lunedì 17 novembre 2014

Centinaia di cinesi avvistarono un UFO nel Diciannovesimo secolo

Nell’anno 1892, il famoso pittore Wu Youru della dinastia Qing creò una curiosa opera intitolata ‘Fiamme rosse nel cielo‘, tradotta anche come ‘Fiamma rossa incandescente fluttuante nell’aria‘.

La pintura "Llama roja caliente flota en el aire" creada por Wu Youru en 1892.
La pintura "Llama roja caliente flota en el aire" creada por Wu Youru en 1892.
All’interno del dipinto vi è una descrizione di un avvistamento di un UFO (Unidentified Flying Object), testimoniato dallo stesso artista, così come centinaia di spettatori. Anticipando gli scettici di queste fantastico fenomeno, Wu spiegò ciascuna delle diverse possibilità che potevano portare questa esperienza di un altro mondo ad una causa terrestre.
Una traduzione della descrizione di 190 caratteri è stata fornita da Paul Dong, ricercatore UFO da molto tempo, e autore del libro ‘Grandi Misteri della Cina‘, il quale ha affermato:
Erano circa le ore otto della notte del 28 settembre, quando nel cielo a sud della città di Nanchino apparve una palla di fuoco dalla forma di uovo, di colore rosso e senza luci. Fluttuava nell’aria, lentamente, dirigendosi verso est. Come il cielo della sera divenne nuvoloso e scuro, il suo aspetto divenne più appariscente. Sul ponte di Zhu-Que si radunò una folla che, in punta di piedi, allungò il collo per vedere meglio l’oggetto“.
L’oggetto si attardò per un periodo di tempo pari a quello di un pasto, scomparendo poi lentamente in lontananza. Alcuni affermarono che fosse un meteora di passaggio, ma una meteora passa in un attimo, mentre questo oggetto si muoveva come un pallone; fin dalla sua prima apparizione nel cielo fino alla sua scomparsa in lontananza, era piuttosto lento. Di conseguenza, si può escludere l’ipotesi di una meteora“.
Altri dissero che si trattava di una cometa farlocca fatta volare da dei bambini. Ma quella notta il vento soffiava da nord, mentre l’oggetto si stava dirigendo verso est. Pertanto, non poteva trattarsi di una lanterna volante. Per un pò di tempo, tutto il mondo parlò di questo fatto, però nessuno fu in grado di risolvere il mistero“.
Una persona anziana del luogo disse: “La prima volta che arrivò c’era un leggero rumore appena udibile, come il ronziodi uomini che si avvicinavano correndo mentre attraversavano la Porta del Sud“.

I 10 SEGRETI DI MACHU PICCHU, LA CITTÀ PERDUTA DEGLI INCA

Luglio 1911. Uno spettacolo straordinario si presenta agli occhi della spedizione peruviana dell'Università di Yale, guidata dall'esploratore Hiram Bingham: le rovine dell'antica città inca di Machu Picchu si mostravano in tutto il loro splendore.

machu picchu

Dopo aver letto le cronache del 16° e del 17° secolo che parlavano di città inca mai scoperte dai conquistadores spagnoli, dopo aver studiato le leggende locali, le vicende storiche e le caratteristiche fisiche della zona, Bingham riuscì faticosamente a raggiungere Machu Picchu e a procedere così all’opera di disboscamento, restauro e ricostruzione che ha reso l’aspetto del luogo come oggi possiamo vederlo.
A distanza di un secolo, Machu Picchu custodisce gelosamente ancora alcuni segreti. Gli archeologi sperano di fare luce su uno dei siti archeologi più misteriosi e importanti del nostro passato, nel tentativo di ricostruire l’enigmatico passato della nostra civiltà.


1. In realtà Machu Picchu non è la città perduta degli Inca

Quando Hiram Bingham si imbatté in Machu Picchu, in realtà era alla ricerca di un’altra città, nota come Vilcabamba. Si tratta della capitale nascosta nella quale fuggirono gli Inca dopo l’arrivo dei conquistadores spagnoli nel 1532.
Nel corso del tempo, Machu Picchu è diventata famosa come la leggendaria città perduta degli Inca. Bingham ha trascorso gran parte della sua vita sostenendo che Machu Picchu e Vilcabamba fossero la stessa cosa, una teoria smentita solo dopo la sua morte avvenuta nel 1956.
I ricercatori ritengono che Vilcabamba sia stata costruita nella giungla a circa 50 chilometri a ovest di Machu Picchu. Inoltre, una recente ricerca ha rivelato che Machu Picchu in fondo non è mai stata completamente dimenticata. Quando Bingham arrivò, infatti, vi trovò tre famiglie di contadini che vi vivevano stabilmente.

2. Edifici altamente antisismici

Le pietre degli edifici più importanti di tutto l’Impero Inca sono stati eretti senza l’utilizzo di malta. Le pietre sono state tagliate in modo così preciso, e incuneate così strettamente tra loro, che non è possibile inserire tra loro nemmeno un foglio di carta.
A parte gli ovvi benefici estetici, questo stile di costruzione presenta notevoli vantaggi ingegneristici. Il Perù è un paese altamente sismico e Machu Picchu è stato costruito sulla cima di due linee di faglia.
Quando si verifica un terremoto, gli esperti dicono che le pietre degli edifici Inca “ballano”! Cioè, esse rimbalzano seguendo il movimento del terremoto, per poi ricadere. Se gli Inca non avessero usato questo metodo di costruzione, Machu Picchu sarebbe crollata molto tempo fa.

3. Gran parte delle costruzioni più impressionanti sono invisibili

Sebbene gli Inca siano ricordati soprattutto per la bellezza architettonica dei loro edifici, i loro progetti di ingegneria civile sono talmente avanzati da lasciare sconcertati gli studiosi contemporanei. Soprattutto se si considera il fatto che abbiamo a che fare con una cultura che non utilizzava animali da tiro, attrezzi in ferro o ruote.
Il sito che vediamo oggi è stato realizzato in uno spazio tra due piccoli picchi montuosi, richiedendo lo spostamento di pietre e terra per creare un’area sufficientemente piatta. L’ingegnere Kenneth Wright ha stimato che il 60% delle costruzioni di Machu Picchi si trova sotto terra.
Gran parte della struttura è costituita da fondamenta profonde e da pietrisco utilizzato come drenaggio. Chiunque abbia visitato Machu Picchu nella stagione delle piogge può testimoniare che la città Inca è soggetta a ingenti precipitazioni. Eppure, mai nessuno ha visto un allagamento.

4. Il vecchio sentiero che conduce alle rovine esiste ancora

Machu Picchu è raggiungibile facilmente grazie a varie tipologie di mezzi di trasporto, ma il loro costo è tutt’altro che a buon mercato. Il viaggio in autobus, andata e ritorno, per raggiungere le rovine costa intorno ai 20$.
Tuttavia, gli amanti del trekking possono raggiungere la città Inca grazie al ripido sentiero percorso nel 1911 da Hiram Bingham, godendo la spettacolare vista che impressionò l’esploratore quando vi giunse per la prima volta. La salita è abbastanza faticosa e dura circa 90 minuti.

5. Il grande museo nascosto che nessuno visita!

Sebbene siano presenti i tipici segnali esplicativi dei parchi naturali, una delle cose più strane di Machu Picchu è che non esistono informazioni sulle rovine per i visitatori.
Le uniche informazioni reperibili sono offerte dall’eccellente Museo de Sitio Manuel Chavez Ballon, nel quale vengono fornite tutte le spiegazioni su come e perchè Machu Picchu sia stata costruita. Però, bisogna prima trovarlo.
Il museo, infatti, si trova nascosto alla fine di una lunga strada sterrata nei pressi delle rovine, a circa 30 minuti di cammino dalla città di Aguas Calientes.

6. Esiste una vetta da scalare

Molto prima del sorgere del sole, orde di visitatori entusiasti fanno la fila davanti alla biglietteria degli autobus di Aguas Calientes, sperando di essere tra i primi ad entrare nel sito. Perchè?
Solo le prime 400 persone che si iscrivono possono visitare la vetta di Huayna Picchu, un piccolo picco verde a forma di corno di rinoceronte che appare sullo sfondo di molte foto di Machu Picchu.
La vista che si gode a 1640 metri d’altezza è mozzafiato: il fiume Urubamba sembra avvolgersi intorno a Machu Picchu come un serpente. A detta dei visitatori, vale la pena svegliarsi presto per essere tra i fortunati ammessi alla vetta.

7. Esiste un tempio segreto

I fortunati scalatori di Huayna Picchu hanno anche la possibilità di visitare un monumento sconosciuto ai più: il Tempio della Luna.
Seguendo un piccolo sentiero sul lato opposto della vetta, si raggiunge un santuario cerimoniale costruito in una grotta rivestita di magnifiche pietre, ricca di nicchie che un tempo, probabilmente, erano utilizzate per contenere le mummie.

8. Ci sono ancora cose da trovare.

Visitando il sito di Machu Picchu è possibile notare dei piccoli sentieri occasionali che si diramano nel fitto fogliame della foresta. Dove vanno? Nessuno lo sa, dato che non ci sono state ulteriori esplorazioni negli ultimi anni.
La foresta pluviale cresce rapidamente e possono esistere decine di sentieri ancora da individuare, i quali potrebbero condurre a rovine sconosciute nelle vicinanze. Non si esclude che nuove spedizioni possano essere organizzate nei prossimi anni.

9. Allineamenti naturali

Fin da quando Hiram Bingham giunse a Machu Picchu nel 1911, tutti i visitatori hanno compreso che la cornice naturale del sito è importante come per gli edifici stessi. Ricerche recenti hanno dimostrato che la posizione del sito, e l’orientamento delle sue strutture più importanti, sono stati fortemente influenzati dalla posizione delle vicine montagne ritenute sacre.
Una pietra a forma di freccia in cima alla vetta di Huayna Picchu sembra puntare verso sud, direttamente verso il famoso Intihuatana Stone sul Monte Salcanty, una delle montagne sacre più venerate dalla cosmologia Inca. Inoltre, riferendosi al calendario Inca, il Sole può essere visto sorgere o tramontare dietro altri picchi significativi.

10. La meta di un pellegrinaggio

Una nuova teoria proposta dall’archeoastronomo italiano Giulio Magni suggerisce che il viaggio da Cuzco verso Machu Picchu potrebbe aver avuto uno scopo cerimoniale, riecheggiando la narrazione di un’importante leggenda:
il primo uomo Inca ha lasciò l’Isola del Sole nel Lago Titicaca. Seguendo il percorso del fiume Urubamba, il proto-Inca ha sviluppato il percorso mitico che poi i pellegrini ripercorrevano viaggiando da Cuzco a Machu Picchu.
L’ultima tappa del pellegrinaggio si sarebbe conclusa salendo i gradini della Intihuatana Stone, il punto più alto delle rovine principali.

giovedì 13 novembre 2014

L’ENIGMA DEL CRANIO ALLUNGATO DI UN BAMBINO SCOPERTO SULLE RIVE DEL LAGO TITICACA

Lo sconcertante fenomeno dei crani allungati si arricchisce di un nuovo elemento che aggiunge mistero al mistero: il teschio allungato di un bambino di due anni con la dentatura di uno di sei! Articolo di Brien Foerster.


 Anche se sono stati ritrovati praticamente il tutto il mondo, il Perù e la Bolivia dispongono di alcuni tra i più affascinanti crani allungati che l’archeologia tradizionale fatica a spiegare adeguatamente.
Forse il più enigmatico è quello rinvenuto presso la riva meridionale del Lago Titicaca, in Bolivia. Si tratta di un cranio infantile, di un individuo di meno di due anni, ma che dispone di un teschio decisamente allungato.
La maggior parte degli studiosi ritengono che la deformazione cranica, pratica abbastanza comune nella zona del Lago Titicaca circa 2000 anni fa, fosse praticata seguendo un unico metodo. Ma il teschio in questione potrebbe essere un’eccezione.
Il profilo del teschio sembra indicare che la testa del bambino era molto più complessa nella forma di un normale allungamento cranico, non presentando nessun appiattimento della parte posteriore del cranio, effetto collaterale tipico della pratica.

Un altra cosa strana è che il cranio di questo bambino presenta una dentatura completa di 24 denti, la quale non si presenta prima dei sei anni. Eppure, la fontanella, indica che l’individuo doveva avere un’età inferiore ai due anni.
La fontanella è una caratteristica anatomica del cranio dei neonati. La calotta cranica è formata da cinque ossa piatte: due frontali, due parietali e una occipitale. Pertanto, in ciascuno dei sei punti in cui tali linee si incontrano, sono presenti delle “zone molli” chiamate fontanelle.
Tale condizione ha una duplice funzione: al momento della nascita permette al cranio di deformarsi, agevolando il passaggio della testa del neonato attraverso il canale del parto; dopo la nascita garantiscono al cranio di crescere lasciando al cervello la possibilità di espandersi e svilupparsi correttamente prima della definitiva chiusura delle suture che avviene intorno ai 12-18 mesi di vita.

Il Titicaca e la mitologia pre-Inca

Posto a quasi 4 mila metri sul livello del mare, il Lago Titicaca, con i suoi 8 mila chilometri quadrati di estensione, è il più grande lago del Sud America. E’ talmente esteso che metà delle sue acque appartengono al Perù, mentre l’altra metà alla Bolivia.
Si tratta di un lago molto importante per la mitologia e la storia dei nativi sudamericani, e numerose sono le leggende che narrano di città sommerse nelle acque del Titicaca.
Secondo la mitologia Inca, l’Isla del Sol è il luogo della creazione. Dopo la grande alluvione, il dio Viracocha emerse dalle acque e creò il sole, la luna e le stelle. Poi si diresse verso Tiahuanaco per creare i primi esseri umani, Mallku Kapac e Mama Ocllo (la versione Inca di Adamo ed Eva).
Non è solo il lago Titicaca ad esercitare il proprio fascino enigmatico sui ricercatori di tutto il mondo. Non c’è dubbio che l’intera regione circostante il grande specchio d’acqua sia avvolta dal mistero.
A poca distanza, infatti, si trova l’antica città di Tiahuanaco, uno dei più grandi enigmi archeologici di tutti i tempi, situata a circa 800 metri sopra il livello del lago Titicaca. Certamente si tratta di una delle città più importanti dell’antico Sud America, essendo tramandata come il luogo dove sono stati creati i primi esseri umani.
Gli archeologi hanno dimostrato che la città, in un passato remoto, avesse addirittura un porto. Le strutture ritrovate nel lago Titicaca mostrano che il livello delle acque è drasticamente cambiato nel corso della storia.
Il dibattito sulla datazione delle rovine è molto acceso tra i ricercatori. Alcuni sostengono che la città debba essere collocata al 14 mila a.C., un periodo molto più antico rispetto a quello attualmente ritenuto come l’inizio della civiltà umana.
Uno dei ruderi più enigmatici del sito di Tiahuanaco è rappresentato dalla “Porta del Sole”, un’immensa opera architettonica scolpita da un unico blocco di pietra.
Le figure che decorano la pietra si ritiene abbiano connotazioni astronomiche. Altre, invece, somigliano molto a esseri umani muniti di ali e di caschi rettangolari.
Il rilievo centrale mostra una figura armata di due scettri a forma di serpente, attorniata da altre 48 figure alate, di cui 32 con volto umano e 16 recanti la testa di un condor.
La Porta del Sole venne così chiamata perché posizionandosi davanti ad essa all’inizio della primavera si può osservare che il sole sorge esattamente sopra la metà della porta. Una teoria sostiene che le 48 figure ricavate nella pietra rappresentino lo schema base di un calendario che sarebbe servito a determinare ulteriori riferimenti astronomici.

lunedì 10 novembre 2014

LE SCOPERTE DI PADRE CARLO CRESPI E GLI ARTEFATTI CHE FANNO TRABALLARE L’ARCHEOLOGIA CONVENZIONALE

 La storia di Padre Crespi è una delle più enigmatiche mai raccontate: una civiltà sconosciuta, manufatti incredibili, enormi quantità d'oro, simboli appartenenti ad una lingua sconosciuta e strane rappresentazioni che collegano l'America Precolombiana agli antichi Sumeri. La cronaca degli eventi, e il modo in cui sono stati trattati, secondo molti rivela ancora una volta una cospirazione per nascondere la verità sulla storia dell'umanità.

Padre Carlo Crespi nacque a Milano nel 1891 e morì nel 1982.

E’ stato un prete missionario salesiano che ha vissuto nella piccola città di Cuenca, in Ecuador, per più di 50 anni, dedicando la sua vita al culto e alle opere di carità.

Il religioso era una persona dai molti talenti: è stato educatore, botanico, antropologo, musicista, ma soprattutto un grande umanista.


Nel 1927, la sua vocazione missionaria lo ha portato a vivere fianco a fianco con gli indigeni ecuadoregni, facendosi carico degli indigeni e conquistandosi il rispetto della tribù dei Jibaro, i quali cominciarono a considerarlo come un vero amico.

Come segno di riconoscenza, nel corso dei decenni gli indigeni hanno donato a Padre Crespi centinaia di manufatti archeologici risalenti ad un’epoca sconosciuta, spiegando che si trattava di oggetti trovati in un tunnel sotterraneo che si trovava nella giungla dell’Ecuador. Molti di essi erano in oro, intagliati con geroglifici di una lingua sconosciuta e che ancora oggi nessuno è stato in grado di decifrare.

Gli oggetti erano stati recuperati dagli indios in una caverna molto profonda, detta in spagnolo Cueva de los Tayos, posizionata nella regione amazzonica conosciuta come Morona Santiago. La grotta, che si trova a circa 800 metri sul livello del mare, fu chiamata Tayos a causa dei caratteristici uccelli quasi ciechi che vivono nelle sue profondità.

Essendo un uomo di cultura, Padre Crespi presto si rese conto che gli straordinari manufatti presentavano inquietanti analogie con l’iconografia delle antiche civiltà mesopotamiche, suggerendo un qualche collegamento tra culture sviluppatesi su versati opposti del pianeta.

Come riporta Yuri Leveratto nel suo approfondito resoconto, Crespi era convinto che le lamine e le placche d’oro a lui donate, e da lui studiate, indicassero senza ombra di dubbio che il mondo antico medio-orientale antecedente al diluvio universale fosse in contatto con le civiltà che si erano sviluppate nel Nuovo Mondo, già presenti in America a partire da sessanta millenni fa.

Secondo Padre Crespi, gli arcaici segni geroglifici che erano stati incisi, o forse pressati con degli stampi, non erano altro che la lingua madre dell’umanità, l’idioma che si parlava prima del diluvio universale. Nella sua ingenuità di uomo di fede e di cultura, il religioso non si rese conto che le sue idee mettevano fortemente in discussione le teorie consolidate dell’archeologia convenzionale (ufficiale).

Visto che i manufatti donatigli avevano formato una collezione di oggetti davvero numerosa, nel 1960 Crespi chiese e ottenne dal Vaticano l’autorizzazione per creare un museo nella missione salesiana di Cuenca.

Quello di Cuenca è stato il più grande museo che sia mai stato creato in Ecuador, almeno fino al 1962, quando un misterioso incendio distrusse completamente la struttura, e la maggior parte dei reperti fu perduta per sempre. Tuttavia, Crespi pare sia riuscito a salvare alcuni pezzi nascondendoli in un luogo a lui solo noto.
https://www.youtube.com/watch?v=ehR4EwK4BOE
Nel 1969, Juan Moricz, un ricercatore ungherese naturalizzato argentino, esplorò a fondo la caverna, trovando molte lamine d’oro che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, statue antiche di stile mediorientale, e altri numerosi oggetti d’oro, argento e bronzo: scettri, elmi, dischi, placche. Fu Crespi ad indicare a Moricz come entrare nella caverna e come trovare la giusta via nel labirinto senza fondo situato nelle sue profondità.

Nel 1972, fu lo scrittore svedese Erik Von Daniken a diffondere la notizia del ritrovamento del ricercatore ungherese. Quando la notizia dello strano ritrovamento di Moricz si sparse nel mondo, molti studiosi decisero di esplorare la caverna con spedizioni private.

Una delle prime e più ardite spedizioni fu quella condotta nel 1976 dal ricercatore scozzese Stanley Hall alla quale partecipò l’astronauta statunitense Neil Armstrong, il primo uomo che mise piede nella Luna, il 21 luglio 1969. Si narra che l’astronauta riferì che i tre giorni nei quali rimase all’interno della grotta furono ancora più significativi del suo leggendario viaggio sulla Luna.
Verso la fine degli anni ’70, Gabriele D’Annunzio Baraldi visitò a lungo Cuenca, dove conobbe sia Carlo Crespi che Juan Moricz. In quell’occasione Carlo Crespi confidò all’italo-brasiliano che la Cueva de los Tayos era senza fondo e che le migliaia di diramazioni sotterranee non erano naturali, ma bensì costruite dall’uomo nel passato.

Secondo Crespi la maggioranza dei reperti che gli indigeni gli consegnavano provenivano da una grande piramide sotterranea, situata in una località segreta. Il religioso italiano confessò poi a Baraldi che, per timore di futuri saccheggi, ordinò agli indigeni di coprire interamente di terra detta piramide, in modo che nessuno potesse mai più trovarla.

Baraldi notò che in molte placche e lamine d’oro erano ricorrenti vari segni: il sole, la piramide, il serpente, l’elefante. In particolare la placca dove venne incisa una piramide con un sole nella sua sommità venne interpretata da Baraldi come una gigantesca eruzione vulcanica che avvenne in epoche remote.

Quando Carlo Crespi morì, nell’aprile del 1982, la sua fantasmagorica collezione d’arte antidiluviana fu sigillata per sempre, e nessuno poté mai più ammirarla. Vi sono molte voci sulla sorte dei preziosissimi reperti raccolti pazientemente dal religioso milanese. Secondo alcuni furono semplicemente inviati in segreto a Roma, e giacerebbero ancora adesso in qualche caveau del Vaticano.

Molti archeologi convenzionali hanno accusato Padre Crespi di essere un impostore o semplicemente un visionario, il quale ha spacciato come autentiche delle lamine d’oro che erano semplicemente dei falsi o delle copie di manufatti medio-orientali. Ma a prescindere dalle accuse dell’establishment archeologico, restano le fotografie e le numerose testimonianze di molti studiosi a prova della loro veridicità.

Come scrive Leveratto nel suo articolo, l’impressione che si ha a leggere questa vicenda è che qualcuno abbia voluto occultare i fantastici pezzi archeologici collezionati e studiati dal religioso milanese. Ma perché? Eppure, come hanno dimostrato gli studi di Richard Cassaro, i paralleli tra le culture mesopotamiche e quelle precolombiane sono palesemente evidenti.

Perchè gli archeologi di epoca vittoriana ritenevano pacifica l’esistenza di una cultura madre antecedente che avrebbe poi generato culture figlie con lo stesso sistema iconografico, simbolico e religioso? E perchè oggi questa ipotesi è avversata ferocemente da archeologi militanti che negano a tutti i costi questa possibilità? Perchè non ricercare pacificamente? Quale valenza avrebbe per l’umanità sapere che discendiamo da un unica, avanzata civiltà globale antidiluviana?

sabato 8 novembre 2014

La vetrina di Osvaldo Felace


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                                                                                             Osvaldo Felace

                                                                              Scrittore, fumettista,                                                                               illustratore e blogger
 
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Una serial killer, dotata di incredibili poteri psicocinetici, arriva nella contea di Sant Luis e comincia a fare strage di una banda di balordi, i “serpenti neri”. Follia omicida o vendetta? E chi sono gli uomini vestiti di nero che la inseguono? In una sola notte i destini di alcune persone si compiranno o saranno deviati per sempre. Tratto dalla graphic novel “Esterno notte” dello stesso autore, “Psycokinesis” è un fantasy moderno, carico di suspense e di umorismo nero, grottesco quanto basta alla migliore tradizione horror, dove torbidi personaggi, si troveranno a fare i conti con il loro oscuro passato e con le conseguenze delle proprie azioni.
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L’ENIGMA DELL’UOMO DI MARREE IN AUSTRALIA: IL GEOGLIFO VISIBILE DALLO SPAZIO

Si trova su un pianoro a Finnis Springs, 60 km ad ovest della cittadina di Marree, nella parte centrale dell'Australia Meridionale, ed è il più grande geoglifo mai realizzato dall'uomo, tanto da essere visibile perfino dallo spazio. Nonostante sia stato inciso solo 16 anni fa, nessuno sa chi lo abbia realizzato e, soprattutto, perché.


Inciso nella sabbia asciutta dello sterile entroterra australiano si trova il più grande geoglifo al mondo, conosciuto come “Uomo di Marree”.
L’opera sembra raffigurare un indigeno australiano – molto probabilmente della tribù Pitjantjatjara – mentre caccia uccelli o wallaby (un tipo di marsupiale) con un piccolo giavellotto.
L’uomo di Marree è stato scoperto il 26 giugno 1998 dal pilota Trevor Wright durante un sorvolo aereo della zona, e si tratterebbe di un’opera recente, molto recente. Il geoglifo si trova nel deserto a 60 chilometri a ovest di Marree e 600 chilometri a nord della città di Adelaide.
Il misterioso colosso raffigurante un cacciatore aborigeno nudo che impugna una lancia, dieci volte l’altezza dell’Empire State Bulding, è il più grande disegno mai realizzato dall’uomo, cinque volte più ampio di quello con disegni di animali realizzato molti secoli addietro a Nazca in Perù.
La figura misura 4,2 km in altezza, con un perimetro di 15-28 km, e si stima che ci siano volute dalle 4 alle 8 settimane per crearlo; nonostante ciò le sue origini rimangono misteriose, non essendovi testimoni che abbiano assistito ad alcuna parte dell’operazione.
Alcuni esperti ipotizzano che l’opera sia stata realizzata con l’utilizzo di bulldozer, ma nessun testimone ha visto o sentito cose del genere nelle vicinanze del sito, né ci sono impronte o tracce di pneumatici riconoscibili. L’indagine messa in piedi dalla polizia locale, inoltre, non è riuscita a chiarire l’identità dell’autore (o degli autori, molto probabilmente).
Al momento della scoperta, le linee della figura erano profonde 20-30 cm e larghe sino a 35 m. Essa sembra essere stata tracciata con un aratro a 8 vomeri largo 2,5 m attaccato a un trattore, quindi le linee richiesero ben 14 passaggi. L’immagine si sta gradatamente erodendo per processi naturali ma, poiché nella regione il clima è estremamente secco e arido, essa è tuttora visibile.
Nonostante le pochissime tracce intorno alla figura, l’accuratezza del disegno fa presumere che sia opera di professionisti. E’ probabile che sia stata realizzata lavorando al computer, sovrapponendo la figura del cacciatore aborigeno alla mappatura del terreno e usando per tracciare il disegno un dispositivo Gps palmare (Global positioning system).
Un’apparecchiatura molto usata in zone desertiche o sulle navi per non perdere la rotta e sapere tramite un segnale via satellite con una precisione di 10 metri che arriva mediante un sistema di triangolazione, dove si è locati.
Ma come è possibile che in un paesino di 80 abitanti qualcuno sia stato capace di realizzare questo lavoro senza che nessuno se ne accorgesse? Di fatto gli abitanti di Marree non sanno dare una spiegazione.


Non molto tempo dopo la sua scoperta, diversi comunicati stampa sono stati inviati ai mezzi di informazione da una fonte anonima. Un certo numero di caratteristiche facevano pensare ad un autore non australiano: innanzitutto l’utilizzo di unità di misura come miglia, iarde e pollici al posto del sistema metrico normalmente utilizzato in Australia. Inoltre, l’utilizzo di alcune espressioni e nomi come “Queensland Barrier Reef”, oppure “Local Indigenous Territories”, che non sono normalmente utilizzate dagli australiani.
Ad aggiungere mistero al mistero fu il ritrovamento di alcuni oggetti in una piccola buca nel sito, tra cui una foto satellitare della figura, un barattolo contenente un piccola bandiera degli Stati Uniti e una nota che per oggetto iDavidiani, una setta religiosa avventista con sede nei pressi di Waco, in Texas.
Nel gennaio 1999, gli investigatori trovarono una piccola targa sepolta vicino al naso della figura, sulla quale era impressa una bandiera americana con il simbolo degli anelli olimpici e una citazione tratta da “The Red Centre” di H.H. Finlayson:
«In onore della terra che una volta conoscevo. Le sue conquiste in queste occupazioni sono straordinarie: una costante fonte di meraviglia e ammirazione».
La citazione proviene da una pagina nella quale è descritta la caccia ai canguri con lancio di bastoni, con alcune fotografie di cacciatori molto simili all’Uomo di Marree.
Gli investigatori hanno cercato, senza successo, di mettere insieme questa strana collezione di indizi. Tuttavia, alcuni hanno suggerito che potrebbero essere stati messi appositamente come false piste, per distogliere l’attenzione dal suo vero creatore, che a quanto pare sembra essere svanito nel nulla!

martedì 4 novembre 2014

L’ENIGMA DEL “CANDELABRO DI PARACAS”, IL MAESTOSO GEOGLIFO DELL’ANTICHITÀ

Il Candelabro di Paracas è un gigantesco geoglifo inciso sul fianco di una collina della penisola di Paracas, a Pisco Bay. Alcune stime fanno risalire l'enigmatica formazione al 200 a.C., ma secondo alcuni studiosi l'incisione sarebbe molto più antica. Ad oggi, nessuno è in grado di dire con chiarezza cosa rappresenti o significhi.


La Penisola di Paracas è una penisola desertica sita all’interno della Riserva nazionale di Paracas, un’area naturale protetta del Perù, nella regione di Ica.
Qui, a Pisco Bay, si trova il famoso “Candelabro”, un geoglifo gigantesco inciso sul fianco di una collina.
La figura è lunga in altezza più di 180 metri e può essere vista dal mare da una distanza di 12 miglia.
Secondo alcune stime, risalirebbe al 200 a.C., ma alcuni ricercatori ritengono che la formazione sia molto più antica. Per realizzarla, i suoi creatori hanno dovuto scavare trincee profonde almeno 60 cm, ponendo infine delle rocce attorno alla figura.
Nonostante le molte speculazioni e ipotesi sorte intorno al candelabro, il suo vero significato e la ragione per la quale è stato realizzato rimangono un mistero. Era un simbolo divino? Un gigantesco sismografo? Oppure, semplicemente, era uno strumento di orientamento per i marinai?
Anche la sua antichità è oggetto di discussione. L’attuale stima, infatti, è stata ricavata dalla datazione al radiocarbonio di alcune ceramiche trovate nella zona, le quali risalgono al 200 a.C. Si tratterebbe di ceramiche appartenute alla civiltà Paracas, ma nulla è in grado di confermare se questa popolazione è stata anche l’artefice del maestoso geoglifo. Ammesso che si tratti di una segnaletica per marinai, la forma dell’incisione è misteriosa e un po’ difficile da descrivere. Alcuni l’hanno paragonata ad una pianta di cactus, mentre altri credono che somigli più ad un candelabro a tre braccia.
I conquistadores, influenzati dall’iconografia cristiana, pensarono che fosse una rappresentazione della Santissima Trinità, considerandola un buon auspicio per la missione di occupazione del nuovo mondo.
Lo scrittore peruviano Beltrán García ha ipotizzato che il candelabro potrebbe rappresentare un gigantesco e preciso sismografo, in grado di registrare le onde sismiche generate non solo in Perù, ma in tutto il pianeta.



Il ricercatore Tony Morrison, invece, ha studiato ampliamene il folklore locale, ipotizzando che il candelabro fosse una segnaletica per permettere ai marinai di orientarsi. La costa di Paracas, infatti, in passato è stato un punto di sosta molto utilizzato dai marinai. Durante i periodi di sosta, i marinai avrebbero avuto tutto il tempo di intagliare il Candelabro nella collina.

Altri ancora ritengono che il Candelabro di Paracas sia una rappresentazione di una pianta allucinogena chiamata Jimson. Si pensa che gli abitanti preistorici della regione di Paracas si recassero in quella che oggi è la moderna California per raccogliere la Jimson, la quale, per i suoi effetti allucinogeni, era considerata una pianta sacra e quindi utilizzata nei rituali religiosi. Il Candelabro serviva per indicare la via del ritorno.







Altri, infine, hanno suggerito che il geoglifo di Paracas rappresenti uno dei fulmini nella mano del dio Viracocha, la grande divinità creatrice della mitologia pre-Inca e Inca della regione delle Ande del Sud America. 
Secondo la tradizione mitologica, Vircacocha venne fuori dal lago Titicaca, portando luce in un’epoca di oscurità. Egli creò il Sole, la Luna, le Stelle e l’Uomo. Dopo la sua opera creatrice, scomparve attraverso l’Oceano Pacifico, promettendo di ritornare nei momenti di difficoltà.
La creazione del Candelabro potrebbe essere stato il tentativo da parte dei nativi di dare un segno per guidare Viracocha nella giusta direzione, cioè verso il popolo di Paracas, in modo da poter beneficiare del suo aiuto in caso di necessità.
Dunque, il vero significato e lo scopo del Candelabro di Paracas rimangono sconosciuti fino ad oggi. Forse, queste informazioni potrebbero essere perdute nei meandri della storia per sempre. Tuttavia, l’enorme geoglifo continua ad attirare persone da tutto il mondo desiderose di ammirare la sua maestosità e il suo fascino misterioso.

HERACLEION: LA CITTA' EGIZIA RIEMERGE DAGLI ABISSI DEL MEDITERRANEO

Una città avvolta nel mito, inghiottita dal Mar Mediterraneo e sepolta nella sabbia e nel fango per più di 1.200 anni. Nel 2000 Heracleion per gli antichi greci, Thonis per gli antichi egizi, è stata scoperta a 30 metri sotto il livello del mare ad Abukir, vicino ad Alessandria.



Franck Goddio e il suo team di archeologi dello IEASM, European Institute for Underwater Acheology, dopo ricerche geofisiche durate oltre 4 anni e 13 anni di scavi, stanno svelando a poco a poco tutti i misteri della città scomparsa.
Sorprendentemente sono riemersi dalle acque reperti ben conservati che raccontano di un vivace porto antico, centro nevralgico del commercio internazionale, ma anche di un attivo centro religioso. Un documentario racconta dettagliatamente i momenti del ritrovamento.
Secondo quanto riporta il Telegraph, Thonis-Heracleion sarebbe stato uno snodo obbligatorio per gli scambi di merci e beni tra il Mediterraneo e il Nilo.
Finora 64 antichi relitti di navi e più di 700 ancoraggi sono stati dissotterrati dal fango della baia. Ma non solo. Sono state ritrovate anche monete d'oro, pesi da Atene (che non sono mai stati trovati in un sito egiziano) e stele giganti scritte in egiziano e greco antico.
I ricercatori hanno anche scoperto una serie di manufatti religiosi nella città sommersa, tra cui una scultura in pietra di 16 piedi. L'ipotesi è che questo colosso ornasse il tempio centrale della città.
"È una scoperta archeologica travolgente", ha detto il professor Barry Cunliffe, un archeologo dell'Università di Oxford che ha partecipato agli scavi in un comunicato stampa. "Reperti distesi sul fondo del mare, ricoperti e protetti dalla sabbia, sono stati stupendamente conservati per secoli".
Ma nonostante tutto l'entusiasmo per il ritrovamento, permane un mistero in gran parte irrisolto: perché è affondata Heracleion? La squadra di Goddio suggerisce che il peso di grandi edifici, in una regione dal suolo argilloso, potrebbe aver causato lo sprofondamento della città, probabilmente a seguito di un terremoto.




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