sabato 4 aprile 2015

Levitazione con uso del Suono. Tecnologia persa, conosciuta nell’antichità dalle civiltà megalitiche scomparse?!

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.

In tutto il mondo la memoria popolare registra un tempo remoto in cui i civilizzatori usavano il potere del suono per erigere le prime città. Avvolte nel più profondo mistero sono le rovine di Tiahuanaco, una grande cittadella fortificata sull’altopiano boliviano che un tempo sorgeva sulle sponde del lago Titicaca, un immenso mare interno che oggi, in seguito agli spettacolari mutamenti geologici e climatici, dista nientemeno che 19 chilometri dalla costa.
Disseminate su una vasta area, si trovano varie strutture megalitiche, soprattutto templi, e numerosi monoliti scolpiti e blocchi da costruzione caduti del peso di 100 tonnellate ciascuno. Prima di essere ricostruita in epoca moderna, gran parte di quel che restava di Tiahuanaco giaceva al suolo, come se l’avesse rovesciata una mano invisibile di immensa potenza distruttiva. In realtà la sua fine fu determinata molto probabilmente da una serie di calamità naturali come terremoti e inondazioni – eventi che probabilmente fecero innalzare il lago Titicaca dal livello del mare alla sua altitudine attuale di oltre tremila metri.
La datazione della città è controversa, È molto antica, quanto nessuno è in grado di dirlo; tuttavia nel 1911 un’indagine approfondita svolta dall’autorevole archeologo Arthur Posnansky, professore dell’università di La Paz, ne attribuì la data di fondazione intorno a1 10.000 a.C., presumibilmente durante le catastrofi planetarie che accompagnarono la fine dell’ultima Era Glaciale. Successivamente altri importanti studiosi confermarono la grande antichità di Tiahuanaco, anche se archeologi e storici convenzionali generalmente datano il sito appena al 700 d.C.
Il pezzo principale delle rovine della città è la Porta del Sole, un gigantesco portale in pietra del peso di una decina di tonnellate, sulla cui facciata è scolpita una figura maschile che impugna due lunghi bastoni. Si tratta del leggendario fondatore di Tiahuanaco, Ticci Viracocha, o Thunupa, che emerse da un’isola al centro del lago all’inizio del tempo, e con i suoi seguaci, detti “”i viracocha””, fondò la città prima di spostarsi a nord, diffondendo la civiltà ovunque andasse.-
Una leggenda, narrata dai locali indios aymara a un viaggiatore spagnolo che visitò Tiahuanaco poco dopo la conquista, parla della fondazione della città avvenuta all’epoca della Chamac Pacha, o Prima Creazione molto prima dell’ arrivo degli incas. I primi abitanti, dotati, secondo la legenda, di poteri soprannaturali, erano capaci di sollevare miracolosamente dal terreno le pietre che “”… venivano trasportate dalle cave di montagna attraverso l’aria al suono di una tromba””.
La Bolivia è agli antipodi dell’Egitto, eppure abbiamo qui una testimonianza che fa pensare che anche gli antichi popoli delle Americhe conoscessero proprietà del suono che vanno al di là della nostra comprensione.
Da dove nascevano questi miti se non erano basati su qualche realtà storica? È possibile che esista un legame tra tradizioni così lontane fra di loro?
A Giza come a Tiahuanaco è stata attribuita una data di fondazione che risale a prima della fine dell’ultima Era Glaciale, 15000-I0000 a.C. circa. è possibile che una tecnologia acustica sia stata esportata in diverse regioni della terra da una cultura globale finora sconosciuta?
Gli indios aymara boliviani e peruviani raccontarono ai primi viaggiatori e storici spagnoli che Viracocha non era soltanto un civilizzatore e un operatore di portenti, ma anche uno scultore, un agronomo e un ingegnere che “”fece sì che terrazze e campi si formassero sui fianchi ripidi dei burroni, e mura di sostegno sorgessero a puntellarli””. Ma diversamente da loro, Ticci Viracocha aveva la pelle chiara e gli occhi azzurri, era alto di statura e aveva capigliatura e barba bionde o bianche.
Portava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e possedeva un “”fare autorevole””. Innumerevoli volte il grande portatore di sapere venne raffigurato così nel folclore e nelle leggende del Sud America, sottolineando il suo evidente aspetto caucasico. Cosa strana, poi, proprio a lui fu attribuita la capacità di muovere i blocchi di pietra con mezzi misteriosi. Un racconto ce lo presenta mentre per primo crea un “fuoco” celeste, che “si spegneva al suo comando, ma le pietre non venivano consumate così che i grandi blocchi potevano essere sollevati con le mani, come fossero di sughero”. Chi erano, esattamente, questi viracocha, e perché veniva loro attribuita la capacità di spostare i blocchi di pietra solo mediante mezzi soprannaturali?
Solo con un fischio
Spostandoci a nord della penisola messicana dello Yucatán, troviamo, nascosti nel fitto della foresta, gli antichi templi dei maya, una civiltà precolombiana dotata di una cultura incredibilmente evoluta. Il loro straordinario impero fiorì nel primo millennio dell’era cristiana, ma è chiaro che avevano ereditato le loro profonde conoscenze da una cultura molto precedente. I maya erano indicibilmente ossessionati non solo dai cicli del cielo e dai movimenti delle stelle ma anche dal passaggio del tempo. Il loro complesso calendario, per esempio, poteva calcolare con precisione date di centinaia di milioni di anni addietro, individuando esattamente il giorno e il mese in cui un certo giorno cadeva.
Uno dei complessi di templi più misteriosi lasciatici dai maya è quello di Uxmal, realizzato, secondo la leggenda, da una razza di nani. Più strana, però, è l’informazione che una leggenda maya ci dà su questi mitici nani: “Per loro il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. A questi potenti nani erano dovute tutte le più antiche realizzazioni del tempo della Prima Creazione, per le quali dovevano solo “fischiare perché le pietre si mettessero nelle costruzioni nella giusta posizione o perché la legna da ardere venisse da sola dalla foresta fino al focolare”.
Nonostante questi poteri soprannaturali, i nani sarebbero stati distrutti da un grande diluvio, anche se molti avevano tentato di mettersi in salvo nascondendosi sottoterra in “grandi serbatoi di pietra come le riserve d’acqua sotterranee, che loro vedevano come barche”.
Troviamo qui, ancora una volta, astratte e forse confuse storie su una razza prediluviana capace di usare il potere del suono per costruire mura di pietra. È facile etichettare questi racconti come fantasie di ignoranti, ma i popoli dell’Egitto e delle Americhe non erano i soli a impiegare il suono nella costruzione dei loro più antichi monumenti.
Costruito al suono di una lira
Secondo gli autori classici greci, Tebe, capitale della Beozia – un antico regno situato a nord ovest di Atene – fu fondata dal fenicio Cadmo, famoso viaggiatore e civilizzatore. Questa grande città, detta Cadmeia in onore del suo fondatore, sarebbe stata completata da un figlio di Zeus di nome Anfione. La cosa più singolare è che Anfione era capace di spostare grosse pietre al suono di una lira, e in questo modo poté costruire le mura di Tebe. Pausania, il geografo greco del secondo secolo dopo Cristo, parla infatti di Anfione che costruisce le mura della città “alla musica della sua lira”, mentre i suoi “canti attiravano dietro di lui perfino le pietre e gli animali”. Anche Apollonio Rodio, vissuto nel terzo secolo prima di Cristo, riferisce poeticamente nelle Argonautiche di Anfione che cantava “forte e chiaro accompagnandosi con la lira d’oro, seguito passo passo da grandi massi”.
Si tratta di semplici favole, basate su invenzioni ed esagerazioni letterarie molto più antiche, o rappresentano in qualche modo la memoria confusa di un tempo in cui gli abitanti di Tebe, uniti sotto un fondatore chiamato Anfione, erano in grado di usare il suono della lira per spostare massi e innalzare mura?
Sembra incredibile, ma se tradizioni del genere poggiano davvero su ricordi alterati di eventi reali, potrebbero contenere importanti informazioni sulle origini di questa tecnologia perduta. Le tradizioni riguardanti Cadmo indicano chiaramente che Tebe fu fondata da immigrati fenici che dovettero stabilirsi qui nel terzo o secondo millennio a.C. Cadmo, si dice, introdusse in Beozia l’alfabeto fenicio e il culto di divinità fenicie ed egizie, quindi è possibile che abbia portato con sé, dalla sua terra di origine, anche eventuali conoscenze relative alla tecnologia sonica.
La Fenicia era sede di una grande civiltà marinara fiorita verso il 2800 a.C. nella regione del Mediterraneo orientale che oggi comprende il Libano e la Siria nordoccidentale. Era costituita da una serie di città-stato, ciascuna con un proprio governo e una propria cultura, unite solo dal commercio, dalla religione e dall’abilità nella navigazione. I fenici erano i più grandi marinai dell’antichità, ma essi stessi dicevano di avere appreso le tecniche marinare da una precedente razza di dei.
L’ideazione di Betulia
Come la mitologia classica, le leggende fenicie parlano di un’età dell’oro che precedette la storia ufficiale, quando gli dei e gli uomini vivevano gli uni accanto agli altri. L’argomento è trattato negli scritti di Sanchoniatho, il più antico storico fenicio di cui abbiamo conoscenza, che visse prima delle guerre di Troia, intorno al 1200 a.c.. Egli parla del dio Urano, o Cielo, fondatore della prima città chiamata Biblo, che ancora oggi è un fiorente porto libanese. Da qui la razza degli dei colonizzò l’intera sponda orientale del Mediterraneo. Sanchoniatho ci informa anche che uno degli dei, Taautus (il Thoth egiziano, l’inventore della scrittura), fondò la civiltà egizia.
Sapendo tutto ciò, mi incuriosì la scoperta negli scritti di Sanchoniatho di un riferimento alquanto ambiguo alla levitazione delle pietre. Senza fornire alcuna spiegazione, lo storico fenicio afferma che Urano “ideò Betulia creando pietre che si muovevano come dotate di vita propria”.
La parola Betulia indica in questo contesto grandi pietre grezze di dimensioni ciclopiche. È possibile che questa cultura fenicia di Biblo, che Sonchoniatho identifica con una razza di dei, possedesse la capacità di sollevare i blocchi di pietra usando la potenza del suono? Potrebbero gli dei aver trasmesso questa capacità ai loro discendenti fenici, che a loro volta la portarono in Beozia al tempo di Cadmo e Anfione? E se così fosse, da dove potrebbe essere giunta questa conoscenza sulla tecnologia del suono?
Tanto i fenici quanto i loro contemporanei greci, i micenei, erigevano mura ciclopiche. Delfi, Micene e Tirinto furono tutte costruite, originariamente, con enormi blocchi di pietra di dimensione e peso enormi. Un disegno ottocentesco di un muro in pietra gigante appartenente alla città-stato fenicia oggi scomparsa dell’isola di Aradus, di fronte alla costa siriana mostra massicci blocchi di pietra, alcuni lunghi fino a 3 metri e pesanti dalle 15 alle 20 tonnellate ciascuno, come nella figura .
È inutile dire che esiste una netta somiglianza tra queste strutture ciclopiche e quelle della piana di Giza, in Egitto. Sappiamo che già nel 4500 a.C. popoli di una cultura prefenicia avrebbero navigato non solo nel Mediterraneo ma anche lungo la costa atlantica oltre lo stretto di Gibilterra. È possibile che questo popolo marinaro prima sconosciuto abbia in qualche modo ereditato l’uso della tecnologia del suono da una cultura ancora più antica: forse gli dei degli Anziani dell’Egitto?
Si sa che Biblo era un’attiva cittadina già attorno al 4500 a.C., e che nel 3000 a.C. circa era diventata una civiltà marinara che intratteneva scambi commerciali con paesi come Creta e l’Egitto. Molti studiosi sono propensi a credere che Biblo ebbe un suo ruolo importante nella nascita dell’Egitto faraonico. È dunque possibile che una cultura abbia ereditato dall’altra la conoscenza della tecnologia del suono? E quale fu delle due che ereditò? A questo problema, almeno per il momento, non c’è una risposta chiara. È il caso però di ricordare che fu attorno al 3500 a.C. che in Egitto si cominciò ad applicare quell’incredibile tecnica litica che, come ho già mostrato, utilizzava attrezzi ad alta tecnologia quali seghe lineari e circolari, torni meccanici e trapani a ultrasuoni.
Per il momento è sufficiente sapere che le tradizioni che collegano il suono alla costruzione di edifici sono universali e non limitate a una particolare etnia, cultura, religione o a uno specifico continente. Ciononostante, gli scettici diranno che leggende del genere sono tutte nate semplicemente dalla superstizione. Per giunta, quando anche fossero “reali”, non ci direbbero praticamente nulla sui metodi eventualmente impiegati nell’antichità per ottenere la levitazione sonica.
Ciò di cui avevo bisogno erano resoconti più affidabili sulla tecnologia sonica e dopo lunghe ricerche trovai quello che cercavo: la testimonianza diretta di due viaggiatori occidentali che avevano assistito all’uso di questa tecnologia, in Tibet, nella prima metà del ventesimo secolo: le due storie sono state entrambe raccolte negli anni cinquanta dall’ingegnere e scrittore svedese Henry Kjellson.
Lo strano caso del dottor Jarl
Il primo caso riguarda un medico svedese, a cui Kjellson attribuisce il nome fittizio di “Jarl”. Negli anni Venti o Trenta – la data esatta non viene fornita – Jarl accettò l’invito di un amico tibetano di andare a trovarlo al suo monastero, situato a sud-ovest della capitale Lhasa. Fu durante il suo anno sabbatico che Jarl avrebbe assistito alla levitazione di blocchi di pietra, alti e profondi un metro e larghi uno e mezzo, mediante l’uso del suono.
L’evento avrebbe avuto luogo in un prato vicino, leggermente in salita verso una parete montuosa orientata a nord-ovest.
Jarl aveva notato che a circa 250 metri sulla parete rocciosa si apriva l’imboccatura di una grande caverna preceduta da un’ampia cornice, accessibile solo tramite funi calate dalla cima dello strapiombo. Qui i monaci stavano costruendo un muraglione in pietra. Notò anche che, a una distanza di circa 250 metri dalla base della parete, era stato interrato un grosso masso piatto, la cui superficie superiore mostrava un ampio avvallamento a tazza, profondo 15 centimetri. Circa 63 metri dietro la pietra interrata, un folto gruppo di monaci vestiti di giallo sembravano intenti a preparare un’operazione coordinata. Alcuni avevano enormi tamburi altri lunghe trombe, molti altri si stavano schierando in lunghe file, mentre uno dei monaci con una corda fornita di nodi segnava accuratamente la posizione di ciascuno. Jarl contò 13 tamburi e 6 trombe: gli strumenti erano situati a circa 5 gradi l’uno dall’altro, formando un arco di cerchio di poco più di 90 gradi centrato sul masso a tazza.
Dietro ogni strumento c’era una fila di otto o dieci monaci, la cui disposizione complessiva aveva l’aspetto di uno spicchio di ruota.
Al centro dell’arco c’era un monaco con un piccolo tamburo appeso al collo con una tracolla di cuoio. Ai suoi lati c’erano altri due monaci forniti di tamburi di media dimensione. Questi erano appesi a telai di legno con corregge di pelle fissate a un paio di bastoni che li attraversavano longitudinalmente fungendo da leve di direzione.
Da un lato e dall’altro di questi due tamburi c’erano altri monaci con le ragdon, enormi trombe lunghe tre metri. Al di là di questi, ai due lati, un altro paio di tamburi di media grandezza, poi una coppia di tamburi ancora più grandi, anch’essi sostenuti da telai di legno tramite cinghie di cuoio fissate ai bastoni.
Progredendo simmetricamente verso l’esterno sui due lati completavano questa vera e propria orchestra: altre due ragdon, altri quattro tamburi grandi (due per lato), altre due trombe e, infine, due ultimi tamburi (vedi figura sotto). I tredici tamburi erano ricoperti di pelle su un solo lato, e il lato aperto era puntato verso il masso a tazza.
Mentre Jarl osservava la scena, il primo blocco di pietra fu trascinato fino al masso su una slitta di legno trainata da yak.
Presto i monaci trasferirono il peso sull’avvallamento e si ritirarono per permettere l’inizio dell’operazione.
I diciannove strumenti erano tutti puntati come cannoni verso il blocco di pietra, e quando tutto e tutti furono al loro posto, il monaco con il tamburo piccolo cominciò a salmodiare ritmicamente con voce bassa e monotona, battendo con una mano sul lato dello strumento ricoperto di pelle.
Questo emise un suono secco e duro che colpì dolorosamente le orecchie di Jarl. Per tutta risposta, le ragdon suonarono e gli altri tamburi furono percossi con grosse mazze lunghe 75 centimetri e con la testa coperta di pelle.
Di ciascun tamburo si prendevano cura due monaci, che vi battevano a turno.
A parte il monaco con il tamburo piccolo, nessuno pronunciò una parola.
Mentre quella strana cacofonia continuava, Jarl tentò di imprimersi nella mente la sequenza dei tamburi. Il ritmo inizialmente era molto lento, poi prese una tale velocità che egli ben presto non riuscì più a seguirlo: il loro pulsare si fuse diventando un muro compatto di suoni. Incredibilmente, il suono acuto del tamburo piccolo riusciva a penetrare il fragore combinato di trombe e tamburi. Questo gli fece pensare che era usato per segnare il tempo.
Passarono quattro minuti senza che accadesse nulla di insolito.
Poi, all’improvviso, il blocco di pietra prese a ondeggiare leggermente, come se stesse perdendo peso, infine si sollevò in aria, oscillando da una parte e dall’altra.
Poi si alzò, mentre trombe e tamburi venivano inclinati nella sua direzione.
La pietra saliva sempre più in alto, accelerando la velocità e compiendo, secondo le parole di Jarl, un arco di parabola dirigendosi verso l’imboccatura della grotta.
Alla fine, mentre i monaci continuavano a soffiare nelle trombe e a picchiare sui tamburi, il blocco giunse a destinazione piombando di peso sulla cornice con tale forza che mandò polvere e schegge di pietra dappertutto.
Poi, improvvisamente, cadde il silenzio. Volgendo lo sguardo al gruppo dei monaci, circa 240, Jarl notò che nessuno di loro sembrava minimamente colpito da quell’esperienza. Subito fu portato un altro blocco di pietra e l’operazione si ripeté nello stesso modo.
Per alcune ore Jarl poté vedere che con questo metodo furono trasportati dai cinque ai sei blocchi all’ora.
Ogni tanto una pietra piombava sulla piattaforma con tale forza da andare in pezzi. Quando questo accadeva, i monaci che lavoravano nella caverna si limitavano a spingere i frammenti giù dalla cornice.
Jarl ammise di non essere riuscito a capire la funzione dei 200 monaci circa, in file di otto o dieci, dietro l’arco dei diciannove strumenti. Non emettevano alcun suono, limitandosi a osservare il tragitto di volo dei blocchi di pietra che salivano verso la parete.
A suo parere potevano essere lì per imparare la tecnica, o eventualmente per rimpiazzare i monaci che battevano sui tamburi e soffiavano nelle trombe. Oppure, concluse, per conferire un’atmosfera religiosa alla scena o magari avevano usato una forma di psicocinesi coordinata per agevolare il volo delle pietre.
L’aspetto più rivelatore del racconto è la meticolosità dei dettagli con cui Jarl registra il procedimento svoltosi quel giorno.
Annota ogni distanza, ogni angolo, ogni misura, riferendo anche dati apparentemente insignificanti. Sono troppe le informazioni presenti nella relazione conservata da Henry Kjellson per liquidarla come puro parto della fantasia.
La scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra su un masso a tazza al livello del suono, l’aumento graduale del suono delle percussioni, tutto fa pensare a una scienza esatta, a una tecnologia sonica ben nota alla comunità monastica visitata da Jarl. Una delle affermazioni più interessanti è quella che riguarda il modo in cui tutti gli strumenti erano costantemente puntati sul blocco di pietra, dall’inizio al momento in cui giungeva a destinazione.
Se è vero che le comunità monastiche tibetane usavano il suono per far levitare a grandi altezze blocchi di pietra, com’era possibile? Che cosa dobbiamo pensare dei 200 monaci schierati dietro i diciannove strumenti? Qual era la loro funzione?
Raggiungere una forma di psicocinesi coordinata, come sembra credere Jarl? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che l’idea di usare il potere della mente per muovere le rocce faceva parte un tempo della rigida pratica di meditazione nota come dogchen, una dottrina segreta trasmessa oralmente dai seguaci del lamaismo tibetano e da singoli sciamani appartenenti a una religione prebuddista che ha il nome di Bonpo.
Cantando in silenzio
Il resoconto di Jarl rappresenta un’affascinante testimonianza di un tipo di tecnologia sonica di cui il mondo oggi ha perduto la conoscenza. Di per sé potrebbe non essere molto di più, ma fortunatamente non è l’unico esempio conservato da Kjellson.
Nel 1939 l’ingegnere e scrittore svedese assisté a una conferenza tenuta da un cineasta austriaco, chiamato Linauer, sui suoi viaggi in Tibet. Kjellson ebbe l’occasione in seguito di discutere a lungo sulle sue affermazioni e, convintosi della loro autenticità, le incluse nel suo libro Forsvunnen teknil ( Tecnologia scomparsa ), pubblicato nel 1961. Quello a cui Linauer sosteneva di aver assistito confermerebbe il racconto di Jarl, e getta nuova luce su quanto sappiamo a proposito delle presunte tecniche ultrasoniche dei costruttori delle piramidi.
Linauer affermò che, mentre si trovava presso un monastero isolato nel nord del Tibet, negli anni Trenta, ebbe il privilegio di assistere a eventi davvero fuori del comune. Tra questi la dimostrazione che due curiosi strumenti sonori, usati in combinazione, erano in grado di sfidare le leggi della natura a cui la scienza ortodossa aderisce in modo così rigoroso.
Il primo di questi strumenti era un gong enorme montato verticalmente su un telaio di legno. Aveva un diametro di 3,5 metri ed era composto da tre diversi metalli: la sezione circolare al centro era d’oro massiccio, e attorno a questo c’era un anello concentrico di ferro puro; questi due metalli erano cinti da un terzo anello di ottone di estrema durezza, che apparentemente possedeva una certa elasticità. L’area centrale, invece, era così duttile che un’unghia vi lasciava il segno.
L’aspetto del gong faceva pensare ad un enorme bersaglio metallico. I1 suono che emetteva quando veniva percosso non aveva nulla a che vedere con quelli prodotti da strumenti simili, perchè invece di emettere una potente nota continua e sostenuta, produceva una sorta di tonfo sommesso che cessava quasi istantaneamente.
Il secondo strumento era anch’esso composto da tre diversi metalli, anche se Linauer non fu in grado di identificarli con esattezza. Secondo i suoi calcoli era alto 2 metri e largo 1 (Kjellson non fornisce la profondità), mentre la sua forma viene detta semiovale, simile a quella del guscio di una cozza.
Sopra la superficie concava erano tese longitudinalmente delle corde ed era sostenuto da una struttura che lo manteneva fisso in posizione leggermente rialzata. I monaci dissero a Linauer che quel curioso strumento a corda non veniva suonato né toccato, ma semplicemente cantava in silenzio, emettendo, secondo le parole di Kjellson, <<un’onda di risonanza non percepibile all’udito>> solo quando il gong veniva percosso producendo il suo suono caratteristico.
In combinazione con questi strani strumenti veniva usata una coppia di schermi, accuratamente posizionati in modo da formare un triangolo con i primi due, il cui scopo sembrava quello di raccogliere, contenere e riflettere l’<<onda di risonanza non percepibile all’udito>> emessa dallo strumento semiovale.
Quando fu il momento di una dimostrazione pratica, un monaco armato di una grossa mazza si avvicinò al gong e cominciò a colpirlo traendone una serie di brevi suoni a bassa frequenza che dovevano avere un effetto peculiare sui sensi dell’ udito.
Il gigantesco guscio di mollusco cominciò a emettere quella che immagino fosse una successione di ultrasuoni che, raccolti e deviati, provocavano una temporanea assenza di peso in blocchi di pietra.
Quando ciò avveniva, un monaco poteva sollevare con una sola mano una queste pietre. Linauer fu informato che con questa tecnica i loro antenati avevano potuto costruire la muraglia di protezione intorno all’intero Tibet.
I monaci gli assicurarono anche (ma di questo lui non fu testimone diretto che quegli strumenti, e altri simili, potevano essere usati per disintegrare o dissolvere la materia fisica.
Il prezioso racconto di Linauer sembrerebbe aggiungere argomenti a sostegno della tesi che isolate comunità monastiche nel Tibet più remoto fossero in grado di usare il suono per togliere peso alle pietre. Se riusciamo ad accettare come autentiche storie del genere, si rafforza la probabilità che le leggende arcaiche che in Egitto, in Bolivia, in Messico e nell’antica Grecia raccontano di mura, templi e perfino città costruite con strumenti sonori avevano una base reale, per quanto distorta. Inoltre, il racconto di Linauer sull’ “onda di risonanza” usata per “dissolvere la materia” conferma le scoperte di Christopher Dunn a proposito dell’ impiego degli ultra suoni per perforare il granito da parte dei costruttori delle Piramidi
Non disponiamo di elementi per capire come mai isolate comunità religiose tibetane praticassero forme di tecnologia sonica ancora nella prima metà del ventesimo secolo. È possibile che le avessero ereditate da qualche cultura precedente, prebuddista, come quella dei monaci di Bonpo, la religione sciamanica indiana che influenzò profondamente le pratiche rituali del lamaismo tibetano. Altrettanto possibile è che, totalmente prive di contatto con il mondo esterno, le scuole monastiche sviluppassero queste capacità del tutto autonomamente. Forse la loro profonda conoscenza delle leggi universali li mise in rado di scoprire un mezzo con cui controllare le forze della natura in un modo totalmente diverso dalla visione della scienza che ha il nostro mondo.
Per i religiosi del Tibet, le leggi di gravità di Newton e della relatività di Einstein semplicemente non esistevano, quindi non potevano intralciare la via del progresso. Ma se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo anche immaginare che la cultura egiziana degli Anziani possedeva un’eguale lettura del mondo tanto che fu in grado di sviluppare una conoscenza delle leggi universali che va al di là dell’immaginazione del mondo scientifico. Se così fosse, dobbiamo anche concludere che è solo il nostro approccio rigido e dogmatico a impedirci di sviluppare tecnologie che non sopportano le restrizioni dei limiti della scienza ortodossa.
La perdita più grave
Riconoscere che il lamaismo tibetano potrebbe aver sviluppato, o forse ereditato, una conoscenza avanzata della tecnologia sonica ci porta a chiedere come sia stato possibile che questa notizia non sia mai trapelata nel mondo occidentale. La risposta a questo inquietante interrogativo è un curioso paradosso. Quando Linauer assisté alle straordinarie proprietà del grande gong e dello strano strumento a forma di cozza, i monaci gli spiegarono che avevano custodito gelosamente i segreti della loro tecnologia perché non venisse sfruttata male nel mondo esterno. Di norma i viaggiatori stranieri non venivano ammessi ad assistere agli effetti prodotti dai loro incredibili strumenti. I monaci precisarono che la ragione di tanta riservatezza era la convinzione che se avesse raggiunto l’Occidente, questo antico potere sarebbe stato sfruttato a fini egoistici e distruttivi, e non potevano permetterlo. Una decisione simile è perfettamente comprensibile; il risultato però è stato che le testimonianze offerte da viaggiatori occidentali come Jarl e Linauer sono le uniche notizie che abbiamo in proposito. Inoltre, la distruzione del lamaismo tibetano a opera della Rivoluzione Culturale cinese già dagli anni Cinquanta ha privato il mondo scientifico della sua migliore occasione di confermare che la tecnologia sonica era ancora praticata negli anni Trenta. Nonostante le affermazioni contrarie della propaganda cinese, l’occupazione del Tibet prosegue oggi più brutale che mai.
Molti esuli tibetani sono perfettamente al corrente delle storie incredibili che parlano di un tempo in cui i loro antenati avevano la capacità di far levitare blocchi di pietra e di disintegrare la roccia con il solo potere del suono. Questa sfida alle leggi naturali è oggi poco più di un ricordo che va rapidamente sbiadendo nella mente di anziani monaci e lama. Che queste antiche scienze siano state preservate per millenni per poi andare perdute nell’epoca moderna è davvero una perdita gravissima.
Leggere i racconti di Jarl e Linauer e rendersi conto che oggi non esistono più neppure i monasteri è un fatto di una tragicità estrema.
La fiamma della conoscenza si era estinta completamente? Esisteva il modo di riattizzarla ricostruendo i fondamenti teorico-fisici alla base di questa scienza apparentemente perduta, nota al mondo antico? Intendevo scoprirlo con ogni mezzo possibile.
 suono2.jpg
Questo è quanto scrive A. Collins, e cerca con testimonianze storiche di dimostrare come sono state costruite molte Piramidi e Templi in così breve tempo su terreni limitati che non potevano contenere gli operai e le attrezzature necessarie, almeno secondo la nostra conoscenza scientifica.

venerdì 3 aprile 2015

LA STRUTTURA SCOPERTA IN INDONESIA POTREBBE ESSERE UNA PIRAMIDE ANTICA DI 20 MILA ANNI

Il sito di Gunung Padang, scoperto nel 1914 da due coloni olandesi, si estende su una collina con una serie di terrazze realizzate con enormi rocce rettangolari di origine vulcanica. Ma, il geologo Danny Hilman ritiene che le pietre visibili sulla collina siano, in realtà, la cima di una piramide costruita tra i 20 mila e i 9 mila anni fa.

Ganung Padang

Secondo la cronologia ufficiale, la piramide più antica dell’Egitto è stata costruita quasi 5 mila anni fa, ma in Indonesia potrebbe esserci una struttura simile almeno quattro volte più antica.
Se l’ipotesi del dottor Danny Hilman, geologo senior del Centro Indonesiano per la Ricerca geotecnica e titolare di un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Tecnologia della California, dovesse rivelarsi corretta, sarebbe necessario riscrivere la preistoria della storia umana e far luce su una civiltà avanzata perduta nella nebbia del nostro passato.
Le analisi geologiche compiute dal team di Hilman sul sito megalitico di Gunung Padang fanno ritenere ai ricercatori che la collina potrebbe nascondere una struttura piramidale costruita tra i 20 mila e i 9 mila anni fa.
Il sito, scoperto nel 1914 da due coloni olandesi, si trova su una collina nascosta tra i vulcani indonesiani a circa 120 chilometri a sud di Giacarta e presenta una serie di terrazze realizzate con enormi rocce rettangolari di origine vulcanica.
posizione Ganung Padang
«È più antica di 9 mila anni e potrebbe risalire fino a 20 mila anni fa», dice Hilman. «È pazzesco, ma sono i dati a rivelarlo». In effetti, se le conclusioni di Hilman sono corrette, ci troveremmo di fronte ad un opera di ingegneria sofisticata eseguita da un popolo che consideriamo appartenente alla preistoria.
La pistola fumante, secondo Hilman, si trova nel sottosuolo. E, infatti, il governo indonesiano sta sostenendo gli scavi del sito, come riporta il Sidney Morning Herald, affermando che quella di Gunung Padang è “la più grande struttura megalitica di tutto il sud-est asiatico”.
È interessante notare che la datazione ipotizzata Hilman renderebbe la piramide Indonesiana contemporanea alle piramidi bosniache di Visoko, attualmente allo studio del dottor Sam Osmanagich. Secondo le analisi condotte da alcuni team indipendenti, le piramidi bosniache potrebbero risalire ad un periodo compreso tra i 29 mila e i 20 mila anni fa.
«In genere si pensa che l’età preistorica era un’epoca primitiva, ma questo monumento dimostra che si tratta di un’idea sbagliata», dice Hilman. La piramide indonesiana sarebbe la prova dell’esistenza di un’antica civiltà avanzata, che forse, tenendo anche in considerazione le ricerche di Osmanagich, si estendeva su tutto il pianeta.
Hilman ha spiegato che le rovine in superficie nascondono una serie di muri e stanze nel sottosuolo, prova di un edificio molto complesso. La struttura è rivestita con massicce pietre rettangolari di origine vulcanica. Ma il percorso di Hilman non è così semplice come sembra in apparenza.
pianta Ganung Padang
I risultati di Hilman sono stati contestati dalla comunità scientifica locale e ben 34 archeologi e geologi indonesiani hanno presentato una petizione che critica i metodi e le motivazioni della ricerca, dato che, a loro avviso, lo scavo minaccerebbe la conservazione del sito. Inoltre, è stata criticata l’idea di non coinvolgere gli archeologi locali nei lavori di scavo (ah, ecco!).
Il vulcanologo Sutikno Bronto ritiene che la struttura non è una piramide, ma il collo di un antico vulcano e che le pietre sono state sagomate dagli agenti atmosferici piuttosto che intagliate dagli esseri umani.
Un altro esperto, che ha voluto rimanere anonimo, si è dichiarato scettico sul fatto che una civiltà così antica possa aver costruito una piramide del genere in un tempo così antico, dato che alcuni strumenti recuperati in una grotta vicina risalenti al 7 mila a.C. risultano essere molto primitivi.

giovedì 2 aprile 2015

I draghi esistevano davvero. E stanno tornando

Una sorprendente ricerca pubblicata su Nature rivela che gli animali sputafuoco non erano poi così leggendari, ma reali. E che, grazie ai cambiamenti climatici, dobbiamo aspettarci di rivederli presto fra noi.

drago

Una scoperta a dir poco sensazionale è stata appena pubblicata su Nature, e se non fosse per l'autorevolezza della fonte, saremmo portati a definirla una bufala. La sostanza dell'articolo è che i draghi, esseri da sempre considerati frutto di leggende popolari, sono in realtà esistiti davvero, nel Medioevo. E sono destinati a tornare. Il paper elenca i fattori che determineranno la resurrezione dei giganti alati sputafuoco, alcuni dei quali paradossali, come la crisi economica e la mancanza di una politica globale per combattere il riscaldamento globale (global warming).

IL MANOSCRITTO RITROVATO. La rivelazione arriva uno studio congiunto di da Andrew J. Hamilton (University of Melbourne), Robert M. May (University of Oxford) e Edward K. Waters (University of Notre Dame, Australia), che hanno analizzato alcuni documenti da poco ritrovati presso la Oxford’s Bodleian Library, in occasione degli intensi lavori investigativi su manoscritti dell'epoca della Magna Charta, di cui quest'anno si celebrano gli 800 anni.

Il documento, letteralmente disseppellito dalla polvere della biblioteca inglese, è attribuito al monaco Godfrey of Exmouth ed è illuminante su alcuni aspetti della vita quotidiana inglese del tredicesimo secolo. Secondo gli studiosi, i testi sembrano dimostrare inequivocabilmente la prova dell'esistenza reale dei draghi nel nostro mondo e addirittura l'impatto che hanno avuto sulla popolazione. Non è un caso che miti e leggende di tutto il mondo ne parlino, dagli scritti dello zoroastrismo alla letteratura greca, dalle religioni slave alle credenze asiatiche. Fino al dipinto di San Giorgio e il Drago, e ai film hollywoodiani

San Giorgio e il drago in un dipinto di Paolo Uccello, conservata alla National Gallery di Londra e databile al 1456 circa.

UN'EPOCA D'ORO (E ARGENTO). Sbalorditi dalle rivelazioni del testo di Exmouth, i tre studiosi hanno esaminato altri documenti posteriori, che hanno consolidato le evidenze: i draghi hanno davvero proliferato nel periodo medievale. Hanno potuto regnare incontrastati sugli uomini grazie all'abbondanza di cibo (gli esseri umani stessi, in special modo i cavalieri), alla disponibilità di materiali per la nidificazione (oro e argento) e a un periodo climatico inaspettatamente caldo, necessario per mantenere una alta temperatura boccale e nasale, cruciale per la loro sopravvivenza.

Inoltre, gli strumenti considerati "magici" per combatterli non funzionavano più, cosa che fra l'altro può avere contribuito a relegare streghe e maghi nella sfera della blasfemia: non più in grado di contrastare i draghi, hanno perso il loro ruolo utile nella società, che ha iniziato a perseguitarli per le loro credenze non ortodosse (ad esempio l'eliocentrismo).

Fu il periodo della Prima Stirpe dei draghi (nel paper vengono chiamati “bestie ectotermiche”).

Il retaggio dei Draghi è ben presente anche nell'architettura. | JONATHAN IRISH/NATIONAL GEOGRAPHIC CREATIVE/CORBIS

L'IBERNAZIONE. Gli autori dello studio individuano la fine del dominio dei draghi verso la fine del quindicesimo secolo, smentendo quindi gli studi che ritenevano il quattordicesimo secolo come l'epoca della loro fine. Le cause sono da individuare nel calo delle temperature che colpì l'Europa fra 1400 e 1650 circa (la cosiddetta Piccola Era Glaciale) e nella carenza di cibo (era finita l'epoca cavalleresca). Questi elementi, combinati, non avrebbero però provocato l'estinzione, ma solo innescato un processo di ibernazione delle varie specie di mostri. Periodicamente qualche drago si risvegliava dal grande sonno per verificare se le condizioni ambientali potessero consentire un ritorno. Si registrò il sorgere di una Seconda Stirpe, fra 1680 e 1690, favorita dalla fine del periodo freddo. Poi un nuovo grande sonno. Fino ai nostri tempi.

IL RITORNO. Nelle ultime decadi alcuni fattori di cui non stiamo tenendo conto stanno "lavorando" per l'avvento della Terza Stirpe dei draghi. Sono fenomeni apparentemente non riconducibili a un'eventualità del genere, ma pare proprio che gli indizi principali siano la scarsa attenzione al global warming e il fallimento delle politiche economiche, che stanno rimettendo in circolo oro e argento come beni rifugio (gli autori parlano di "quantitative thieving"). A questo si aggiunge il paradossale ritorno dei cavalieri in Australia.

Tutto questo potrebbe indurre i draghi a uscire dall'ibernazione e riaffacciarsi nel nostro mondo. Che cosa mangeranno? Ovviamente pesci, anzi pesci d'aprile. Se siete arrivati fin qui con il giusto scetticismo non sarà stata una sopresa. Ad ogni modo, buon pesce da aprile da Focus e Nature. E dai draghi.

Nella gallery qui sotto la storia e le radici della loro leggenda spiegate seriamente.


Che abbia le squame o le piume, le zampe o le ali, i barbigli o le zanne, il drago è l’animale fantastico più raffigurato. Non c’è regione del pianeta che non conosca leggende legate alla sua figura. Come mai? Da dove hanno origine i miti che ne parlano? E, soprattutto, si tratta sempre di pura fantasia? In effetti c’è oggi anche chi ne dubita. «Mentre per animali sicuramente esistiti in Italia, come la lince o il castoro, mancano quasi del tutto testimonianze storiche, per il drago la letteratura è abbondante, segno che qualcosa di concreto probabilmente c’era», dice Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia e cultore della materia.
A parte i bestiari medievali, bellissimi ma frutto più di elucubrazioni filosofiche che di considerazioni scientifiche, sono soprattutto i trattati di scienze naturali del ’500 e del ’600 a riportare le testimonianze più impressionanti.

Ulisse Aldrovandi, medico e naturalista bolognese, descrive con dovizia di particolari un draghetto ucciso nei dintorni di Bologna nel 1572: senza ali e con due sole zampe, era lungo appena un metro. Ma sempre Aldrovandi riferisce che in Svizzera, nel 1499, «fu catturato un lunghissimo drago munito di orecchie», e che in Francia fu catturato e portato al re Francesco I «un drago alato».
Una guida alle montagne svizzere, del 1723, sconsigliava di attraversare certi passi perché vi erano stati avvistati draghi. Un anziano di Lienz, per esempio, si era imbattuto sull’Alpe Commoor in un orrendo drago nero con striature gialle.
Nella foto un esempio dei mostri catalogati da Aldrovandi nella sua “Monstruorum Historia” (1642). Il drago a destra non starebbe in equilibrio, ma questo non turbava i naturalisti dell’epoca.


Proviamo a ricostruire un ritratto di drago, come se fosse effettivamente esistito. Bochart, “esperto” cinquecentesco, stabilisce chiaramente le sue caratteristiche: grandi dimensioni (fino a trenta metri), barba sotto mento e collo, tre ordini di denti, sibilo terribile. Che queste bestie possano non avere zampe è stato categoricamente smentito dal naturalista svizzero Konrad Gesner nel 1551: «Tutti i draghi hanno zampe». A differenza degli altri rettili, però, il drago è un animale a sangue caldo. Non si spiegherebbe altrimenti la sua capacità di adattarsi ai climi più diversi e di mantenersi in attività giorno e notte, in tutti i periodi dell’anno.









Il corpo è ricoperto da scaglie cornee lunghe una ventina di centimetri, più morbide su ventre e collo. Le loro sfumature di colore sono dovute al diverso contenuto di minerali, ma predominano il verde, il rosso, il blu, il nero e il dorato. Nel 1449, per esempio, l’intera città di Canterbury fu testimone dell’epico scontro tra un drago rosso e uno nero.











Una fantasiosa ricostruzione che prende spunto dal volume “The Book of the Dragon”. Sul mappamondo sono mostrate le rotte seguite dalle coppie di draghi dopo lo sposalizio. 
. Nella cartina sottostante gli habitat preferiti dalle varie specie e sottospecie di draghi (Italia e Grecia sono privilegiate per la loro ricchezza mitologica). Nel disegno in basso, infine, la composizione della caverna di un drago sputafuoco: la struttura familiare, come si intuisce, è matriarcale.









Per poter volare, un rettile dovrebbe avere spalle ampie, dove ospitare i muscoli alari, e ossa cave per essere più leggero.






















Esistono centinaia di testimonianze, ma fino a che punto possiamo credervi? «Probabilmente si trattava di rettili più grandi del normale», dice Pratesi. «Sulle Alpi Marittime vive la lucertola ocellata, che può superare gli 80 cm di lunghezza. O ci si può imbattere nel colubro lacertino, un serpente che raggiunge i 2 metri». Nel 1689 lo storico sloveno Valvasor, accorso a vedere un “drago” ritrovato dopo un violento acquazzone, scrive: «Era lungo appena una spanna e aveva l’aspetto di una lucertola. In definitiva era un verme». La piena doveva aver trascinato a valle un proteo, una sorta di salamandra cieca e dalla pelle rosea che vive in caverna.


Anche in culture molto lontane dalla nostra, come quella assira, la figura del drago è presente. Qui compare inseguito dall’eroe Merodach.
«Nel resto del mondo, una parentela con i mitici dragoni può essere riconosciuta ai varani, grandi lucertoloni africani e asiatici», spiega Pratesi. Il più imponente, il dragone di Komodo, misura oltre 3 metri e si nutre di cinghiali e cervi. Anche le innocue iguane possono avere alimentato la leggenda. E non mancano i draghi di mare, anche se è difficile pensare che col loro mezzo metro di lunghezza siano collegabili ai draghi acquatici.



Curiosamente, la muscolatura draghesca non consente la corsa. In compenso tutti i draghi, a parte quelli orientali, hanno le ali.
Ma per sostenere una bestia di quella mole le ali dovrebbero essere larghe 200 metri, anche supponendo che le ossa siano cave e quindi leggere come quelle degli uccelli. Come se la cavano, qui, i sostenitori della reale esistenza dei draghi? Dickinson ha ipotizzato che le ali servano in realtà solo per manovrare, e che il drago si sollevi come un dirigibile, “gonfiandosi” con un gas più leggero dell’aria, l’idrogeno, liberato da una reazione chimica nel suo stomaco.
Quando poi questo gas infiammabile venisse esalato, potrebbe essere incendiato usando i denti come pietre focaie: ecco spiegate anche le fiammate. L’idea non è così peregrina: dopotutto le mucche producono metano, un gas altamente infiammabile



Di certo è intervenuta anche la fantasia, trasformando antichi e sconosciuti scheletri di dinosauro in “ossa di drago”. L’inconscio ha poi fatto il resto: visto in origine come una creatura benefica, simbolo di fertilità, il drago ha poi acquistato immeritatamente una cattiva reputazione, diventando l’immagine del male che il cristiano deve estirpare.
Così San Siro sconfigge il dragone che campeggia sullo stemma di Genova. San Leucio riduce in catene il drago di Atessa (Chieti). E per quello di Terravecchia, in Calabria, si scomoda nientemeno che la vergine Maria. Draghi morti insieme alle pestilenze di cui erano il simbolo.
Nella foto, San Giorgio e il drago, in un noto dipinto di Paolo Uccello. Un altro ammazzadraghi fu Uberto Visconti che, secondo la leggenda, eliminò il biscione raffigurato nello stemma di Milano mentre divora un bimbo.



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Scoperta all'inizio del 1700 l'isola di Pasqua è una delle isole più affascinanti che si conoscono. L'isola di Pasqua nasconde una miriade di enigmi e segreti, ad oggi ancora irrisolti.

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