagne.

Tatunca Nara in persona vide una sala rischiarata da una luminosità azzurrina che mostrava in animazione sospesa quattro persone, tra cui una donna, con sei dita alle mani e ai piedi, entro contenitori di cristallo pieni di liquido. Molti si chiedono se questa misteriosa città sotterranea non sia solamente frutto di un racconto fantasioso.

Il ricercatore italiano Antonio Filangeri ha verificato le credenziali di Karl Brugger direttamente dal fratello Benno, nel corso di un suo viaggio a Monaco negli anni ‘50, ottenendo nuove informazioni.

Il libro del ricercatore Karl Brugger ucciso misteriosamente nel 1984

Benno rivelò che dopo la morte di Karl, colpito in circostanze misteriose da una pallottola nel 1984, il Consolato Tedesco aveva perquisito l’appartamento di Karl a Rio de Janeiro confiscando tutta la documentazione relativa alla spedizione di Akakor. In seguito, le casse con gli incartamenti furono oggetto di diversi tentativi di furto. Inspiegabilmente il Console di Rio venne trasferito in Costa d’Avorio con i documenti al seguito.

Parte del materiale scomparve poi misteriosamente quando giunse in Germania su richiesta di Benno.
Un alone di mistero sembrava aleggiare attorno ad Akakor.

Quando Tatunca Nara avviò delle trattative con alti ufficiali bianchi per fermare lo sterminio indiscriminato degli indios, che prosegue tuttora indisturbato da parte delle autorità, ebbe modo di affidare alcuni scritti degli Dei al vescovo Grotti che dopo aver spedito i documenti in Vaticano, perì in un incidente aereo.

Coincidenze? Tatunca Nara, profondamente disgustato dalla civiltà dei barbari bianchi, con le loro feroci contraddizioni, afferma con orgoglio: “Noi siamo uomini liberi del Sole e della Luce. Noi non vogliamo gravare il nostro cuore del peso della loro fede errata e bugiarda”. Con pazienza attende il ritorno degli Dei. O forse gli Dei, nascosti ad Akakor, attendono con pazienza che gli uomini tornino a loro stessi.


Fonte: Fantapolitik, articolo di Vito Vitagliano, luglio 2008
Alcune foto sono tratte dal libro "The Chronicle of Akakor" di Karl Brugger
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