martedì 19 maggio 2015

DAVVERO C’È UNA GIGANTESCA PIRAMIDE SUL FONDO DEL TRIANGOLO DELLE BERMUDA?

Alcuni ricercatori indipendenti, sono convinti che i misteriosi fenomeni del Triangolo delle Bermuda siano causati da una qualche tecnologia antica - o aliena - sommersa nelle profondità dell'Oceano Atlantico

piramide-bermuda-triangolo

Il Triangolo delle Bermuda è uno dei luoghi più misteriosi, pericolosi e, talvolta, mortali di tutto il pianeta Terra.
Per decenni, intrepidi esploratori hanno cercato di risolvere l’enigma che si cela dietro i misteriosi fenomeni generati in questa particolare zona del pianeta.
Lo stesso Cristoforo Colombo registra nei suoi diari strani fenomeni luminosi e malfunzionamenti della bussola. Si racconta di bizzarri eventi meteorologici, sparizioni di navi e di aerei e di altri accadimenti enigmatici che non possono essere liquidati come fenomeni naturali.
Alcuni ricercatori indipendenti, sono convinti che i misteriosi fenomeni del Triangolo delle Bermuda siano causati da una qualche tecnologia antica – o aliena – sommersa nelle profondità dell’Oceano Atlantico, un dispositivo ad altissima energia in grado di creare dei veri e propri portali spazio-temporali capaci di trasportare uomini e cose verso altri mondi e altre dimensioni.
Un team composto da esploratori americani e francesi avrebbe confermato, in maniera indipendente, una scoperta incredibile che ai ricercatori è già nota dal 1968: una strutture gigantesca, una piramide di cristallo, forse più grande della Piramide di Cheope in Egitto, parzialmente trasparente, sembra poggiare sul fondo del Mar dei Caraibi e la sua origine, età e scopo sono del tutto sconosciute.
La lunghezza della base della piramide sarebbe di 300 metri per 200 e il vertice della piramide si innalzerebbe a circa 100 metri dalla base. Una struttura gigantesca, forse più grande della Grande Piramide di Cheope in Egitto.
Sulla cima della piramide ci sarebbero due fori molto grandi, attraverso i quali l’acqua del mare si muoverebbe ad alta velocità generando dei vortici che influenzano fortemente anche la superficie del mare.
I ricercatori impegnati sul luogo ipotizzano che questo movimento vorticoso di acque possa avere qualche effetto sul passaggio di barche e aerei, generando i misteriosi fenomeni che interessano da sempre l’area.
Per quanto riguarda il materiale di composizione, dai risultati preliminari sembrerebbe che questa struttura sia fatta di vetro o di un simil-vetro (cristallo?), in quanto risulta completamente liscia e parzialmente traslucida. Comunque, per maggiori dettagli, i ricercatori rimandano ad uno studio più approfondito che offrirà risultati che al momento è difficile immaginare.

Una scoperta o una ri-scoperta?

In effetti, quella fatta dal team internazionale non è una scoperta ex-novo, ma una conferma di una scoperta avvenuta, quasi per caso, negli anni ’60. Secondo le cronache del tempo, la piramide fu individuata per la prima volta nel 1968 da un medico, Ray Brown, Arizona.
Brown si trovava in vacanza nei Caraibi a fare immersioni con i suoi amici al largo delle Bahamas, in una zona conosciuta come “La Lingua dell’Oceano”, a causa della bizzarra conformazione del fondale marino.
Nel bel mezzo di una immersione, il dott. Brown raccontò di essersi ritrovato solo e mentre tentava di raggiungere i suoi amici, guardando verso il basso, notò una massiccia struttura innalzarsi dal fondo dell’oceano: un oggetto lievemente illuminato dal sole e che sembrava avere la forma di una piramide. Siccome era a corto d’aria, non spese molto tempo a studiare l’oggetto, ma si diresse verso i suoi amici.
Successivamente, nell’estate del 1991, il famoso oceanografo dott. Verlag Meyer, durante una conferenza stampa a Freeport fece una dichiarazione alquanto misteriosa.
Meyer comunicò che durante una scansione con il sonar del fondale del famoso “Triangolo delle Bermuda”, il suo team trovo ben due piramidi gigantesche, più grandi delle Piramidi di Giza, ad una profondità di 600 metri.
Ma il fatto più sconcertante furono le dichiarazioni degli scienziati dell’epoca i quali, una volta osservati i dati e fatte le dovute considerazioni, affermarono che la tecnologia per produrre il materiale di costruzione delle piramidi era sconosciuta. Infatti, si trattava di un elemento simile al vetro di grosso spessore.
Quindi le ipotesi erano due: o le piramidi erano state costruite in tempi recenti – circa mezzo secolo fa – con un qualche materiale di ultima generazione, oppure, se si vogliono collocarle in un tempo più remoto, bisogna ipotizzare che non sia di origine umana.

Poche notizie, imprecise e frammentate

Certo che se la notizia dovesse essere confermata anche dai media “ufficiali”, non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad una scoperta sensazionale. Secondo il sito che ha lanciato la notizia, in Florida si è tenuta una conferenza di approfondimento al quale hanno anche partecipato i giornalisti locali. Eppure, al momento, aleggia una sorta di alone di segretezza o di studiato disinteresse.
Sebbene la scoperta abbia sconvolto gli scienziati di tutto il mondo, pare che nessuno si stia affannando per organizzare una spedizione esplorativa di approfondimento.
La vicenda è molto simile a quella dell’UFO sul fondo del Baltico, nella quale gli scopritori del misterioso oggetto hanno dovuto penare non poco per trovare i fondi e organizzare una missione esplorativa privata.
La posizione ufficiale dell’archeologia classica sembra essere quella di un sarcastico scetticismo, teso a ridicolizzare la scoperta di queste amenità. Eppure non è la prima volta che si scoprirebbe una piramide sottomarina.
Basti pensare alle piramidi di Yonaguni, Giappone, scoperte nel 1987, quando alcuni subacquei si immersero nelle acque a sud dell’isola per studiare la grande popolazione di squali martello che si radunano nella zona.
Fu il giapponese Kihachiro Aratake, nel corso di queste immersioni, che scoprì per caso quella che gli sembrò una struttura architettonica, una parte della quale è stretta tra due pilastri che si innalzano a otto metri dalla superficie. Nel suo insieme, le strutture rinvenute richiamano le piramidi egiziane.
Da allora molti sono gli scienziati che hanno studiato il fenomeno, malgrado la presenza di forti correnti oceaniche, che rendono proibitive le immersioni. I fondali marini contengono quelle che sembrano essere le rovine di una civiltà formatasi alla fine dell’era glaciale. Sono state rinvenute tracce di flora, fauna e stalattiti che si formano abitualmente solo in superficie.
La loro somiglianza con altri reperti del mondo antico ha portato qualcuno a teorizzare che potrebbero essere i resti di un’antica civiltà risalente a 10.000 anni fa. Altre analisi indicano che l’origine della struttura, che misura 120 m in lunghezza, 40 m in ampiezza e 20–25 m in altezza, possa risalire ad 8.000 anni fa.
Bisogna anche ricordare la piramide sommerse del lago Fuxian, in Cina, scoperta nel 2006 da Geng Wei, capo del dipartimento di ricerca di monumenti sottomarini del lago Fuxian a Yuxi e che già aveva scoperto una serie di edifici in questo lago: “Questa piramide è diversa da quelle che si trovano in Egitto dal momento che la sua sommità è piatta.
Questo genere di piramide piuttosto ricorda maggiormente gli edifici maya che hanno uno sorta di piattaforma anziche’ una punta”, affermo Wei al momento della scoperta.
Chiaramente, se la notizia della scoperta della piramide sul fondo del Triangolo delle Bermuda venisse ufficializzata, le conseguenze sarebbero enormi. Gli archeologi si troverebbero costretti a trovare una spiegazione logico-razionale alla presenza di una piramide di cristallo sul fondo del Mar dei Caraibi.
“Che diavolo ci fa una piramide in quel posto? Lì non ci dovrebbe essere nessuna piramide, anzi, non c’è nessuna piramide!”. Ovviamente, il passo successivo sarebbe quello di dover affrontare uno dei temi più scomodi per l’archeologia ufficiale: l’esistenza di Atlantide.
La Piramide dei Caraibi potrebbe essere la prova dell’esistenza di un antico continente sprofondato nell’oceano a seguito di un cataclisma di proporzioni globali?
E il fatto che ci sia una piramide, struttura presente in ogni sito archeologico del pianeta, potrebbe indicare che in passato, in un’era pre-cataclisma, esisteva una civiltà globale umana evoluta, andata poi perduta a causa di una qualche distruzione globale? Queste domande fanno venire il mal di testa agli archeologi classici.

E’ la piramide di cristallo a causare i fenomeni nel Triangolo?

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato per anni che sul fondo del Triangolo delle Bermuda vi fosse una fonte di energia capace di interferire con le radiotrasmittenti e i radar.
Se la leggendaria Atlantide esisteva davvero, questa piramide potrebbe essere ciò che rimane di una potente macchina capace di produrre energia e che si trova ancora lì, intatta sul fondo dell’Oceano.
Tale macchina, essendo di forma piramidale, potrebbe essere il modello storico originale al quale le culture successive si sono ispirate più tardi in tutto il mondo.
La piramide è una costruzione scoperta in ogni angolo della Terra: Nord, Centro e Sud America, Est Europeo, Medioriente, Siberia, Cina settentrionale e centrale.
Qualcuno ipotizza che ce ne sia una anche sotto i ghiacci del Polo Sud, ma lo spessore del ghiaccio – oltre 1 chilometro – non permette nè conferme, nè smentite. Si può affermare che le piramidi planetarie sono l’indizio più evidente dell’esistenza dell’antico continente di Atlantide.
Sull’annoso problema dell’effettiva esistenza di Atlantide, Rich Hoffman, esploratore e ricercatore, consiglia di spolverare la storia dell’archeologo dilettante Heinrich Schliemann, l’uomo che trovò e scavò le famose rovine della città di Troia, nonostante gli storici pensavano fosse solo una leggenda.
I ricercatori affermano che questa incredibile macchina energetica potrebbe essere in grano di attrarre e raccogliere i raggi cosmici dal cosiddetto “campo di energia” o “vuoto quantistico”, e che potrebbe essere stata utilizzata come centrale energetica per la civiltà atlantidea (umani in pieno regola, solo più antichi di quanto crediamo!).

Un reperto archeologico della mitica Atlantide?

Forse la Piramide dei Caraibi non fa parte direttamente del centro di Atlantide, ma di una sua succursale decentrata. Il dott. Maxine Asher, direttore del Research Association Mediterraneo Antico a Los Angeles, in un intervista di qualche anni fa dichiarò di essere “convinto che Atlantide era una super-civiltà globale che esisteva tra il 10500 e il 10000 a.C. e che sia stata sopraffatta da una catastrofe globale, forse quella registrata nella Bibbia e conosciuta come il Diluvio Universale di Noè.
Se Atlantide è esistita, dunque, probabilmente è da collocarsi alla fine dell’ultima era glaciale. La storia del suo affondamento si riferisce a massicce inondazioni dovute ad un brusco innalzamento delle acque, innescato da uno scioglimento improvviso delle calotte polari.
Le ricerche dimostrano che il livello del mare si è innalzato di quasi 400 metri e nessuna tecnologia avanzata avrebbe potuto salvare Atlantide da un simile disastro.
Da questo punto di vista, il mistero delle Piramidi sul fondo del mare è risolto. Stiamo semplicemente prendendo atto dei risultati di un evento catastrofico che ha colpito la Terra migliaia di anni fa, generando un rialzamento del livello del mare che ha spazzato via molte civiltà. Gli abissi degli oceani restano la grande frontiera sconosciuta dell’esplorazione umana.
Ci troviamo in un momento storico nel quale la scienza conosce più la superficie della Luna che non le profondità degli Oceani, e forse esplorare le profondità dell’Oceano ci aiuterà ad esplorare meglio le profondità del grande mistero dell’Uomo.

giovedì 14 maggio 2015

Cominciata l'esplorazione della città sotterranea di Nevaehir


Nella grande città sotterranea scoperta l'anno scorso nei pressi dell'odierna NevÅ�ehir, in Anatolia nel centro della Turchia, sono cominciati i rilevamenti con il geo-radar.



"L'esistenza di questa città sotterranea, che consiste di 11 quartieri intorno alla fortezza di NevÅ�ehir, ci rende molto felici. Stiamo usando le ultime tecnologie per la sua pulizia. Quando il lavoro sarà finito, nella città sotterranea costruiremo negozi, hotel, gallerie d'arte, centri di artigianato, percorsi turistici, un museo e sale riunioni".

Il geo-radar è capace di individuare tutti gli spazi e le strutture fino a 10 metri sotto la superficie, mappando accuratamente la città. I dati raccolti dalla macchina saranno poi inviati al team di scavo, che così potrà agire limitando i danni alle strutture della città.Il sindaco di NevÅ�ehir, Hasan Ünver, ha detto che il processo di "pulizia" è cominciato qualche giorno fa e sta continuando senza stop. Ha riferito che la città raggiunge i 113 metri di profondità e i 460.000 m² di estensione. Sarà molto importante per il turismo in Cappadocia, già noto per le formazioni rocciose conosciute come i Camini delle Fate.

El Caracol – L’astronomia del popolo Maya e il calendario di Venere

La piramide KukulkanIl sito di Chichén Itzá, dichiarato patrimonio dell’umanità UNESCO nel 1988, è a noi noto principalmente per la piramide a gradoni di Kukulkan – il nome Maya di Quetzalcoatl – per via dell’ombra proiettata a forma di “serpente piumato” lungo la scalinata posta a nord, che si verifica ogni anno agli equinozi di primavera e d’autunno, all’alba e al tramonto.
Trono del GiaguaroConosciuta anche come El Castillo, fu realizzata tra l’XI e il XIII secolo, ed in cima alla quale si trova un tempio in cui è conservata una statua di Chac-Mool e un trono in pietra a forma di giaguaro.
Altrettanto noto, grazie al tanto atteso appuntamento del 2012 e a tutte le ipotesi e profezie ad esso legate, è che gli antichi Maya – di cui resta a testimonianza appunto il complesso archeologico in Messico, nella penisola dello Yucatan – erano sapienti astronomi.
pianta osservatorio Chichen Itza El CaracolUn altro importante edificio che si trova a Chichén Itzá è infatti un antico osservatorio astronomico “El Caracol” (la chiocciola) così chiamato per via della scala di pietra a spirale presente al suo interno.
sezione osservatorio Chichen Itza El CaracolLa struttura dell’edificio è a pianta circolare con un diametro di 11 metri e si sviluppa al di sopra di una larga piattaforma quadrata. Frutto di più fasi costruttive, è un edificio a due piani, in cui la stanza superiore presenta sette strettissime finestre, orientate per le osservazioni astronomiche.
Disegno osservatorio Chichen Itza El Caracol
Il decoro esterno è di chiara ispirazione maya (mascheroni del dio della pioggia Chac e una forma umana circondata da piume) mentre il terrapieno sottostante mostra serpenti piumati e teste di guerriero attribuibili alla tradizione tolteca.

Ai margini di El Caracol sono poste delle ampie coppe di pietra che venivano riempite d’acqua.

Si pensa che l’osservazione delle stelle che vi si riflettevano aiutava gli astronomi Maya a determinare il loro complesso, ma estremamente preciso, calendario.
Vista osservatorio Chichen Itza Messico El Caracol
Il Prof. Giuliano Romano, libero docente in astrofisica, che è stato professore di Cosmologia e Storia dell’Astronomia all’Università di Padova, è autore del libro “I Maya e il cielo” (1999)
Prof. Giuliano Romano dell'Università di PadovaDurante la penultima serata di “A Cena sotto le Stelle” tenutasi a Cortina d’Ampezzo il 20 agosto 2012, ha illustrato le interessantissime scoperte archeo-astronomiche riguardanti l’astronomia del popolo Maya e il famoso “calendario di Venere“, pianeta che il popolo centro-americano venerava particolarmente.

Primo interesse degli astronomi Maya era il passaggio allo zenit del Sole, evento possibile per la loro latitudine: molte delle città Maya erano a sud della latitudine 23,5 gradi (altezza solare nel solstizio d’estate), dalle quali si poteva osservare il passaggio zenitale del Sole due volte l’anno.
Venere era per i Maya l’oggetto celeste di maggior interesse. Consideravano questo pianeta più importante del Sole. Osservarono Venere molto accuratamente:
  • periodo di 584 giorni tra gli allineamenti (congiunzioni inferiore e superiore) Terra-Venere rispetto al Sole;
  • periodo di 2922 giorni tra gli allineamenti Terra-Venere-Sole rispetto a delle stelle.
  • Durante la congiunzione inferiore, Venere scompare per circa 8 giorni. Quando sorge dopo la congiunzione inferiore, primo oggetto visibile all’alba, si parla di sorgere eliacale.
  • Venere raggiunge la massima brillantezza alla massima elongazione ovest, e si muove poi rapidamente verso il Sole con moto retrogrado. E quindi rimane visibile per circa 260 giorni nel cielo mattutino fino a quando raggiunge la congiunzione superiore (dalla parte opposta della Terra rispetto al Sole). Il pianeta diventa sempre meno brillante fino a tornare sotto l’orizzonte, e riapparire dalla parte opposta rispetto al Sole dopo circa 50 giorni. Sorge quindi come stella serale e permane nel cielo notturno per quasi 260 giorni, fino a che raggiunge la massima elongazione est con massima brillantezza, e andare nuovamente alla congiunzione inferiore.

Giuliano Romano asserisce che Venere avesse effetti psicologici sui Maya e le altre culture centro-americane e che i loro tempi di guerra erano basati sugli stazionamenti di Venere e Giove, avvalorando così le tesi di altri studiosi della civiltà Maya, i quali ci dicono che Venere era considerato dio della guerra.

I sacrifici umani avvenivano al momento della prima apparizione di Venere dopo la congiunzione superiore (momento di massima magnitudine, minima brillantezza) e avevano timore del primo sorgere eliacale dopo la congiunzione inferiore.
I Maya avevano un Almanacco (Codice di Dresda) con la descrizione dell’intero ciclo di Venere, suddiviso in cinque settori di 584 giorni, cioè 2920 giorni, approssimativamente 8 anni o 5 cicli venusiani.

codice di Dresda
Codice di Dresda – costituito da una lunghissima striscia di carta alta una ventina di centimetri e lunga svariati metri.
codice di Dresda2
La striscia è piegata a soffietto in tante pagine larghe circa 15 centimetri.

Il video di seguito, realizzato da Fernando Ocampo, mostra una splendida animazione in cui alcuni allineamenti, dall’osservatorio Maya di Chichen Itza, sono tracciati rispetto al Sole e il pianeta Venere.
Attraverso simulazioni astronomiche al computer, una ricostruzione in 3D ricrea il cielo dall’osservatorio Chichen Itza ogni giorno.
L’effetto del movimento del Sole e Venere qui esemplificato, è stato ottenuto prendendo una “foto” del cielo ogni giorno alla stessa ora. Da queste immagini è stata creata una sequenza video a 30 fotogrammi al secondo, l’equivalente di un mese in circa un secondo.
Anche se sarebbe interessante sperimentare con fotografie reali, ai fini pratici è qui realizzato lo stesso esperimento con il computer.Proseguiamo con altre interessanti considerazioni del Prof. Giuliano Romano sulla conoscenza degli antichi astronomi Maya:

Nei calendari Maya c’era anche una componente lunare. I periodi lunari erano di 29 e 30 giorni alternativamente. Essendo il periodo sinodico della Luna di quasi 29,5 giorni, riuscivano a inserire la luna nei loro calendari senza difficoltà. Avevano cognizioni sui periodi lunari tali da poter predire le eclissi (Codice di Dresda).
I Maya descrissero l’Eclittica nei loro disegni come un Serpente a due teste. Non si sa esattamente come i Maya descrivessero le costellazioni dell’eclittica (Zodiaco). Sappiamo che parlavano di uno scorpione, equivalente al nostro Scorpione, nei Gemelli i Maya individuavano un maiale o un pecari (suino americano). Altre costellazioni dell’eclittica erano identificate come un giaguaro, almeno un serpente, un pipistrello, una tartaruga, un mostro xoc (squalo o mostro marino). Le Pleiadi erano assimilate alla coda di un serpente a sonagli, chiamato Tz’ab.
Wakah ChanLa Via Lattea era oggetto di forte venerazione, veniva chiamata Albero del Mondo, un albero fiorito molto grande e maestoso. Altro nome era Wakah Chan (Wak=sei, eretto; Chan=quattro, serpente, cielo). Gli ammassi nell’Albero erano visti come fonte di vita e particolare importanza aveva il punto dove la Via Lattea interseca l’eclittica, vicino al Sagittario. L’Albero comprendeva anche il mostro Kawak, un gigante. In cima all’Albero c’è il dio Uccello Principale o Itzam Ye. Veniva preso in considerazione anche il passaggio del Sole nella Via Lattea nel solstizio invernale .
Il periodo dei mesi invernali, quando la Via Lattea è ben visibile, era chiamato del Serpente dalle ossa bianche.

Via, via che emergono nuovi dati di ricerche e di studi, gli Antichi Maya si rivelano sempre più affascinanti. Appare dunque strano e discordante, ai nostri occhi, che una civiltà di tali conoscenze potesse al contempo praticare atroci sacrifici umani.
Probabilmente la superstizione o il credo religioso era anche allora, come oggi, motivo di insensati rituali.
O forse, ancora mancano elementi, magari solo un piccolo tassello, per stabilire con certezza se, gli astronomi, architetti, ingegneri e costruttori, fossero davvero appartenenti alla stessa civiltà dei riti sacrificali, e quindi potremmo essere noi ad avere una grossa lacuna di conoscenza storica che spiegherebbe una tale dissonanza.

lunedì 4 maggio 2015

1962: LA DOMENICA DEL CORRIERE RIPORTA UN INCONTRO RAVVICINATO

«Gli extraterrestri sono scesi sulla Terra?»: così titolava la Domenica del Corriere del 28 ottobre 1962. L'ampio articolo riportava la curiosa esperienza di un impiegato del dazio di Catania, il quale affermò di aver incontrato gli alieni alle falde dell'Etna in due riprese.
1962 - domenica del corriere

La Domenica del Corriere del 28 ottobre 1962 riporta uno strano avvenimento avvenuto in Sicilia.
Il giornale così raccontava:
«Gli extraterrestri sono già scesi dulla terra? Un impiegato del dazio di Catania afferma di averli incontrati a due riprese sulle falde dell’Etna.
“Giudico che fossero alti circa un metro e sessantacinque. Indossavano uno scafandro di tessuto metallizzato. Sembrava fatto in un pezzo solo. Ai piedi avevano dei gambaletti spaziali si cui spiccavano degli anelli d’argento.
Dalla cintura delle due figure emanava una luce intermittente giallo-verde-azzurra che, non so come, mi dava un senso di grande tranquillità. Uno dei due, giunto a un metro e mezzo da me, mi disse in italiano: “Ascolta e trasmetti questo messaggio agli uomini più potenti della Terra”.
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ANTICHI ASTRONAUTI E CULTO DEL CARGO: PARALLELI INTERESSANTI E INDIZI NOTEVOLI

Il Culto del Cargo rappresentano un singolare fenomeno etno-sociale sorto durante la Seconda Guerra Mondiale, a seguito delle spedizioni americane nelle isole del pacifico. E' possibile che lo stesso fenomeno sia accaduto nel passato della Terra, quando antichi cosmonauti extraterrestri sono entrati in contatto con i nostri antenati considerandoli divinità?

culto-del-cargo-Bep-Kororoti

Ogni anno la tribù amazzonica Kayapo festeggia l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, o “colui che viene dal cosmo”, venuto in visita sulla Terra tanto tempo fa.
Così narra un’antica leggenda amazzonica:
“Il guerriero dal cosmo sembrava provare piacere nel vedere la fragilità di queste persone. Nell’intento di voler dare loro una dimostrazione del suo potere, alzò l’arma di tuono e, indicando successivamente un albero e poi una roccia, distrusse entrambi. Tutti compresero che Bep-Kororoti voleva dimostrare loro che non era venuto per fare la guerra”. 
La storia dell’umanità ci insegna che il mondo si è evoluto dalla semplicità alla complessità, da attrezzi di pietra fino alla tecnologia avanzata che abbiamo oggi a disposizione. Eppure, decine di storie provenienti dalle culture native sembrano complicare questo schema apparentemente lineare.
Testimonianze architettoniche di immense strutture megalitiche e racconti di antiche divinità discese sulla Terra in antichità, fanno pensare alla visita di antichi astronauti alieni discesi sulla terra migliaia di anni fa.
E’ possibile che antichi cosmonauti extraterrestri siano entrati in contatto con i nostri antenati e siano stati scambiati per dèi a causa della loro tecnologia avanzata? Per esplorare questa possibilità, bisogna comprendere il particolare fenomeno del “Culto del Cargo”.

Il giorno di John Frum

Sin dal primo giorno del suo arrivo nel maggio del 1941, le cose non furono più le stesse per gli abitanti di Tanna, una delle isole più piccole dell’arcipelago Vanuatu nel Pacifico occidentale.
Il giorno di John Frum” è l’evento più importante nel culto nato in seno alle tribù che vivono sull’isola. In questo giorno sacro, numerose parate e celebrazioni vengono tenute per onorare la divinità compassionevole che aveva visitato questa gente molti anni prima.
Molti etnologi ritengono che i nativi di Tanna abbiano sviluppato il culto attorno alla figura di un soldato americano di nome John Frum (probabilmente è la storpiatura di “John from America”, John dall’America), vissuto a stretto contatto con la tribù nel corso della seconda guerra mondiale.
È noto come tale culto cominciò a svilupparsi con l’arrivo di circa 300 mila soldati statunitensi nelle Nuove Ebridi, incaricati di difendere l’arcipelago da una possibile invasione giapponese.
Il caso di John Frum rappresenta uno dei più noti nell’ambito di quel fenomeno conosciuto come “Culto del Cargo“. Esso rappresenta un singolare fenomeno etno-sociale sorto a seguito delle spedizioni americane nelle isole del pacifico durante il secondo conflitto mondiale.
La distribuzione gratuita di cibo, l’applicazione della medicina occidentale tra gli uomini delle tribù primitive e l’utilizzo degli aeroplani, dovette impressionare notevolmente i nativi, tanto da far credere ai nativi di avere a che fare con delle divinità, spingendoli alla creazione di veri e propri culti religiosi in onore degli dèi.
Con la fine della guerra, lo scopo principale del culto è quello di invocare il ritorno degli dèi dalla pelle bianca, come John Frum o come il duca Filippo di Edimburgo, adorato dalla tribù Yaohnanen dell’arcipelago Vanuatu.

Bep-Kororoti: l’astronauta che ha visitato l’Amazzonia

Eppure, i culti del cargo potrebbero avere un’origine molto più remota di quelli sorti nelle isole del Pacifico. I primi ad aver sviluppato un’adorazione per un visitatore straniero potrebbero essere stati i Kayapo, una tribù della foresta amazzonica.
I Kayapo celebrano ogni anno l’arrivo del misterioso Bep-Kororoti, “colui che viene dal cosmo”, indossando un curioso abito di vimini che ricorda molto una tuta spaziale moderna.
Secondo i racconti dei leader della tribù, il misterioso personaggio venne dalla catena montuosa del Pukato-Ti. Alla paura del primo incontro, pian piano la gente del villaggio cominciò a sviluppare una vera e propria adorazione verso lo straniero, motivata dalla sua bellezza, dallo splendore bianco della sua pelle e dalla sua benevolenza verso tutti. Si tramanda che questo strano visitatore fosse straordinariamente intelligente e che avesse consegnato agli antenati della tribù preziosissime conoscenze.
La leggenda racconta che un giorno Bep-Kororoti esplose in un attacco di rabbia e con urla e minacce vietò ai membri della tribù di avvicinarsi a lui. Fu allora che la tribù vide andare lo straniero verso i piedi della montagna e fuggire verso il cielo in una tremenda esplosione che scosse tutta la regione.
I nativi videro scomparire Bep-Kororoti in una nuvola di fuoco. L’esplosione fu talmente intensa da distruggere un vasto territorio della giungla, fece scomparire gli animali e da quel momento, la tribù soffrì un luongo periodo di carestia e di fame.
L’etnologo Joao Americo Peret, che intervistò gli anziani della comunità aborigena nel 1952, ha affermato che la vicenda di Bep-Kororoti risale ad un passato molto lontano.
I ricercatori moderni, alla luce del fenomeno del Culto di Cargo, si chiedono quale tipo di persona possa aver visitato le tribù del Mato Grosso in un periodo così remoto, vestito con una tuta spaziale e in possesso di una magia che, a dire dei Kayapo, era in grado di abbattere un animale con un semplice tocco.
Certamente, la figura di Bep-Kororoti non corrisponde alla mentalità umanitaria del soldato nordamericano che i Tanna di Vannatu continuano ad adorare. Ma il fatto più bizzarro, quando si venne a conoscenza della storia dei Kayapo, è la strana tuta spaziale che è diventata parte integrante delle cerimonie in memoria di Bep-Kororoti, poichè il culto, di epoca antichissima, è sorto quando non esistevano ancora i viaggi spaziali umani.
Inoltre, il racconto della partenza di Bep-Kororoti, “tra nuvole di fumo, di luce e rombi di tuono”, richiama chiaramente alla mente il comportamento di un motore a reazione moderno. Lo spettacolo deve aver sopraffatto i sensi degli aborigeni.
Secondo i racconti, il meccanismo di propulsione era comandato da ciò che i nativi credevano essere dei “rami” e la nave sembrava essere un “albero”. La leggenda racconta che il visitatore tornò a sedersi in questo albero speciale e toccando i rami, avvenne una grande esplosione e l’albero scomparve in aria. E’ un azzardo pensare che si trattasse di un razzo spaziale?

I Dogon: la tribù con la conoscenza astronomica

Ma la manifestazione più interessante del Culto del Cargo è forse quella che si mostra nella tribù dei Dogon, che si trova nel Mali, Africa occidentale. Sebbene non abbiano sviluppato un culto strutturato e devozionale come quelli raccontati finora, i Dogon conservano delle conoscenze a dir poco miracolose.
Nel 1947, dopo aver vissuto con i Dagon per più di diciassette anni. l’antropologo francese Marcel Griaule ha riportato una storia veramente incredibile. Gli anziani della tribù hanno rivelato a Griaule uno dei loro segreti più gelosamente custoditi, nascosto anche alla maggior parte della comunità tribale.
I capi hanno raccontato di come i Nommo, una specie mezza pesce e mezza umana, abbiano fondato un’antica civiltà sulla Terra. Nonostante la loro cultura primitiva, gli anziani Dagon dicono di aver ricevuto una profonda conoscenza del sistema solare da uno dei misteriosi Nommo.
Gli anziani sono a conoscenza delle quattro lune di Giove, degli anelli di Saturno e sono consapevoli della forma a spirale della Via Lattea e sanno che sono i pianeti a muoversi intorno al Sole e non viceversa.
Ma ciò che più sconcerta gli etnologi è la conoscenza dei Dagon delle orbite, delle dimensioni e della densità delle stelle del sistema di Sirio. I Dogon hanno accuratamente confermato l’esistenza di Sirio A, B e C, conoscenza che la moderna scienza ha acquisito solo di recente. Sirio C è rimasta sconosciuta fino al 1995, quando gli astronomi hanno notato l’influenza gravitazionale che questa esercita sul movimento di tutto il sistema.
Eppure, da centinaia di anni, i primitivi Dagon, non sono erano a conoscenza delle tre stelle, ma ne conoscevano anche alcuni dettagli. Da dove gli è venuta questa conoscenza?
Possiamo ipotizzare che anche i Dogon abbiano avuto un primo contatto con un gruppo di antichi astronauti che ha visitato il nostro pianeta in passato? Gli indizi sembrano andare tutti in questa direzione. Non manca che il ritrovamento della “pistola fumante” e cioè la prova definitiva che non siamo sole e che anche l’umanità è figlia delle stelle.

sabato 2 maggio 2015

Le Torri dell’Himalaya a forma di stella

Le Torri dell'Himalaya 1Le Torri dell’Himalaya (note anche come Torri di pietra a forma di stella) sono una serie di torri situate per lo più in Kham, una provincia antica del Tibet, e in Sichuan, Cina.

Le torri possono trovarsi sia in prossimità dei centri abitati che nelle regioni disabitate. La pianta di molte di queste strutture, che possono superare i 60 metri d’altezza, è a forma di stella, oppure avere un perimetro rigorosamente rettangolare. Chi le ha costruite? Quando? E soprattutto, perché?
Le Torri a stella dell'Himalaya
Nel 1982, l’esploratore francese Michel Peissel era impegnato in una spedizione in Tibet, quando notò per la prima volta una serie di alte e misteriose torri di pietra a forma di stella che puntellavano le valli himalayane lungo il confine cinese. Purtroppo, Peissel fu costretto ad interrompere la sua spedizione a causa di un incidente che gli provocò la frattura di entrambe le gambe, impedendogli di approfondire la sua scoperta.
Molti anni più tardi, nel 1998, un’amica di Peissel, Frederique Darragon era in procinto di recarsi in Tibet per una ricerca sul leopardo delle nevi. Peissel le disse di essere sicuro di aver visto le torri, chiedendole di confermare la sua scoperta.
Frederique seguì le indicazioni di Peissel, riuscendo a trovare le torri e rimanendo così affascinata da queste che decise di abbandonare il progetto sul leopardo delle nevi per concentrarsi esclusivamente sulle torri. Il suo obiettivo era chiaro: tracciare tutte le torri della regione e scoprire la loro storia.
Come racconta The Wall Street Journal, la Darragon trascorse diversi mesi all’anno viaggiando in solitaria attraverso la Cina, spesso a piedi e in zone che ancora oggi sono raramente visitate dagli occidentali.
Dopo tre anni di ricerche, finalmente la Darragon individuò le prime torri, mentre si trovava nei pressi di Danba.
 
“Quando ho capito che né gli occidentali né i cinesi avevano studiato le torri e che praticamente non si sapeva nulla di esse, non ho potuto resistere e ho cominciato a cercare di risolvere il loro mistero”
scrive l’esploratrice in un resoconto pubblicato sul Journal of Cambridge Studies nel 2009.
Le Torri dell'Himalaya Sezioni trasversali
Torri sezioni trasversali by Frederique Darragon
Un avvincente documentario trasmesso da Discovery Channel, diretto e narrato da Micheal Peissel, mostra tutto ciò che la ricerca della Darragon ha portato alla luce.
Le torri, straordinarie per la loro architettura e il loro impatto sul paesaggio himalayano, sono alte in alcuni casi più di 60 metri e sono state costruite tra i 600 e i 1000 anni fa.Le Torri a stella dell'Himalaya2Alcune di esse sono state inglobate in villaggi contadini; altre, invece si trovano in luoghi isolati anche a 3 mila metri di altitudine. Alcune torri sono state attualmente convertite in ricoveri per yak e pony, ma la maggior parte di esse è rimasta vuota. Le torri punteggiano quattro regioni (Qiangtang, Gyalrong, Miniak e Kongpo), coprendo un’area complessiva simile al Texas.
Le Torri a stella dell'Himalaya3
Le domande che assillano i ricercatori sono almeno due: chi le ha costruite e qual era il loro scopo originario?
Peissel e Darragon hanno cercato di dare risposta a queste domande sfuggenti, ma il problema principale è che mancano fonti scritte. Infatti, le tribù che hanno vissuto nella regione per secoli parlano dialetti diversi e non hanno lingue scritte.
 
“La gente di una valle non è in grado di comunicare con le persone della valle vicina!”
spiega la Darragon.
Le Torri a stella dell'Himalaya4Tuttavia, nel corso dello studio, la Darragon ha fatto diverse scoperte sorprendenti. Alcune delle torri sono alte come i moderni edifici di 15 piani e sono in grado di resistere a violenti terremoti grazie alla loro particolare pianta a forma di stella, un dispositivo antisismico emulato anche dagli abitanti del posto per costruire le loro case.
Inoltre, l’esploratrice ha scoperto che molti dei villaggi in cui si trovano le torri portano gli stessi nomi dei 18 regni descritti in alcune leggende ancestrali del luogo. Comunque, il materiale storico e tradizionale è davvero esiguo per avanzare ipotesi sul loro scopo originario.
Darragon, con l’aiuto di altri ricercatori, ha istituito una fondazione in Cina con lo scopo di raccogliere fondi per lo studio delle torri. Inoltre, sta lavorando perché questi monumenti possano essere inseriti nel Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
 
“Le torri sono l’unica prova dell’esistenza di culture raffinate in queste terre molto lontane, e sono destinate a diventare un’attrazione turistica”
dice la Darragon.
 
“Ma abbiamo bisogno di proteggerle in modo che la gente del posto ne possa beneficiare”.
D’altronde, le torri potrebbero essere ancora in piedi tra 1000 anni…

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