sabato 16 agosto 2014

I SEGRETI DELL’ANTICA CITTÀ SOMMERSA DI PAVLOPETRI, LA NEW YORK DELL’ETÀ DEL BRONZO

Una volta, tanto tempo fa, esisteva un luogo unico al mondo abitato da una civiltà avanzata. Poi successe qualcosa di drammatico e la città scomparve tra le acque del mare. Atlantide? No, è Pavlopetri, una città sommersa al largo della costa sud della Laconia, nel Peloponneso, Grecia.

pavolopetri

Secondo gli studiosi, con i suoi 5 mila anni di età, Pavlopetri è una delle città sommerse più antiche del pianeta. Si tratta di un sito archeologico unico nel suo genere: le profondità del mare ospitano un’intera cittadella composta da edifici, strade, cortili e tombe.
Gli archeologi hanno contato almeno 15 edifici ben conservati, con le loro pareti realizzate in aeolianite, una roccia composta dalla litificazione dei sedimenti prodotti dall’azione erosiva del vento, ma anche di roccia arenaria e blocchi di calcare, tutte assemblate rigorosamente senza malta.
Tutta la città copre un area pari a otto campi da calcio. A vederla, sembra che sia stata congelata nel tempo: abbiamo davanti ai nostri occhi un’intera città dell’età del bronzo, un legame tra il nostro passato e l’epoca contemporanea, con numerosi misteri che aspettano solo di essere svelati.
La città sommersa di Pavlopetri fu scoperta casualmente nel 1967 dall’oceanografo Nicholas Flemming, durante la ricerca di prove sul cambiamento del livello del mare nella zona. L’anno dopo, nel 1968, un team di archeologi dell’Università di Cambridge eseguì una mappatura dettagliata del sito.
Nonostante il grandissimo interesse archeologico della scoperta, nessun’altra esplorazione fu eseguita negli anni successivi. Almeno fino al 2011, quando Jon Henderson, ricercatore presso l’Università di Nottingham, ha fatto del suo meglio per portare in vita l’interesse su quella che lui stesso ha definito la ‘Pompei subacquea’.
Grazie alla collaborazione offerta del Ministero della Cultura Ellenico, Henderson ha guidato un team della British School at Athens per registrare e ricostruire digitalmente l’aspetto dell’antica città.
Come spiega lo stesso Henderson sull’Huffington Post, Pavlopetri non era una città di semplici agricoltori, ma una città portuale che ospitava una società sofisticata, con abitazioni su due piani e una rete stradale ben pianificata.
Gli edifici più grandi sembrano essere quelli pubblici, mentre altri indizi fanno ipotizzare che la città fosse addirittura in possesso di sistemi per la gestione dell’acqua. Le case private erano fornite di giardini, cortili e mura di confine ben definite. Secondo il ricercatore, la città di Pavlopetri, antica di 5 mila anni, era molto simile alle nostre zone residenziali suburbane.
Pavlopetri è stata una vera novità sullo scenario d’Europa: non una città basata sulla centralità di una divinità o di un re, ma piuttosto basata sul commercio e l’economia. Come città portuale, doveva essere crocevia di un inebriante mix culturale.
Come le moderne città costiere, la sua ricchezza era stata costruita grazie al commercio, con operatori in contatto con le ultime innovazioni e all’avanguardia sulle mode e le tendenze dell’epoca.
Nonostante parliamo di una cittadina di 5 mila anni fa, le scoperte di Henderson hanno permesso di comparare Pavlopetri alle moderne città portuali, quali Liverpool, Shangai, Londra, New York, San Francisco e Tokyo.
La società era molto complessa: c’era la classe dirigente, i funzionari, gli scrittori, i mercanti, i commercianti, gli artisti e gli artigiani, maestri nell’arte delle ceramica e nella lavorazione del bronzo. Ma c’erano anche soldati, marinai, contadini e pastori.
Sembra incredibile, ma un insediamento dell’età del bronzo mostra un’organizzazione gerarchica ben organizzata, dove ognuno aveva un ruolo chiaro e ben definito, in maniera molto simile alle nostre società moderne.
Sparsi su tutto il fondale di Pevlopetri, gli archeologi hanno trovato centinaia di grandi serbatoi di stoccaggio che probabilmente venivano facilmente caricati sulle navi per trasportare olio, vino, coloranti, profumi e piccoli oggetti come statuette e ceramiche da tavola.
Il grande numero di ritrovamenti suggerisce che la città fosse in possesso di un complesso sistema centralizzato di archiviazione, dato che tutte le operazioni di carico e scarico richiedevano un livello avanzato di gestione amministrativa e contabile, al fine di tenere traccia delle importazioni e delle esportazioni.
E’ molto probabile che queste operazioni fossero registrate per iscritto, quindi Pavlopetri potrebbe fornire la prima forma di scrittura in Europa, anche se nessuna prova definitiva è stata ancora trovata.
Gli archeologi ritengono che la città sia sprofondata nelle acque del mare intorno al 1000 a.C., a seguito di tre terremoti che colpirono la zona. La città fu ovviamente abbandonata e, sebbene l’erosione causata dal passare dei millenni, la città è rimasta praticamente uguale a come era 5 mila anni fa, fotografata in un immagine che apre una straordinaria finestra sul nostro passato, a quanto pare, ancora tutto da ricostruire.

FONTE:

lunedì 11 agosto 2014

VARESE, OSCURE PRESENZE NELL’ANTRO DELLE GALLERIE: UN UMANOIDE DALLA TESTA ALLUNGATA. ALIENI O SUGGESTIONE?

Un mistero scuote l'estate varesina: alcuni speleologi riportano l'avvistamento di una inquietante presenza all'interno dell'Antro delle Gallerie in Valganna, detto anche “La Sfinge del Varesotto”, un dedalo di cunicoli a cui ancora nessuno è riuscito a dare una risposta su chi l'abbia realizzato e, soprattutto, perchè.

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L’Antro delle Gallerie è un luogo decisamente misterioso situato in Valganna, una valle della Provincia di Varese.
L’antro si presenta come un intricato ed imponente complesso di gallerie, vani, pozzi e cunicoli scavato nella roccia arenaria, quasi tutto artificialmente, tranne qualche preesistente cavità naturale.
Le gallerie si sviluppano per circa 800 metri, mentre i pozzi e la parte inferiore dell’antro sono attualmente invasi dalle acque. Dall’ingresso si diramano un incredibile numero di gallerie molto strette, poste su diversi piani, che probabilmente avevano diversi accessi non ancora esplorati ed oramai franati.
Sin dalla sua scoperta, questo complesso di cunicoli ha rappresentato un, un vero e proprio enigma data l’impossibilità, almeno fino ad anni piuttosto recenti, di recuperare o ricostruirne la storia e le funzioni, tanto da essere stato definito “La Sfinge del Varesotto”.
Sono ancora molti i quesiti a cui nessuno è riuscito a dare una risposta. L’impressione che si ha è quella di una miniera, ma l’impressionante numero di gallerie e l’immane lavoro svolto per realizzarle farebbe pensare all’estrazione di qualcosa di particolarmente prezioso, anche se non ve ne è stata trovata traccia.
Come riporta Mario Frecchiami su “Raccolta Rassegna Storica dei Comuni” (1971) , l’antro delle Gallerie in realtà fu scoperto nel 1873 da Raffaele Inganni, canonico di San Celso in Milano, durante una escursione a scopo venatorio in Valganna. Prima di lui molti altri dovevano averlo visitato ed esplorato, ma più per gusto personale che per scopo scientifico. Anche la denominazione “Antro delle Gallerie” è merito suo. [Per leggere tutta la storia della ricerca vai a questa pagina].
Il primo scritto su quello che era stato battezzato dunque “Antro delle Gallerie” fu opera di Giulio Cesare Bizzozero, che, in un articolo del 1874, oltre a fornire una breve descrizione della struttura, dovette riconoscere che:
“Nessun documento, nessuna tradizione, per quanto si sappia, segna l’epoca di tale escavazione; nessuno di quanti in questi giorni la esaminarono, seppe spiegare lo scopo pel quale venne intrapresa. Le ipotesi fatte caddero da sé per mancanza di argomenti seri che le potessero sostenere”. (G.C. Bizzozero, Notizie del Circondario – Museo Patrio in Varese in “La Cronaca Varesina”, 30 agosto, Varese 1874).
Nel 1896 l’archeologo Filippo Ponti affermò che l’antro potesse essere stato utilizzato per cavarne materiale da costruzione, anche se l’ipotesi risultava a lui stesso poco convincente per il fatto che “…questi (i blocchi di pietra) sarebbero stati tolti con minor fatica dalle falde del monte estendendosi a destra ed a sinistra dell’ingresso alla grotta senza praticarvi all’interno delle gallerie profonde, anguste e suddivise in varie ramificazioni” (da: I Romani ed i loro precursori, vol. I, Intra 1896).
Nel corso del successivo secolo sono state avanzate numerose altre ipotesi, la più convincente delle quali sembra essere quella che prevede l’inizio degli scavi in epoca tardo Impero Romano, con il successivo abbandono dell’antro, per poi essere riutilizzato per scopi religiosi come Antro Mitraico.
Vi fu un nuovo sviluppo dei lavori minerari dal secolo XI in poi. Si ipotizza, infatti, che i monaci della badia di Ganna abbiano fatto uso di scavi precedenti e più antichi, probabilmente, eseguiti sulle tracce di depositi e filoni ferrosi rinvenuti in anfratti naturali preesistenti.
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Strani fenomeni magnetici

Come riporta La Provincia di Varese, lo scorso agosto il team Pari del Serp (Studi e Ricerche sul paranormale) è entrato nell’antro misterioso con i propri strumenti di ricerca di onde elettromagnetiche. La scoperta è stata strabiliante.
“Tutti i monitor indicavano 0.0, il che è impossibile perché la sola presenza di 17 persone munite di torce avrebbe dovuto portare il rilevatore di onde elettromagnetiche almeno a 0.10”, spiega Mauro Breme, vicepresidente del team Pari e cofondatore del Serp. “Ci siamo dunque domandati il perché di quel fatto inspiegabile”. Secondo una geologa contatta dal team, le rocce dell’Antro delle Gallerie avrebbero la capacità di assorbire le onde elettromagnetiche.
A infittire il mistero c’è la conformazione della grotta che parrebbe essere stata scavata dall’interno, non si sa per quale scopo. Gli appassionati di teorie alternative sostengono l’esistenza di studi che includerebbero la Valganna tra le zone dove sarebbero presenti basi aliene: che il materiale isolante della grotta sia un modo per tenere gli extraterrestri “separati” dal mondo e non farli percepire dagli esseri umani?
“Nessuno ha mai fatto studi sul potere assorbente delle rocce. Ma è certo che una roccia che assorbe le onde elettromagnetiche costituisce un perfetto isolante, che consente di nascondere cose che emettono onde e che non possono essere trovate”, sostiene Breme. Le rocce hanno invalidato gli strumenti del Serp e nello stesso tempo aperto ancora più interrogativi sulla grotta, che ha caratteristiche che la rendono diversa da molte altre.

Oscure presenze

Le testimonianze su strane presenze all’interno dell’Antro delle Gallerie non sono isolate. “Due anni fa, un gruppo di speleologi si è addentrato nella grotta ed è scappato fuori di gran corsa senza volerci mai più rientrare”, continua Breme. “Tempo dopo quegli speleologi, seppur con una certa ritrosia, hanno raccontato di aver visto un’entità non antropomorfa, ma dal comportamento intelligente, che li guardava dall’alto di un “camino” (cunicolo verticale)”.
Gli speleologi stavano camminando e hanno sentito del terriccio cadere sulle loro teste. Quindi hanno alzato gli occhi e hanno visto spuntare una sorta di testa allungata, non di uomo e non di animale, che si ritirava per nascondersi. “Vogliamo farci accompagnare nel punto esatto dell’avvistamento. La difficoltà è convincere gli speleologi. Sono abituati a tutto, ma probabilmente preferirebbero fare un salto di 500 metri nel vuoto piuttosto che tornare lì”, dice ancora Breme.
“Raccolsi io quella testimonianza”, ricostruisce su La Provincia di Varese  Guglielmo Ronaghi, presidente del Gruppo Speleologico Prealpino di Clivio. “Si trattava di tre speleologi lavoratori che andavano per grotte nel tempo libero, spesso alla sera tardi. Una volta entrarono nella miniera della Valvassera e iniziarono ad esplorarla per poi riunirsi in una stanza grande, quella dove c’è il camino che comunica con i livelli più alti. Stavano decidendo se fosse meglio andare a destra o a sinistra, quando sentirono del terriccio cadere sulle loro teste. Tutti e tre guardarono in alto e videro qualcosa che rientrava velocemente, come per nascondersi”.
“Quando ho sentito quel racconto ho chiesto loro “Avevate bevuto?”, continua il presidente, che non vuole commentare la vicenda, ma solo riferire quanto gli è stato detto. “Ero incredulo, ma ricordo ancora le loro facce turbate. Parlarono di un muso strano che rientrava. Mi dissero anche di essere impalliditi e di essersi spaventati molto”.
Il presidente registrò l’accaduto. “La cosa finì lì”, continua Ronaghi. “Ma dopo due o tre mesi da quel fatto mi capitò di guardare il Maurizio Costanzo Show. La puntata parlava di extraterrestri. In trasmissione c’era un esperto che raccontava di frequentare la provincia di Varese e di conoscere un pertugio dal quale si entrava in una base aliena. C’erano delle immagini, nelle quali mi era sembrato di riconoscere la Valganna. Venne citata anche una miniera in cui, negli anni ’50 e ’60, diversi operai morirono di crisi cardiaca. Come se avessero visto chissà cosa”.
E poi c’è la testimonianza di un appassionato di minerali riportata nel libro «Fantasmi nostri» di Roberto Corbella. “La mia esperienza con la “Cosa” risale a una decina d’anni fa e si riferisce a tre apparizioni assai simili avvenute nella miniera Valvassera” racconta l’appassionato di minerali.
La “Cosa” è una forma fluida e nebbiosa, luminescente, che all’inizio pare danzare quindi si materializza in una massa informe, quasi gelatinosa, che avanza verso il malcapitato visitatore sfilacciandosi e avvolgendolo in una nebbia. Ciò provoca un leggero senso di asfissia seguito da malessere generale. Il malcapitato corre fuori, sempre inseguito dalla “cosa”, che al contatto dell’aria esterna si scompone in puntini luminosi e scompare rapidamente. Diversi miei amici hanno subito più o meno la stessa esperienza”.
Il Serp ha un approccio razionale, scettico ma non negazionista, teso ad accertare la verità. Il primo passo per fare luce sui misteri è cercarne una spiegazione scientifica: “La figura avvistata avrebbe potuto essere una formazione di umidità cristallizzata dal vapore acqueo”, conclude Breme. “Ma ciò che ci spinge ad andare a fondo è che l’avvistamento è stato riferito da quattro speleologi esperti, che conoscono in modo approfondito la meteorologia ipogea”.

NAZCA: FORTI VENTI PORTANO ALLA LUCE GEOGLIFI PRECEDENTEMENTE SCONOSCIUTI

Il ricercatori Eduardo Herrán Gómez de la Torre, nel corso di un'ispezione aerea dell'altopiano di Nazca, Perù, ha notato la comparsa di geoglifi precedentemente sconosciuti. Gli esperti ritengono che le nuove linee siano emerse grazie all'azione delle forti tempeste di sabbia.

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Mentre sorvolava il famoso deserto di Nazca, il ricercatore Eduardo Herrán Gómez de la Torre ha notato alcuni geoglifi che non erano mai stati rilevati in precedenza.
Secondo quanto riportato da El Comercio, i geoglifi, o linee, siano emerse dopo le recenti tempeste di sabbia che hanno compito la zona tra Mercoledì e Sabato della settimana scorsa, i più intensi degli ultimi 25 anni, con una velocità che ha raggiunto i 60 km orari.
Le formazioni appena individuate raffigurano un serpente lungo 60 metri e largo 4 metri, un uccello, un animale, che potrebbe essere un lama, e alcune linee a zig-zag.
Le immagini si trovano su due colline situate ai margini sinistro e destro della Valle di El Ingenio, vicini a San Jose e Pampas di Jumana, dove si concentrano i geoglifi già noti. “Si tratta di disegni enigmatici che hanno più di 2 mila anni”, ha detto Herran. “Potrebbe trattarsi di geoglifi Paracas, anche se questo verrà appurato dalle indagini archeologiche”.
Le nuove linee vanno ad aggiungersi alla ricca collezione di geoglifi noti creati tra il 500 a.C. e il 500 d.C., nei quali è possibile scorgere oggetti naturali, come animali, e disegno geometrici.
Gli archeologi pensano che le linee di Nazca sono state create utilizzando pali di legno per rimuovere lo strato di ciottoli ricchi di ossido di ferro, scavando fino a raggiungere lo strato sottostante di sabbia bianca. Le linee sono state individuate per la prima volta nel 1939, da un pilota impegnato in un sorvolo della regione di Nazca.
Le creazioni riguardano animali, insetti, piante, esseri misteriosi, e linee geometriche lunghe diversi chilometri. L’immagine più grande è quella del famoso pellicano, seguita da quella del ragno, della scimmia e della lucertola. È possibile scorgere anche una strana creatura con due mani umane, ma solo con quattro dita. Alcune delle immagini prodotte sul terreno sono state trovate anche su oggetti di ceramica dello stesso periodo.
Certamente, le Linee di Nazca rappresentano uno tra i più grandi enigmi dell’archeologia, e la ragione per cui sono state create è ancora incerta. Molti ricercatori pensano che siano state utilizzate per rituali astronomici.
Secondo l’archeologo Giuseppe Orefici Pecci, i geoglifi potrebbero avere una qualche relazione con l’acqua. Il geoglifo triangolare nella parte inferiore della monte Cerro Blanco, per esempio, è stato creato lungo le falde acquifere, mentre il geoglifo del condor è legato alla leggenda secondo la quale quando questo uccello vola sopra la montagna, seguono grandi piogge. Così come il colibrì, animale che compare solo dopo grandi piogge.
Tuttavia, questa teoria spiega solo parzialmente il significato delle linee, sorvolando sul motivo delle altre raffigurazioni. Tutte queste linee, grandi e piccole, compongono gigantesche figure sul terreno, raffiguranti pesci, ragni, scimmie, gorilla, ma così enormi che è possibile vederli soltanto ad alta quota.
A chi erano indirizzati i misteriosi disegni delle famose Linee di Nazca, visibili soltanto da altitudini elevate? “I disegni sono fatti per qualcuno che vola! Su questo non si può discutere!”, afferma lapidario Erich von Däniken, uno dei fondatori della Teoria degli Antichi Astronauti.
Ma i geoglifi giganti non sono l’unico mistero che circonda Nazca. Sorvolando l’altopiano di Nazca, è possibile notare che alcune delle montagne sono state spianate artificialmente. Se si fa un confronto con le montagne circostanti il sito, ci si accorge che queste hanno delle creste evidenti, mentre alcune risultano perfettamente piatte, come tranciate di netto. Il vero mistero è che il materiale di risulta di quella montagna spianata risulta completamente scomparso. Che ne è stato?
Secondo von Däniken, se si guarda Nazca dall’alto, si ha l’impressione di osservare un vero e proprio aeroporto, con quelle linee larghe che sembrano delle piste di atterraggio. Ma come è possibile immaginare velivoli antichi più di 2 mila anni fa?
Secondo alcuni teorici del paleocontatto, se per ipotesi una civiltà aliena fosse arrivata sulla Terra e avesse voluto scoprire molto velocemente di cosa è fatto il pianeta, Nazca sarebbe il posto ideale per ricavare questo tipo di informazione prelevando campioni, perchè l’altopiano peruviano, ancora oggi, è una delle regioni più ricche di materie prime al mondo. C’è di tutto: oro, uranio, ferro, ecc… in quantità enormi. Quelle zone sono il “riassunto” delle risorse minerarie terrestri.

E’ IL SUONO A CREARE I CROP CIRCLES?

Estratto da Secrets in the fields © Freddy Silva, 1997, 2002.

Immagini © Freddy Silva, Lucia Pringle, Colin Andrews. Cymatics images from Cymatics:Study of Wave Phenomena and Vibration by Hans Jenny. © 2001 Macromedia, and courtesy of Jeff Volk.Traduzione in italiano a cura di www.cropfiles.it





Come echeggiato in tutte le fedi e le tradizioni del mondo, fu il suono a creare la materia universale: "All'inizio era la Parola, e la Parola era Dio" – ci ricorda San Giovanni. Anche le tradizioni Hopi e Navajo asseriscono che in tempi antichi gli sciamani proferivano parole sopra la sabbia e creavano modelli (nel senso di forme, calchi), un concetto non dissimile al mandala indù che si dice che sia espressione della vibrazione di Dio. Di conseguenza, le fedi orientali - l'Islam in particolare - scelsero la geometria sacra per esprimere l'immagine di Dio, una tecnica usata più tardi nelle cattedrali gotiche, in quegli inni alla geometria sacra.
La scienza moderna ora mostra che questi ritmi geometrici giacciono al centro di strutture atomiche. Quando Andrew Gladzewski eseguì una ricerca su modelli atomici, piante, cristalli e armonie in musica, concluse che gli atomi sono risonatori armonici, mentre provò che la realtà fisica davvero è governata da ordini geometrici basati su frequenze di suono. E anche che il suono indù primordiale, l'OM, da cui è dedotto il nostro termine moderno 'hum', quando cantato in un tonoscopio produce le varie forme geometriche attribuite alla sacralità. Forse il più importante di queste forme è l'esagono, sul quale la matrice egiziana chiamata "Fiore della Vita" è basato. Questa serie di esteriormente-ruotate divisioni del cerchio si conformano ai pilastri fondamentali della vita, gli aminoacidi. Questo Fiore della Vita si è successivamente manifestato in un cerchio nel grano.
Come l'espressione del numero nello spazio, la geometria è collegata inestricabilmente alla musica poichè le leggi della prima governano gli intervalli matematici che costituiscono le note nella scala musicale occidentale - i rapporti diatonici - da cui il motivo per cui gli antichi egizi si riferivano alla geometria come "musica congelata".
Nell'edizione di "Science News" del febbraio 1992, il Prof. Gerald Hawkins usò i principi della geometria euclidea per provare che quattro teoremi possono essere dedotti dalle relazioni degli elementi nei corp circles. Più significativamente, scoprì un quinto teorema dal quale si potrebbero dedurre gli altri quattro. Nonostante la sfida fosse stata lanciata, su oltre mezzo milione di partecipanti, nessuno è stato capace di creare tale teorema che Euclide stesso suggerì solamente ben ventitrè secoli prima nei suoi tredici trattati sulla matematica. Così fu una vera sorpresa quando la sua versione equilatera si materializzò in 160.000 piedi quadri di orzo appiattito a Litchfield, nell’Hampshire.
Dacchè i teoremi Euclidei di Hawkins producono anche rapporti diatonici, esiste un collegamento tra cerchi nel grano e note musicali, entrambi essendo il sottoprodotto delle leggi armoniche di frequenza del suono. Cerchi nel grano che presentavano associazioni chiare con il suono cominciarono ad apparire presto. Uno di questi conteneva una curiosa caratteristica a partire dalla quale è costruito anche un diagramma musicale ancora datato al tempo egizio, il Lambdoma. Anche noto come la Tavola di Pitagora, definisce le relazioni esatte tra armonie musicali e rapporti matematici.
Nel 1996 un altro cerchio dimostrò la combinazione di due importanti figure: il triangolo e la proporzione Aurea, producendo il diagramma geometrico necessario a produrre rapporti musicali. Ma fu una convincente formazione a Goodwood Clatford - le cui piante erano piegate a sei pollici dalla cima - quella che diede il "la", dato che era una rappresentazione di un modello di cimatica inciso in 5.000 piedi quadri di orzo.
La cimatica è lo studio di modelli di onda vibrazionali. Uno dei suoi primi studiosi fu Margaret Watt-Hughes che, nel 1891, catturò modelli geometrici precisi su nastro mentre cantava in un'apparecchiatura che conteneva polvere di "lycopodium". Ma ci sarebbero voluti altri settantasei anni prima che lo scienziato svizzero Hans Jenny pubblicasse il primo dei suoi studi accurati sulla trasmissione di suono attraverso mezzi fisici, questa volta nella forma di frequenze elettroniche monitorate. Egli osservò come la vibrazione del suono creasse forme geometriche - una frequenza bassa produceva un semplice cerchio incluso in anelli, mentre una frequenza più alta aumentava il numero di anelli concentrici attorno ad un cerchio centrale. All'aumentare delle frequenze, aumentava la complessità delle forme, al punto da poter discernere tetraedri, mandala e altre forme sacre. Come Margaret prima di lui, Jenny abilitò umanità ad osservare la "musica congelata".
Jenny offrì anche una spiegazione basata sulla fisica alla creazione di cerchi nel grano, dal momento che molti dei modelli vibrazionali trovati nelle sue fotografie mimano i loro disegni. Alcune sono imitazioni chiassose, come il cerchio circondato da anelli concentrici tipico di primi anni '80, il tetraedro di Barbury Castle nel 1991, il web mandala di Avebury del 1994, o anche il frattale estremamente strutturato della stella del 1997. Le altre fotografie dimostrano la geometria di costruzione codificata all'interno dello scheletro dei cerchi di raccolto.
Ci sono poi, a livello visivo, ben pochi argomenti per negare un collegamento. Ma che prove ci sono, a livello fisico, di suoni all'interno dei crop circles?
Esistono molte testimonianze di un trillo sentito da varie persone prima di essere testimoni della creazione di un crop circles. Le testimonianze descrivono una calma improvvisa nell'aria, il canto degli uccelli all'alba sormontato da un trillo ed il piegarsi in testa delle spighe di grano nonostante l'assenza di vento. Una sezione intera di raccolto posa poi in giù in modo spirale, e il tutto dura non più di una quindicina di secondi. Il ricercatore Colin Andrews si è imbattuto in questo suono trillante egli stesso, quando, mentre ricercava disperatamente qualche risposta al fenomeno, imprecò al cielo "Dio se solamente potessi dirmi come queste cose sono create". La risposta che ha ricevuto fu catturata su nastro magnetico. L'analisi susseguente svolta all'Università del Sussex e al laboratorio della NASA concluse che il rumore era di natura meccanica e di una frequenza di 5.0-5.2 kHz.
Mentre registravano un'intervista in un cerchio nel grano lo stesso suono fu sentito da un operatore cinematografico della BBC e allo stesso tempo malfunzionò la sua videocamera da 30mila dollari. Altra cosa interessante è che, quando il suono si manifestò di nuovo durante una ricerca di gruppo dentro un altro cerchio nel grano, mostrò qualità di movimento non lineare, e sembrò comportarsi in relazione a richieste specifiche, qualche volta a livello psichico. Siccome ha anche l'abilità di emettere su frequenze di radio ed interferire con attrezzature elettroniche, uccelli ed insetti possono essere sbalzati fuori; ed anche se gli scettici sono rapidi ad accusare che il suono registrato è, infatti, quello di un usignolo e di una cavalletta, l'analisi stroboscopica di entrambi i timbri di voce ha rivelato le differenze enormi tra questi uccelli ed il rumore bizzarro inciso su nastro. Inoltre, questi uccelli frequentano paludi, e non aperti campi di cereali. E' interessante come gli aborigeni siano in qualche relazione con questo suono. Durante le loro cerimonie per contattare quelli che loro chiamano gli spiriti del cielo, un "bora", consistente in un pezzo di legno sagomato legato alla parte terminale di una lunga corda, gira creando un rumorepraticamente identico al borbottio ascoltato nei crop circles. Bisogna chiedersi da dove è venuta l'inspirazione per questa apparecchiatura, e chi erano questi spiriti del cielo, e cosa sulla terra ha fatto associare gli aborigeni senza tempo a questo rumore. Questo finché fu scoperto che non solo i cerchi erano apparsi in Australia, molti negli anni sessanta, ma la loro manifestazione figura nel sapere aborigeno, dal momento in cui le loro geometrie appaiono in dipinti di pietra. Nel 1998 suoni di un genere più melodico furono sentiti e registrati da tre testimoni all'interno di una formazione; il disegno fu fondato sulla geometria delle "sette pieghe" (sevenfold), una rappresentazione degli intervalli nella scala di musica diatonica. Molti mesi più tardi io mi imbattei in un diagramma chiamato il Web di Athena nel quale tutti i punti dell'ottagono sono connessi. Nonostante la confusione di linee, il diagramma consiste solo di tre lunghezze di linea, e giustapponendo questi sopra un strumento a corda, le stesse note esatte furono ricreate. Ma forse il più grande collegamento che collega il suono alla manifestazione di cerchi nel grano giace nella loro più grande anomalia: il permanente piegarsi dei gambi delle piante. In Canada, durante gli anni sessanta, esperimenti di laboratorio misurarono gli effetti della musica sulle piante, sottoponendole a toni diversi. Esposizione a musica "heavy metal" fece inclinare le piante nella direzione opposta, mentre musica classica cullò le piante verso la fonte del suono. Ma nel caso di musica devozionale indù - e le canzoni di Ravi Shankar in particolare - i gambi volsero in eccesso di 60º in orizzontale, forse il più vicino che è mai stato riprodotto dall'uomo in grado di realizzare questo angolo, attribuito ai cerchi autentici. Gli ulteriori esperimenti all' Università di Annamalai, applicando canzoni devozionali indiane, generarono effetti supplementari: il numero di "stomata" [?] nelle piante utilizzate per l'esperimento era del 66% più alto, i muri epidermici erano più spessi, e le cellule erano più lunghe e più larghe di quelle de campioni di controllo [cioè altre piante non interessate dal fenomeno], qualche volta fino al 50% oltre. Cambi biofisici simili possono accadere in piante raccolte da cerchi nel grano. Gli esperimenti condotti costantemente fin dal 1989 dal fisico americano Dott. W. Levengood mostrano come l'energia che crea i cerchi nel grano è capace di colpire l'embrione del seme e la crescita di pianta, allungare i nodi della stessa, perfino alterare il modello dei loro cromosomi. Inoltre l'effetto si estende al di là ed oltre le piante. Il ricercatore agricolo George Smith trovò che esponendo il mais a frequenze sonore, si generava un livello di calore più alto al suolo, nonché una live bruciatura delle piante. L'effetto è paragonabile alle piccole cotture-bruciature regolarmente osservate nei crop circles, dove l'area interessata evidentemente appare essiccata rispetto al resto del campo, nonostante la pioggia della notte prima; lo stesso accade alle piccole bruciature alla base degli steli nei cerchi nel grano. Abbastanza stranamente, Smith allora speculò sul fatto che l'energia del suono aumentasse anche l'attività molecolare nelle piante, tre decadi prima che ciò venisse scoperto da Levengood in alcuni esemplari di cerchi nel grano. Essendo noto che una repentina ed anomala crescita si potesse verificare nelle piante interne ad un cerchio, si postulò che dietro la creazione dei crops potesse esserci l'opera delle microonde, le quali sarebbero le responsabili di ciò. Tuttavia le microonde hanno l'abilità di rendere i sistemi biologici sterili, ed una certa dose di onde ucciderebbe anche gli organismi. Invece le piante dei crop circles sono vive e vegete. Dopo quattro anni di esperimenti sul grano effettuati all'Università di Ottawa, Mary Measures e Pearl Weinberger trovarono nei campioni analizzati in laboratorio una crescita accelerata, e postularono che la frequenza di suono che loro avevano applicato aveva prodotto un effetto risonante nelle cellule delle piante, allo stesso tempo colpendo il loro metabolismo. La frequenza che Measures e Weinberger applicarono era identica a quella del trillare ascoltato all'interno dei crops. Sembra allora che l'idea di una fonte di energia capace di creare crop circles diviene così molto praticabile. Ma quale tipo di suono riesce a far piegare le piante al suolo, applicando una decisa ma garbata pressione con un grado eccellente di controllo?




E' interessante notare che gli ultrasuoni sono incredibilmente capaci di interagire con gli elementi fisici. Possono essere puntati, focalizzati e pressoché riflessi come un raggio leggero, e le specifiche frequenze possono essere focalizzate per causare la vibrazione in determinate molecole, mentre altre molecole vicine vengono mantenute immobili. Più è alta la frequenza dell' ultrasuono, più è grande la sua capacità di essere diretto. Questo richiede alte frequenze nel campo dei MHz, come quelli scoperti nei cerchi nel grano da Paul Vigay. I suoi dati empirici mostrano come il livello di suono di fondo collassa improvvisamente quando lui attraversa la soglia di una formazione. Vicino al centro, si registrano attorno ai 260-320 MHz.
Comunque, nel momento in cui cerchi nel grano hanno fatto un salto avanti nella complessità matematica, nel corso dei due anni passati, allo stesso tempo i dati hanno registrato un salto a 540 MHz. Incredibilmente, questo coincide con gli esperimenti di Jenny, il quale mostra che esiste davvero una relazione tra la complessità sorgente delle geometrie di cimatica in proporzione all'aumento di frequenza dispensata. In altre parole, il livello di frequenza, sia in un laboratorio che in un campo, è correlato con l'aumento in complessità di disegno. Si sa che frequenze estremamente alte sono in grado di colpire lo stato di consapevolezza e coscienza delle creature umane, influenzando la parte sinistra del cervello. Curiosamente le persone che visitano le formazioni nei campi spesso si rendono conto esse stesse di questo fenomeno. Quando accordato su determinati MHZ l'ultrasuono previene anche danni ai tessuti sensibili, e le sue proprietà salutari sono usate nel trattare indisposizioni muscolari; e i casi di persone che si sentono meglio o guariscono quando si trovano all'interno dei crop circles stanno divenendo frequenti. Una persona che soffriva da molto tempo del morbo di Parkinson ha raccontato di essere guarito durante la notte. Sotto i 20 Hz il suono diviene infrasuono, e tali frequenze sono direttamente coinvolte nei processi biologici. Si sa bene che la lunga esposizione ad infrasuoni può provocare condizioni sgradevoli come fatica e nausea, e tali sintomi sono riportati da vari visitatori di cerchi. Quando combinato con alta pressione, il potere acustico creato dagli infrasuoni è nell'ordine dei chilowatt. Nel caso di piante, questa pressione fa bollire l'acqua contenuta nei gambi in un nanosecondo. L'acqua riscaldata si espande, e guardando attentamente le piante del crop si rivelano infatti i piccoli buchi nei loro nodi, da dove questa acqua è fuoriuscita. Con una cavità vicino alla base e i gambi resi sottili come vetro fuso dal calore, le piante (la cui cima è più pesante) collassano nella nuova posizione orizzontale. Dal momento che questa "cavitazione di vapore" crea anche l'incremento della temperatura locale di un centinaio di migliaia di gradi per una frazione di un secondo, non è difficile capire perché milioni di galloni di acqua al suolo scompaiono all'interno dell'area di un cerchio, o capire perché le piante hanno un odore di malto cucinato. Confrontando ciò con la scoperta di Levengood di microscopici buchi-cavità nella parete di cellulle delle piante (che indica il bollire rapido di acqua nella pianta), tutto inizia ad essere chiaro.
Questo processo ultra-infra-sonico crea anche un sibilo, e se si è così fortunati da visitare un cerchio nel grano entro poche ore dalla sua apparizione ci si troverà circondati da tale sibilo. Poichè l'infrasuono è anche capace di atomizzare molecole d'acqua e creare una nebbia sottile, si dovrebbe ricordare che nel 1996 un coltivatore raccogliendo il suo raccolto ad Etchilhampton vide quello che lui descrive come "una serie di colonne di nebbia che sorge come sparata da cannoni dal campo del vicino". La nebbia è fuori luogo in un campo di grano, in pieno pomeriggio su un terreno asciutto, un giorno di estate. Poco dopo questo episodio, una serie di tredici cerchi connessa da un viale lungo tre quarti di miglio ed un glifo in Sanscrito apparvero nel campo stesso.
Infine, le "cavitazioni di vapore" sono accompagnate da una scintilla improvvisa di luce chiamata suonoluminescenza, causata dalla produzione di scarichi elettrici poichè l'acqua-vapore è ionizzata. E più è bassa la frequenza di conduzione, più è grande l'effetto. In un laboratorio, 18 Hz è usato come la soglia di sicurezza più bassa sotto la quale la pressione formata da infrasuoni produce la disgregazione dei cromosomi. Ogni estate, piante di cerchi nel grano di ogni varietà vengono spedite al Dott. Levengood, ed alcune inevitabilmente mostrano una chiara disgregazione dei loro cromosomi. Quando invece gli vengono recapitate piante estratte da cerchi falsi, egli rileva che si tratta di piante perfettamente "a norma".
La scala musicale, costruita sulle armonie della geometria sacra, e ora scoperta all'interno della struttura dei cerchi nel grano, rappresenta la struttura matematica dell'anima del mondo perché incarna l'essenza dell'Universo. Quindi non è una coincidenza il fatto che una buona percentuale di cerchi di raccolto può essere identificata con antiche culture, che ai giorni nostri onorano le loro tradizioni attraverso la canzone e la musica, compiendo i loro rituali salutari con suono e ritmo. Questa relazione è estesa ulteriormente ai mandala buddisti le cui geometrie elaborate sono usate per alterare stati di coscienza. Forse non è un caso che i disegni dei crop circles riflettono questi modelli intricati, nel momento in cui supportano una familiarità misteriosa alle materializzazioni sonore di Jenny.

Se le vibrazioni sonore sono cifrate nei crops e generate anche dai crops, non è possibile che possano anche risvegliare l'individuo ad un livello spirituale? Dopo tutto, è attraverso musica che tutte le esperienze umane sono celebrate e portarono da generazione a generazione. È molto probabile che è per questa ragione che la forma dell'orecchio umano - più specificamente la coclea - è un spirale costruita secondo le leggi armoniche di tono, come se queste spirali formassero le basi da cui migliaia di crop circles hanno preso spunto. [...]


domenica 10 agosto 2014

TASSILI N’AJJER: 15 MILA OPERE D’ARTE RUPESTRE RACCONTANO DI UN PALEOCONTATTO NEL PASSATO REMOTO DEL SAHARA?

A sudest dell'Algeria, su un altopiano nel deserto del Sahara, si trovano un gran numero di incisioni e pitture rupestri: le più antiche risalgono a ben 12 mila anni fa. Realizzate dai nostri antenati raccoglitori-cacciatori, queste figure raccontano di un passato sconosciuto a noi moderni. Secondo la teoria del paleocontatto, gli antichi artisti hanno cercato di rappresentare antichi astronauti entrati in diretto contatto con loro.

Tassili n'Ajjer
Tassili n’Ajjer è un vasto altopiano situato nel deserto del Sahara, a sudest dell’Algeria, che copre una superficie di 72 mila km².
Situato in uno strano paesaggio lunare di grande interesse geologico, questo sito contiene la più grande e importante collezione di arte rupestre preistorica del mondo.
Fino ad oggi, sono state identifica 15 mila incisioni e disegni, nei quali sono registrati cambiamenti climatici, migrazioni animali e l’evoluzione della vita umana in un arco di tempo compreso tra i 12 mila e i 6 mila anni fa.
La densità eccezionale di dipinti e incisioni, e la presenza di numerose vestigia preistoriche, hanno guadagnato al sito di Tassili n’Ajjer la fama di “miglior museo a cielo aperto della preistoria del mondo”, tanto da essere stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Scoperta nel 1933, la collezione artistica riguarda una serie di opere rupestre realizzate su pareti rocciose a vista e comprende immagini di animali selvaggi e domestici, esseri umani e disegni geometrici.
A fare scalpore è stata anche l’individuazione di misteriosi esseri mitici, come uomini con teste di animali, divinità o esseri spirituali. All’occhio dei visitatori moderni, molte figure sembrano avere una verta somiglianza con dispositivi quali caschi, antenne o armi tecnologiche, tanto che i sostenitori della Teoria degli Antichi Astronauti ritiene quello di Tassili n’Ajjer uno dei siti più importanti dove trovare tracce sicure del paleocontatto extraterrestre.





Chiaramente, ogni teoria in proposito entra nell’alveo delle speculazioni, dato che non esistono documenti scritti che possano chiarire la natura, l’identità e il significato degli esseri raffigurati nella roccia. Si tratta di informazioni perdute per sempre.
Quello che è certo è che l’arte di Tassili n’Ajjer copre cinque periodi distinti, ciascuno dei quali corrisponde ad una particolare fauna e può essere individuato grazie alle differenze stilistiche. Tuttavia, anche la precisa datazione sui vari periodi è argomento di dibattito tra gli studiosi, dato che a volte gli stili sembrano sovrapporsi. La cronologia proposta da Ancient Origins, come ammesso dai curatori del sito, non è detto che possa cambiare negli anni a venire.
Primo periodo: l’arte più antica appartiene a quello che è stato definito “periodo naturalista”, e si stima sia stata realizzata tra il 12000 e il 6000 a.C. Si caratterizza per la raffigurazione della fauna della savana, caratterizzata da una condizione ambientale più umida rispetto ad oggi. Si riconoscono elefanti, giraffe, ippopotami, rinoceronti e altri animali.

Secondo periodo: detto della “testa tonda” o “periodo arcaico”, compreso tra il 9500 e il 6000 a.C. Tale periodo è associato alla raffigurazione di enigmatiche figure, i Testa Tonda, che evocano probabili pratiche magico-religiose. In generale, i Testa Tonda sono raffigurati di profili e apparentemente fluttuanti nell’aria.
In una scena, le donne sono raffigurate con le mani alzate, come se cercassero la benedizione da una struttura enorme che torreggia sopra di loro. Fabrizio Mori, paleontolgo italiano, descriveva così la scena: “Si avverte in essi un senso di affettuosa sudditanza, senza paura del divino, di pura adorazione”. A questo periodo, i teorici degli Antichi Astronauti fanno coincidere l’ipotesi del paleocontatto.
Terzo periodo: classificato come “periodo pastorale” o “Bovidiano”, compreso tra il 7200 e il 3000 a.C. Si tratta del periodo più prolifico in termini di numero di dipinti, nei quali sono raffigurate scene di allevamenti bovini e di vita quotidiana. Il realismo estetico ne fanno tra gli esempi più noti di arte preistorica.
Quarto periodo: detto “del cavallo”; si fa risalire ad un’epoca compresa tra il 3200 e il 1000 a.C., comprendo la fine del Neolitico e corrispondente alla scomparsa di numerose specie animali, a seguito del progressivo inaridimento del clima al mutamento del cavallo.
In alcune scene sono rappresentanti cavalli che traiano carri guidati da aurighi disarmati, il che suggerisce che i carri non venissero utilizzati per combattere, ma forse per la caccia. Tuttavia, carri con ruote di legno non avrebbero potuto essere condotti agevolmente attraverso il territorio roccioso del Sahara. Anche in questo caso, ci troviamo davanti ad un enigma.
Quinto periodo: l’ultima parte dei dipinti corrisponde al “Periodo del Cammello”, collocato tra il 2000 e il 1000 a.C. Questo periodo coincide con la comparsa del deserto iper-arido e con la comparsa del dromedario.Nonostante il grande numero di opere trovate dai ricercatori, sebbene rappresentino uno squarcio sulla vita degli antichi popoli del Sahara, molte domande rimangono ancora aperte su chi abbia realizzato le incisioni e i dipinti di Tassili n’Ajjer e cosa rappresentino.

IL MISTERO E L’ORRORE DELL’INCIDENTE DEL PASSO DJATLOV

Nel mondo ci sono molti luoghi geografici su cui aleggia uno strano senso di mistero e che suscitano stupore e paura. Su questi luoghi si tramandano racconti enigmatici che sfidano la logica e la normale comprensione umana delle cose. Basti pensare al Triangolo delle Bermuda e al Mar dei Sargassi. Ma se si dovesse stillare una classifica dei luoghi più strani, certamente i Monti Urali della Russia figurerebbero tra i primi posti.

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Gli Urali, come noto, formano la catena montuosa che si estende dal nord a sud della Russia occidentale.
Il massiccio roccioso si estende per migliaia di chilometri, a partire dalla costa del Mar Glaciale artico a nord, fino ai confini del Kasakhstan a sud. Dal punto di vista geofisico, gli Urali rappresentano il confine settentrionale tra i continenti di Europa e Asia.
Come molte altre regioni montuose, le tradizioni locali tramandano gli Urali come scenario di strane storie e misteri. Uno degli ultimi avvenimenti, forse il più enigmatico, è accaduto nella zona del Passo Djatlov appena 55 anni fa.
A metà del mese di gennaio dell’anno 1959, un gruppo di giovani sciatori intraprese un’escursione sul Kholat Syakhl, uno dei monti degli Urali settentrionali, comunemente noto come la “Montagna Morta” (nel dialetto locale Mansi, il nome Kholat Syakhl significa Montagna Morta, riferendosi alla totale mancanza di fauna selvatica).
Il gruppo, guidato da Igor Djatlov, era composto inizialmente da otto uomini e due donne, ma uno dei membri, Yuri Yudin, si ammalò e fu costretto a tornare indietro. La maggior parte di loro erano studenti e neolaureati dell’Istituto Politecnico degli Urali . Tutti i membri della spedizione avevano alle spalle esperienza sia di lunghe escursioni sugli sci che di spedizioni di montagna.
I nove avevano come obiettivo quello di raggiungere a piedi le pendici dell’Otorten. I diari e le macchine fotografiche ritrovati attorno al loro ultimo campo hanno reso possibile ricostruire il percorso della spedizione. Il 27 gennaio si misero in marcia da Vižaj verso l’Otorten. Il 31 gennaio il gruppo arrivò sul bordo di un altopiano e iniziò a prepararsi per la salita.
Il giorno successivo, il 1° febbraio, gli escursionisti cominciarono a percorrere il passo. Pare che avessero progettato di valicare il passo e accamparsi per la notte successiva dall’altro lato, ma a causa del peggioramento delle condizioni climatiche, che scaturì nell’inizio di una tempesta di neve, la visibilità calò di molto e persero l’orientamento, deviando verso ovest, verso la cima del Cholat Sjachl.
Quando capirono l’errore commesso, decisero di fermarsi e accamparsi per la notte sul pendio della montagna che avevano raggiunto, in attesa del miglioramento delle condizioni climatiche. Quello che avvenne quella notte non si è mai saputo con precisione, ma a giudicare dalle conseguenze, qualunque cosa fosse, si scatenò un vero e proprio inferno.
Il gruppo aveva concordato che non appena fossero rientrati a Vižaj, Djatlov avrebbe comunicato via telegrafo con la loro associazione sportiva. Gli escursionisti avevano stimato che ciò non sarebbe accaduto più tardi del 12 febbraio. Quando passo quel giorno, nessuno reagì alla mancata comunicazione, dato che un ritardo di qualche giorno in simili spedizioni era una cosa piuttosto normale.
Bisognerà attendere il 20 febbraio perché si organizzi una spedizione di soccorso, quando il capo dell’associazione mandò il primo gruppo di soccorso composto da studenti e insegnanti volontari su richiesta dei parenti degli escursionisti. Successivamente, vennero coinvolti anche la polizia e l’esercito, ai quali fu ordinato di partecipare alle ricerche con aeroplani ed elicotteri.
Quando il 26 febbraio fu trovato il campo dei giovani escursionisti, i soccorritori si trovarono davanti ad una scena inquietante: la tenda sembrava intatta nella struttura, ma la stoffa sembrava fosse stata strappata dall’interno, come se fosse stata danneggiata dagli occupanti in fuga.
“Scoprimmo che la tenda era mezza demolita e coperta di neve. Era tutto vuoto e tutte le attrezzature e le scarpe del gruppo erano al suo interno”, racconta a distanza di anni il signor Sharavin, uno dei soccorritori. Ma dove erano finiti i nove studenti che avrebbero dovuto rifugiarsi sotto la tenda?
Cercando nella neve, i soccorritori scoprirono una serie di impronte lasciate apparentemente da almeno otto persone in fuga dalla tenda devastata. Presto ci si rese conto che le tracce erano state lasciate da persone in fuga a piedi nudi o con una sola scarpa. Cosa a potuto spingere gli occupanti della tenda ad avventurarsi senza scarpe nella neve ad una temperatura di -24° C?
Due serie di orme si dirigevano giù per un pendio, verso una zona densamente boscosa. Sharavin seguì le orme, quando si imbatte in una scena raccapricciante: i corpi congelati di due membri del team, entrambi nudi e scalzi, tranne che per la loro biancheria intima.
Le successive indagini forensi rivelarono che tracce di pelle furono rinvenute nella corteccia degli alberi circostanti i corpi, indicando che i due avevano tentato freneticamente di scalare l’albero, come se volessero fuggire da qualche imminente pericolo.
Gli investigatori si sono chiesti quale “bestia” possa aver spaventato i due al punto da abbandonare i loro vestiti nonostante il freddo gelido e strappare la pelle delle loro mani in un disperato tentativo di mettersi in salvo. Il fatto che non ci fossero tracce evidenti di animali, unito al fatto che i cropi erano praticamente intatti, non ha fatto altro che aumentare lo sconcerto degli investigatori.
Tra gli alberi e la tenda furono trovati i corpi di altri tre escursionisti, tra cui quello di Djatlov. I corpi erano lontani l’uno dall’altro, rispettivamente alla distanza di 300, 480 e 630 metri dagli alberi. Il corpo di Djatlov fu trovato sulla schiena: con una mano si era aggrappato ad un ramo di betulla , mentre con l’altro braccio sembrava proteggersi la testa da qualche aggressore sconosciuto.
Gli ultimi quattro escursionisti furono cercati per più di due mesi. Vennero infine ritrovati il 4 maggio, sepolti sotto quattro metri di neve in una gola scavata da un torrente all’interno del bosco.
Era chiaro che i membri della spedizione erano morti tutti per ipotermia, ma le indagini successive sollevarono una serie di domande, alle quali non fu possibile dare altrettante chiare risposte: perchè i ragazzi avevano lasciato il calore e la sicurezza del loro rifugio? Perchè si sono avventurati all’esterno senza il loro abbigliamento e le scarpe? E perchè non hanno tentato di recuperare la loro attrezzatura dopo aver lasciato il campo?

L’indagine, le polemiche e le domande senza risposta

Le prime autopsie eseguite sui cadaveri complicarono molto il quadro generale: le analisi rivelarono che due dei membri del gruppo avevano i crani fratturati, e altri due, tra cui una delle donne, avevano la gabbia toracica gravemente fratturata. Il dottor Boris Vozrozhdenny paragonò la forza richiesta per causare simili fratture a quella sviluppata da un incidente stradale.
Tuttavia, erano del tutto assenti ferite esterne, tagli o contusioni, come se fossero stati schiacciati da una elevatissima pressione; la donna era inoltre priva della lingua.
Tra le rilevazioni più sconcertanti ci fu certamente quella che riguardava l’abbigliamento di alcuni dei defunti, i quali mostravano presentavano alti livelli di contaminazione radioattiva. Sebbene alcuni scienziati hanno fatto notare che alcune lanterne da campeggio usino reticelle di torio che possono lasciare residui radioattivi sui vestiti dei campeggiatori, i livelli sembravano eccessivamente elevati per essere riconducibili ad una fonte così modesta.
Il verdetto finale fu che i membri del gruppo erano tutti morti a causa di una irresistibile forza sconosciuta. L’inchiesta fu ufficialmente chiusa nel maggio 1959 per assenza di colpevoli. Secondo alcune fonti i fascicoli furono mandati in un archivio segreto e le fotocopie del caso, con alcune parti comunque mancanti, furono rese disponibili solo negli anni novanta.
Nei mesi successivi la strage, infatti, seguirono una di accesissime polemiche. Alcuni ricercatori sostengono che alcuni fatti furono trascurati, forse volutamente ignorati, dalle autorità:
Il dodicenne Yury Kuntsevich, che in seguito diventò il capo della Fondazione Djatlov di Ekaterinburg, partecipò al funerale di cinque degli escursionisti e ricordò che la loro pelle aveva “un’abbronzatura color bruno intenso”.
Un altro gruppo di escursionisti, che si trovava circa 50 km a sud del luogo dell’incidente, riferì che quella notte avevano visto delle strane sfere arancioni verso nord (cioè in direzione del Cholat Sjachl) nel cielo notturno. “Sfere” simili furono osservate con continuità anche a Ivdel’ e nelle zone adiacenti nel periodo tra febbraio e marzo 1959 da vari testimoni indipendenti (tra cui il servizio meteorologico e membri dell’esercito).
Alcuni resoconti suggeriscono che nella zona si trovavano molti rottami di metallo, il che porta a sospettare che l’esercito avesse utilizzato l’area per manovre segrete e potesse essere stato interessato a un insabbiamento della questione.
Chiaramente, data la mole di domande senza risposta e di sospetti insabbiamenti, l’Incidente del Passo di Djatlov è stato oggetto di numerose teorie e speculazioni. Alcuni pensarono che il gruppo fosse stato colpito da una valanga nel cuore della notte, anche se nessun segno del genere è stato trovato nei pressi del campo.
Altri hanno ipotizzato anche ad un attacco del popolo Mansi, anche se non sono state trovate orme che possano avvalorare l’ipotesi, la quale è anche in forte contraddizione con la natura pacifica di tale popolo. Inoltre, le lesioni riscontrate sui corpi sono tutte interne, con l’assenza totale di ferite o escoriazioni cutanee.
Ovviamente, c’è chi non ha escluso anche la possibilità di una fuga disperata dei campeggiatori rispetto ad un contatto alieno del quarto tipo o all’attacco di uno yeti o qualcosa del genere. Ad ogni modo, i fatti sono questi: i campeggiatori sono stati spaventati da un evento sconosciuto; sono riusciti a tagliare o strappare la tenda in un frenetico tentativo di fuga, rispetto a qualcosa che si avvicinava o era già dentro la tenda.
In preda al panico puro, hanno lasciato la tenda senza abiti, né scarpe. Essendo sciatori esperti, avrebbero dovuto essere pienamente consapevoli che non sarebbero sopravvissuti a lungo nelle lande gelide senza nessuna protezione.
Questo indica che la squadra doveva essere convinta che stavano affrontando un pericolo mortale e che avevano scelto di fuggire per salvarsi la vita. Al momento, ciò che resta è la laconica conclusione dell’indagine che indica l’evento come causato da una irresistibile forza sconosciuta.

CHE FINE HA FATTO LA CITTÀ SOMMERSA DI CUBA? SCOPERTA DIMENTICATA O SOPPRESSA

All'inizio del 2001, un gruppo di ricercatori canadesi individuò al largo delle coste di Cuba, a circa 700 metri di profondità, quelle che sembravano essere le rovine di un'antica città sommersa, con strutture monumentali, tra cui quattro grandi piramidi, un monumento simile alla sfinge e diversi monoliti con iscrizioni. All'indomani della scoperta, diversi governi nazionali e il National Geographic promisero di intraprendere una serie di studi sul sito sommerso. A distanza di 13 anni, però, la scoperta sembra essere caduta volutamente dell'oblio... perchè?

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Quando nel 2001 la BBC diede la straordinaria notizia di una città sommersa individuata al largo dell’isola di Cuba, molti pensarono che la mitica Atlantide fosse stata finalmente trovata.
Le scansioni eseguite da un team di ricerca canadese, guidato da Pauline Zalitzki, un ingegnere navale e suo marito Paul Weinzweig, mostravano un chiaro insediamento urbano, con notevoli strutture monumentali di granito, tra cui quattro grandi piramidi, un monumento simile alla sfinge e diversi monoliti con iscrizioni.
I coniugi, titolari di una società canadese chiamata Advanced Digital Communications, stavano eseguendo una missione esplorativa commissionata del governo cubano al largo della costa della penisola di Guanahacabibes nel Pinar del Río Provincia di Cuba, al fine di individuare i relitti adagiati sul fondo dell’oceano delle centinaia di navi di epoca coloniale spagnola cariche di tesori.
Grazie all’utilizzo del sonar, la squadra è riuscita ad individuare le maestose strutture simmetriche sul fondo dell’oceano, apparentemente realizzate con blocchi lisci di pietra molto simile al granito squadrato.
Secondo alcuni ricercatori, potrebbe trattarsi di un insediamento sorto nel periodo pre-classico, ad opera di una cultura del Centro America sconosciuta, che si spinta fino alle isole dei Caraibi. Le rovine potrebbero avere più di 6 mila anni, una data che precede di 1500 anni la datazione ufficiale delle grandi piramidi d’Egitto. Alcuni non hanno esitato ad ipotizzare che possa trattarsi delle vestigia della mitica Atlantide.
“È una struttura veramente meravigliosa che sembra davvero essere stato un grande centro urbano. Tuttavia, sarebbe totalmente irresponsabile dire di cosa si tratti senza ulteriori prove”, ebbe però a dire la Zalitzki all’indomani della scoperta.
La scoperta attirò l’attenzione dei governi, dei musei nazionali e del National Geographic, i quali promisero tutti di indagare sulle strane immagini comparse sul sonar. Eppure, a distanza di 13 anni, la scoperta sembra essere caduta volutamente nel dimenticatoio. Che cosa è mai successo alle “rovine” sommerse di Cuba? E perchè i media hanno taciuto ostinatamente su questa insolita scoperta?
Nel luglio del 2001, i due sono tornati sul sito con il geologo Manuel Itarrulde, ricercatore del Museo di Storia Naturale di Cuba, questa volta equipaggiati con un Remotely Operated Vehicle per esaminare e filmare le strutture. Le immagini hanno rilevato grandi blocchi di granito squadrati lunghi circa 3 metri; alcuni di questi blocchi paiono deliberatamente impilati uno sopra l’altro.
“Si tratta di strutture estremamente insolite”, ammise Iturralde. “Se dovessi spiegarlo geologicamente avrei qualche difficoltà”. Il geologo stime che le strutture, per trovarsi a quella profondità, debbano essersi formate almeno 50 mila anni fa, “epoca in cui non c’era una tecnologia tale da costruire edifici complessi”, ragiona Iturralde.
Per di più, lo stesso Iturralde ha ricordato che esistono leggende locali Maya e Yucateos che raccontano di un’isola abitata dai loro antenati scomparsa sotto le onde. “Quello che abbiamo trovato potrebbero essere i resti di una cultura locale che si trovava sul ponte di terra che univa la penisola messicana dello Yucatan con Cuba”, commenta la Zelitsky.
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Rimane la grande domanda sul perchè non siano state condotte le indagini promesse all’indomani della scoperta. Anche se le misteriose strutture sono il risultato di un bizzarro fenomeno naturale, ci si sarebbe aspettati che geologi e altri scienziati non avrebbero esisto ad indagare sulla causa che le ha prodotte.
Stranamente, studi approfonditi successivi non sono stati segnalati dalle agenzie di stampa, facendo cadere la questione lentamente nel dimenticatoio. La rapida “censura” di questa storia farebbe pensare ad una soppressione deliberata.

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